• REDEMPTORIS CUSTOS/12

L’intercessione onnipotente di san Giuseppe

Nell’ultimo secolo e mezzo il magistero ha onorato più volte il ruolo di san Giuseppe nella storia della salvezza, definendo quel che è implicito nelle Sacre Scritture e insito nel sensus fidei. Non solo lo sposo di Maria è stato riconosciuto (sotto il beato Pio IX) patrono della Chiesa, ma la sua intercessione è stata anche qualificata da Pio XI come «onnipotente».

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Dalla solenne proclamazione di san Giuseppe a patrono della Chiesa fino alla lettera apostolica Patris Corde, 150 anni dopo il decreto Quemadmodum Deus, il magistero ha più volte onorato la missione dello sposo di Maria nella storia della salvezza. A volte con una semplice menzione, altre - come nella Quamquam Pluries di Leone XIII, la prima enciclica sul padre verginale di Gesù, e poi nell’esortazione apostolica Redemptoris Custos di san Giovanni Paolo II - con un’esposizione organica delle virtù e dei privilegi giuseppini.

Con specifico riguardo al patrocinio sulla Chiesa, è evidente il legame che questo ha con il ruolo di san Giuseppe come capo della Santa Famiglia. Già il beato Pio IX, attraverso il già citato Quemadmodum Deus pubblicato l’8 dicembre 1870 dalla Sacra Congregazione dei Riti, riproponeva il parallelismo (già fatto da san Bernardo) con l’antico Giuseppe, figlio di Giacobbe e assurto ad amministratore di tutti i beni del faraone. E illustrava sinteticamente la preminenza del nuovo Giuseppe, che Dio ha costituito quale «Signore e Principe della casa e possessione sua e lo elesse Custode dei precipui suoi tesori», cioè Gesù e Maria.

Leone XIII, poi, fu ancora più esplicito e nella QP si soffermò sulle ragioni del patrocinio, chiarendo tra l’altro che «la casa divina, che Giuseppe con quasi patria potestà governava, era la culla della nascente Chiesa». Per l’eccelsa dignità di cui è stato rivestito, «ne consegue che il beatissimo Patriarca si consideri protettore, in modo speciale, della moltitudine dei cristiani di cui è formata la Chiesa, cioè di questa innumerevole famiglia sparsa in tutto il mondo sulla quale egli, come sposo di Maria e padre di Gesù Cristo, ha un’autorità pressoché paterna. È dunque cosa giusta e sommamente degna del beato Giuseppe che, come egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazaret, così ora col suo celeste patrocinio protegga e difenda la Chiesa di Cristo» (QP).

Alla luce di queste verità, Pio XI poté insegnare, nel 1926, che il titolo di patrono della Chiesa appartenesse di fatto a san Giuseppe fin dall’inizio della sua missione terrena a capo della Santa Famiglia. Anche qui, insomma, come in altre circostanze, il magistero dei papi è andato definendo pian piano quel che è implicito nelle Sacre Scritture e coerente con il sensus fidei. Si può notare che il solenne riconoscimento del patrocinio sulla Chiesa abbia rappresentato una risposta e un’àncora di salvezza di fronte a un’epoca di galoppante secolarizzazione (tuttora in corso). Lo stesso Quemadmodum Deus, emesso a stretto giro dalla Presa di Roma, evidenziava l’urgenza di istituire e affidarsi al potentissimo patrocinio di san Giuseppe «poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata dai nemici, è talmente oppressa dai più gravi mali, che uomini empi pensarono avere finalmente le porte dell’Inferno prevalso contro di lei». E se questo era vero nel 1870, tanto più lo è oggi, con la Sposa di Cristo che sembra in balìa di forze sempre più soverchianti e la fede cattolica, soffocata dal laicismo, non conta quasi più nulla nella sfera pubblica.

A ragione, quindi, nell’ultimo scorcio del XX secolo, Giovanni Paolo II rilevava che il patrocinio di san Giuseppe «deve essere invocato ed è necessario tuttora alla Chiesa non soltanto a difesa contro gli insorgenti pericoli, ma anche e soprattutto a conforto del suo rinnovato impegno di evangelizzazione nel mondo e di rievangelizzazione» in quei Paesi in cui il cristianesimo prima prosperava e ora soffre (cfr. RC, 29).

Nell’intera storia della devozione a san Giuseppe si scorge l’operare invisibile, ma concreto, della Provvidenza. Alla sua intercessione sono ricorsi santi e peccatori incalliti, alti prelati e semplici fedeli, gente di umili origini e sovrani. È vero che non mancano i Padri e Dottori della Chiesa che hanno scritto di lui, ma spesso è stata una trattazione a sprazzi. Perciò, uno josefologo come padre Tarcisio Stramare osservava: «Considerando il persistente influsso della “delirante” letteratura apocrifa nella presentazione della figura di san Giuseppe e che non c’è mai stata un’azione organizzata e tanto meno un impegno teologico che spieghino uno sviluppo così ampio e persistente della sua devozione e del “rispetto” che egli gode nel popolo cristiano, si può ritenere, come affermò Pio IX, che la devozione a san Giuseppe “poté essere inserita nei fedeli solo in modo celeste”».

Guardando all’estensione e alla potenza dell’intercessione di san Giuseppe, si può considerare innanzitutto quel che insegna san Tommaso d’Aquino, ossia che «i santi sono in condizione di meritare per noi, o meglio di aiutarci a motivo del merito precedente, giacché, mentre vivevano, meritarono davanti a Dio che le loro orazioni fossero esaudite dopo la morte». Più grande è il merito conseguito in Terra più efficace, chiaramente, è l’intercessione del santo in Cielo: ne consegue che nessuna creatura, eccetto Maria Santissima, è in grado di impetrare grazie tanto quanto san Giuseppe, il cui patrocinio si estende su tutte le necessità. Ce lo ricorda, in mezzo a tanti, la sua devota più celebre, santa Teresa d’Ávila, che nella sua Vita racconta delle straordinarie grazie - materiali e spirituali - ricevute per aver invocato san Giuseppe, senza mai rimanere inesaudita. Anzi, testimoniando come il glorioso patriarca l’abbia sempre guidata in accordo alla volontà di Dio, la grande riformatrice del Carmelo precisa: «Se la mia richiesta esce un po’ dalla retta via, egli la raddrizza per il mio maggior bene».

Del resto, quanto sperimentato da Teresa d’Ávila e innumerevoli altri santi e devoti ha avuto, per così dire, un ‘sigillo’ pontificio. Parlando con un gruppo di sposi, il 19 marzo 1938, Pio XI spiegò che insieme all’«onnipotente intercessione» tradizionalmente e giustamente riconosciuta alla Madre di Dio, alla quale il Figlio non può negare nulla, bisogna riconoscere similmente anche quella di san Giuseppe che «è l’intercessione dello sposo, del padre putativo, del capo di casa della famiglia di Nazaret». Prosegue papa Ratti: «(…) perciò questa intercessione non può a meno di essere onnipotente, perché che cosa possono negare a lui - a san Giuseppe - Gesù e Maria, ai quali egli ha consacrato letteralmente tutta la sua vita, e che realmente gli devono i mezzi della loro esistenza terrena?».

Ricorriamo allora a questo mezzo sicuro per la salvezza eterna, nella certezza che la devozione per Giuseppe accresce l’amore per Maria, che a sua volta è la via più diretta per Gesù. Per porci sotto la protezione del capo della Santa Famiglia, un buon modo è recitare la preghiera - A te, o beato Giuseppe - che Leone XIII ci ha lasciato. La si può scandire dopo il Rosario, o anche a sé. San Giuseppe non mancherà di assisterci «in questa lotta contro il potere delle tenebre», aiutandoci «a vivere virtuosamente, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Così sia».

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