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il caso

L'Italia entra nella guerra del Mar Rosso

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L’Italia entra a tutti gli effetti nella “guerra” del Mar Rosso. Il bellicismo ostentato nelle dichiarazioni dei leader europei cozza con la cruda realtà delle risibili capacità belliche e impone di chiedersi perché un’Europa “disarmata” punti su soluzioni muscolari alle crisi invece di iniziative diplomatiche.

Esteri 04_03_2024

Con l’ingaggio a fuoco di un drone Houthi avvenuto sabato nello Stretto di Bab el Mandeb l’Italia entra a tutti gli effetti nella “guerra” del Mar Rosso,

Il ministero della Difesa ha reso noto che «nel pomeriggio di oggi, in attuazione del principio di auto difesa, Nave Duilio ha abbattuto un drone nel Mar Rosso. Il drone, dalle caratteristiche analoghe a quelli già usati in precedenti attentati, si trovava a circa sei chilometri dalla nave italiana, in volo verso di essa. Attualmente nell'area per garantire la libertà di navigazione e la sicurezza delle rotte commerciali, Nave Duilio ha avvicendato nave Martinengo nell'attività nazionale, avviata a fine dicembre, in seguito agli attacchi da parte dei miliziani Houthi contro il traffico in navigazione nello stretto di Bab-el Mandeb».   

Il Ministro Guido Crosetto ha sottolineato che: «Gli attacchi terroristici degli Houti sono una grave violazione del diritto internazionale e un attentato alla sicurezza dei traffici marittimi da cui dipende la nostra economia. Questi attacchi sono parte di una guerra ibrida, che usa ogni possibilità, non solo militare, per danneggiare alcuni paesi e agevolarne altri». Il comunicato aggiunge che «Nave Duilio opera nel Mar Rosso per garantire la tutela del diritto internazionale e salvaguardare gli interessi nazionali». «La Marina Militare vigila per garantire il traffico mercantile italiano che attraversano il canale di Suez e il Mar Rosso» ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Invio un abbraccio a tutti i marinai e tutto l'equipaggio della Caio Duilio che ha saputo reagire brillantemente all'attacco degli Houthi. Bravi i nostri marinai, come al solito garantiscono e tutelano la sicurezza in mare delle navi italiane», ha aggiunto. 

Il Duilio (cacciatorpediniere lanciamissili tipo Orizzonte) assumerà tra pochi giorni il ruolo di nave ammiraglia dell’Operazione UE Eunavfor Aspides che comprenderà anche navi fornite da Germania, Francia, Belgio e Grecia e la cui forza in mare sarà al comando del contrammiraglio Stefano Costantino.

Si tratta del primo attacco delle forze Houthi (che dispongono di droni-suicidi, missili da crociera e missili balistici antinave) a una nave italiana anche se la milizia yemenita aveva avvisato nelle scorse settimane che, con il comando della forza navale dell’Operazione Aspides, l’Italia avrebbe messo «a repentaglio la sicurezza delle sue navi militari e commerciali. Colpiremo le navi che aggrediscono il nostro Paese o che ostacolano la decisione di impedire alle navi israeliane di attraversare il Mar Rosso».

Il 27 febbraio anche la fregata tedesca Hessen, integrata nell’Operazione Aspides, aveva avuto il battesimo del fuoco nelle acque del Mar Rosso abbattendo due da droni lanciati dalle milizie Houthi impiegando il cannone e i missili da difesa aerea a corto raggio RAM.

La sera precedente, il 26 febbraio, la Hessen aveva aperto il fuoco contro un drone in volo ad alta quota ritenendolo ostile ma che invece era un Reaper statunitense (numerosi velivoli di questo tipo sono basati a Camp Lemmonier, a Gibuti, per le operazioni americane “contro il terrorismo”) che non aveva il transponder per l’identificazione amico-nemico acceso: i due missili, del tipo statunitense Standard SM-2, lanciati contro il bersaglio «non hanno funzionato», ha dichiarato un portavoce del ministero della Difesa tedesco.

Gli Houthi sono riusciti finora ad abbattere due Rreaper americani dall’inizio della crisi nel Mar Rosso ma la “cilecca” dei missili della Hessen sta mettendo in imbarazzo i vertici militari e il governo tedeschi. Secondo quanto riferito dallo Spiegel, entrambi i missili Standard SM-2 hanno rivelato difetti tecnici durante l’impiego, elemento che apre inquietanti interrogativi circa l’efficienza dei sistemi di difesa navale tedeschi contro le minacce aeree. Inoltre la Marina Tedesca avrebbe difficoltà a ripianare le scorte di missili SM-2, non più in produzione.

«Abbiamo scoperto solo ora che una parte delle munizioni della fregata Hessen non può più essere acquistata perché non c’è più la capacità industriale corrispondente», ha affermato Florian Hahn, portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare CDU/CSU all’opposizione. «Quindi, quando le scorte sono esaurite, la Marina non può più rifornirle e deve ritirare la fregata. Il Parlamento ha approvato la missione nel Mar Rosso senza sapere che c’era ovviamente un problema di munizioni».

Fonti militari citate dall’emittente radiotelevisiva NDR hanno riferito che la Hessen è salpata dalla sua base a Wilhelmshaven «completamente equipaggiata» per quanto riguarda le «tre diverse tipologie di missili» imbarcati: tuttavia, quando tali armi saranno esaurite, il rifornimento di un tipo sarà «soltanto minimo» mentre per gli altri due sarà pari a zero.

Il comandante della Seconda Flotta della Marina Tedesca in cui è inquadrata la Hessen, l’ammiraglio Axel Schulz, ha ammesso che la nave non potrà restare nel Mar Rosso «a tempo indefinito» e venir ripetutamente rifornita. Il numero di missili disponibili è infatti «limitato». Pertanto, ha evidenziato Schulz, quando le munizioni saranno state «tutte utilizzate la missione della fregata sarà terminata».

La carenza di munizioni grava su tutta la Marina Tedesca (e su molte altre forze navali e militari europee), così come la carenza di personale. Nella Marina Tedesca gli equipaggi sono “soltanto al 50 per cento” dell’organico previsto, ha ricordato Schulz, con l’impossibilità di far operare tutte le navi contemporaneamente.  Come nota NDR, a causa della carenza di personale i marinai tedeschi vengono mandati sempre più spesso in missione e «oltre 230 giorni in mare in un anno non sono rari». Condizioni che rendono sempre più difficile reclutare personale tenuto conto che la crisi negli arruolamenti grava su tutto l’Occidente al pari dell’esodo del personale specializzato dalle forze armate.

Del resto la crisi del Mar Rosso e l’ampio impiego di droni, munizioni circuitanti, missili da crociera e balistici da parte degli Houthi evidenzia anche l’ampio consumo di munizioni imposto alle navi delle flotte multinazionali. Da ottobre la sola US Navy ha lanciato circa 100 missili terra-aria Standard SM-3 contro missili e droni Houthi, la fregata francese Languedoc ha abbattuto diversi droni Houthi ed è stata rifornita di missili Aster 15 grazie ad un aereo da trasporto A-400 inviato in tutta fretta a Gibuti mentre il cacciatorpediniere britannico Diamond della Royal Navy, protagonista dell’abbattimento di alcuni  droni Houthi, è stato recentemente rifornito di missili nella base di Gibilterra prima di tornare nel Mar Rosso.

​Oltre alla carenza di munizioni un ulteriore aspetto critico è rappresentato dalla sovrapposizione delle missioni anglo-americana ed europea a cui sui aggiungono le operazioni “antiterrorismo” che gli Stati Uniti conducono in modo autonomo da Gibuti sul territorio dello Yemen. Come è già accaduto in Afghanistan, gli Stati Uniti operano unilateralmente in un’area operativa in cui agiscono anche forze alleate complicando così il coordinamento e lo scambio di informazioni.

Diverse fonti militari valutano infatti che l’incidente del Reaper dimostri lo scarso coordinamento tra le operazioni Aspides a guida UE e Poseidon Archer (parte di Prosperity Guardian) a guida statunitense attive nel Mar Rosso: entrambe le missioni hanno come obiettivo la sicurezza e la garanzia della libertà di navigazione nell’area ma mentre Aspides ha natura esclusivamente difensiva, Poseidon Archer prevede il bombardamento delle posizioni degli Houthi in Yemen.

Il vice segretario aggiunto alla Difesa americano per gli affari in Medio Oriente, Daniel Shapiro, ha rivelato il 28 febbraio che le forze statunitensi hanno colpito 230 obiettivi nello Yemen dall’inizio della campagna e altri sono stati colpiti dai velivoli britannici.

Le carenze nel munizionamento navale delle nazioni NATO/UE, non compensabili in tempi brevi al pari di quelle registrate nel settore terrestre, rischiano di mettere in forse la sostenibilità nel tempo della missione nel Mar Rosso che la UE prevede si estenda per almeno un anno)  contro la minaccia portata dalle milizie Houthi, le cui potenzialità offensive non sembrano peraltro essere state scalfite in modo significativo dalla campagna di attacchi anglo-americani sul territorio dello Yemen in atto ormai da alcuni mesi.

Il rischio è quindi di compromettere la residua credibilità militare dell’Europa, già emersa in tutti i suoi limiti di sostenibilità del supporto all’Ucraina impegnata in un conflitto convenzionale contro la Russia.

Il bellicismo ostentato nelle dichiarazioni dei leader europei cozza con la cruda realtà delle risibili capacità belliche, sul mare come sui campi di battaglia terrestri, e impone di chiedersi perché un’Europa “disarmata” punti su soluzioni muscolari alle crisi in atto invece di mettere in campo robuste iniziative diplomatiche. Del resto non risultano iniziative diplomatiche europee per assicurare un sereno passaggio dello stretto di Bab el-Mandeb ai mercantili europei non diretti in Israele fino all’invio della flotta europea né gli Houthi avevano minacciato le navi europee prima dell’avvio dell’Operazione Aspide mentre le navi da trasporto anglo-americane sono divenute «bersaglio legittimo» per la milizia yemenita solo dopo i primi bombardamenti sul territorio dello Yemen effettuati dalle forze di Londra e Washington.