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CRISI DELLA FAMIGLIA

Limiti ai social per i minori: in Virginia ci pensa lo Stato

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Non più di un'ora al giorno sui social media per gli under 16: la legge appena entrata in vigore nello Stato americano della Virginia certifica la crisi del dovere educativo genitoriale. Ma pone anche domande sul ruolo che dovrebbero avere i governi.

Famiglia 06_01_2026

Dal 1° gennaio 2026, la Virginia ha imposto un limite di un’ora al giorno per l’uso dei social media per tutti i minori di 16 anni. La misura ha ottenuto un’approvazione unanime da parte dell’Assemblea Generale dello stato, riuscendo a unire repubblicani e democratici. Dopo la firma del governatore Glenn Youngkin, ora il vincolo passerà al vaglio di una lettura costituzionale del tribunale federale. Ma al netto di tutte le sane controversie legali che vivacizzano il dibattito democratico, questa normativa solleva interrogativi profondi sul ruolo della famiglia negli USA e in generale in tutto il mondo occidentale.

Il Senate Bill 854 impone alle piattaforme social — Instagram, TikTok, Snapchat, YouTube — di limitare automaticamente l’accesso dei minori. Ai genitori è data la possibilità di ampliare o ridurre questo vincolo attraverso un sistema di “consenso parentale verificabile”, mantenendo formalmente l’autorità decisionale finale. Questa architettura normativa tenta di rispettare il principio di sussidiarietà: lo Stato non sostituisce la famiglia, ma stabilisce protezioni predefinite che i genitori possono adattare.

È però chiaro che questa misura risulta in realtà semplice da disimpegnare. I grandi problemi nell’adozione di un sistema di verifica dell’età dei minori - negli Stati Uniti come in Europa - sono, infatti, nell’apertura dei genitori ad offrire le proprie caratteristiche telemetriche o identitarie per superare la legge. Qui sorge, infatti, il problema centrale dell’iniziativa: è giusto che uno stato si sovrapponga ai genitori, anche qualora essi stessi non siano inadempienti nei confronti dell’educazione dei propri figli?

Una risposta arriva direttamente dalle parole di San Giovanni Paolo II, che nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio del 1981 scriveva: «Lo Stato non può e non deve sottrarre alle famiglie le funzioni che possono svolgere da sole». Eppure, il medesimo principio riconosce che le istituzioni superiori devono intervenire quando quelle inferiori non possono adempiere adeguatamente al loro compito. Ed è chiaro da numerosi testi e ricerche - uno tra tutti La generazione ansiosa del sociologo americano Jonathan Haidt - che non tutti i genitori sono in grado di affrontare l’emergenza educativa del paradosso contemporaneo: insegnare ai figli il rischio del digitale e il fascino del reale, mentre invece è più forte il senso del rischio del reale e più persuasivo il fascino del digitale.

Clare Morell dell’Ethics and Public Policy Center sostiene senza ambiguità che «così come abbiamo restrizioni d’età su tabacco e alcol», servono limiti all’uso dei social media, «incredibilmente dannosi per un cervello in via di sviluppo, simili all’uso di droghe». È una posizione che riconosce la minaccia sistemica rappresentata dalle piattaforme digitali, progettate deliberatamente «per creare dipendenza nei loro utenti, tra cui gli adolescenti sono sicuramente i più suscettibili».

La necessità di legiferare sull’uso dei social media rivela una fragilità culturale allarmante. Non serve che l’autorità genitoriale richieda ratifica legislativa: i padri e le madri devono regolare autonomamente l’esposizione dei figli a influenze esterne, per quanto possibile dal loro ruolo.
Oggi invece molti genitori appaiono incapaci — o non disposti — a esercitare questa funzione essenziale. Il dato del Pew Research Center è emblematico: l’81% degli adulti americani favorisce requisiti di consenso parentale, ma se queste percentuali riflettono davvero la volontà delle famiglie, perché non agiscono autonomamente senza attendere interventi statali?

Il Catechismo della Chiesa Cattolica su questo è abbastanza esplicito: «I genitori hanno il diritto e il dovere primario, inalienabile di educare i figli» (CCC 2221). Questo non è un privilegio revocabile, ma un dovere costitutivo della vocazione matrimoniale. La legge della Virginia, pur rispettosa formalmente di questo principio, testimonia quanto le famiglie non siano più in grado di affrontare quotidianamente la sfida della genitorialità.

La sfida, d’altronde, è ardua per chiunque. Jonathan Haidt, nel già citato La generazione ansiosa, riporta aumenti del 134% dell’ansia e del 106% della depressione giovanile in America tra il 2010 e il 2018, anno in cui gli iPhone sono diventati di uso comune. D’altronde, è intrinseco nello sviluppo delle piattaforme social quello di vincolare i fruitori al proprio interno, corrodendo il rapporto con la realtà esterna. ll documento del Dicastero vaticano per la Comunicazione Towards Full Presence del 2023 avverte che «l’economia dell’attenzione» delle piattaforme ha come impatto quello di «predare il nostro desiderio umano di riconoscimento». L’essere umano, per le big tech, è primo motore di engagement, e basta.

Ovviamente, le piattaforme non sono state in silenzio. NetChoice, l’associazione che rappresenta Meta, Google e TikTok, ha presentato ricorso federale sostenendo che la legge viola il Primo Emendamento. I tribunali federali hanno già bloccato leggi simili in Arkansas, Ohio e California, ma esistono posizioni più sfumate. Esiste una tensione tra sano liberalismo e capacità critica, tra bene privato e bene comune, e una soluzione che dovrebbe passare da genitori consapevoli e strumenti messi a disposizione per la tutela dei figli che siano propositivi e non vincolanti.

L’unanimità politica dimostrata dal congresso della Virginia per la misura adottata contrasta però drammaticamente con la passività delle famiglie. Strumenti di controllo parentale esistono già — Apple Screen Time, Google Family Link, Instagram Teen Accounts — eppure rimangono sottoutilizzati. Questa inerzia rivela una crisi di fiducia nelle proprie competenze educative.

La legge della Virginia, al di là del suo destino giudiziario, funziona come specchio: riflette il grado di disintegrazione del tessuto familiare e comunitario. Che lo Stato debba intervenire per limitare l’esposizione dei minori a tecnologie che creano dipendenza indica non la necessità dell’intervento, ma la patologia che lo rende necessario. Il vero problema non sono i limiti temporali sui social media, ma l’erosione dell’autorità genitoriale che ha reso quei limiti impossibili da stabilire autonomamente.



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