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Libertà religiosa e unioni civili: la Chiesa risponde

Il 16 gennaio la Segreteria di Stato vaticana ha diffuso un comunicato con un’intervista di mons. Dominique Mamberti, segretario per le relazioni della Santa Sede con gli Stati, e una «Nota sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa Cattolica». Una risposta chiara ad alcune sfide gravissime.

San Pietro

Il 16 gennaio la Segreteria di Stato vaticana ha diffuso un comunicato che contiene un’intervista alla Radio Vaticana di mons. Dominique Mamberti, segretario per le relazioni della Santa Sede con gli Stati, e una «Nota sulla libertà e l’autonomia istituzionale della Chiesa Cattolica» preparata dalla Rappresentanza permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa. A quest’ultima Rappresentanza fanno capo anche i rapporti con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che non è un organo dell’Unione Europea, con cui non ha nulla a che fare, ma del Consiglio d’Europa, una realtà più ampia di cui fanno parte anche i Paesi non comunitari che sono geograficamente almeno parzialmente europei, compresi la Russia e la Turchia.

Il comunicato della Segreteria di Stato prende lo spunto dalla sentenza «Eweida e altri» della Corte Europea, del 15 gennaio, di cui anche la nostra testata si è occupata, ed estende la sua trattazione a due casi su cui la Grande Camera della Corte dovrà a breve pronunciarsi in sede di appello.
Nel primo caso – che avevamo a suo tempo commentato per La Bussola, segnalandone la pericolosità – la Corte aveva dato ragione in prima istanza a un gruppo di sacerdoti ortodossi progressisti romeni che avevano formato un «sindacato di preti» ostili alla gerarchia, contro il governo della Romania che aveva rifiutato di riconoscere questo sindacato.

Nel secondo caso, invece, «Fernandez-Martinez contro Spagna» la Corte di Strasburgo aveva dato ragione alle autorità spagnole, che a loro volta – in un caso relativo a insegnanti di religione nelle scuole statali la cui nomina (come in Italia) spetta ai vescovi – avevano giudicato legittimo che un vescovo ritirasse l’incarico d’insegnamento a un professore, un ex-sacerdote sposato, che pubblicamente professava dottrine contrarie al Magistero in tema di celibato, aborto, anticoncezionali e omosessualità.

Il comunicato della Segreteria di Stato fa chiarezza su tre punti delicati. Anzitutto, a proposito della recentissima sentenza Eweida, concentra le sue critiche – come anche noi avevamo fatto sulla Nuova Bussola Quotidiana – su uno dei quattro casi decisi dalla Corte, relativo a una funzionaria municipale londinese di cui i giudici europei avevano dichiarato legittimo il licenziamento dopo che si era rifiutata di partecipare alle cerimonie che uniscono due omosessuali in quella che la legge britannica chiama «civil partnership». Il comunicato ricorda che in casi in cui le norme corrispondano a un «relativismo morale» inaccettabile e anzi siano strumenti per imporre la «dittatura del relativismo», un cristiano non può accettarle e ha il diritto e il dovere dell’obiezione di coscienza.

La chiara presa di posizione della Segreteria di Stato elimina qualunque equivoco sulla «civil partnership» che la legge della Gran Bretagna propone come strumento per celebrare e regolamentare le unioni tra omosessuali. Certamente la proposta dell’attuale governo britannico di passare dalla «civil partnership» al matrimonio, chiamato con questo nome e celebrato in modo identico rispetto all’unione di un uomo e di una donna, peggiora ulteriormente il quadro. Ma anche la «civil partnership» – se impone ai credenti il diritto-dovere dell’obiezione di coscienza – è un simil-matrimonio camuffato sotto un nome diverso ed è assolutamente inaccettabile per i cattolici.

La precisazione è di qualche rilievo in Italia, dove l’onorevole Pierluigi Bersani – in contrasto con il suo alleato Nichi Vendola, che vorrebbe si parlasse di «matrimonio» – ha dichiarato che per le unioni omosessuali la soluzione che un governo da lui presieduto introdurrà in Italia è precisamente la «civil partnership» inglese. Una formula peraltro caldeggiata anche da esponenti della coalizione Monti e del Pdl, i quali forse pensano di potere così tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, i cattolici e i laicisti. Ora la Santa Sede fa chiarezza: nessuna apertura alla «civil partnership» per gli omosessuali.

Il secondo punto su cui interviene il comunicato è il diritto della Chiesa di stabilire chi ne fa parte e chi no, e di regolarsi di conseguenza. Lo Stato non può ingerirsi nelle vicende interne della Chiesa. Per questo la Santa Sede scende in campo a fianco della Chiesa Ortodossa Romena, sostenuta dal suo governo, nella vicenda del sindacato di preti progressisti.
La Chiesa Ortodossa ha il diritto di stabilire, in modo sovrano, quali comportamenti dei suoi sacerdoti sono accettabili, e quali – compreso creare un sindacato per attaccare la gerarchia – non lo sono. Evidentemente quello che vale per la Chiesa Ortodossa vale anche per la Chiesa Cattolica. E in questo senso la Santa Sede auspica che sia confermata in sede di appello la lodevole decisione di primo grado della Corte Europea nel caso Fernandez-Martinez.
Dove la legge affida ai vescovi il compito di selezionare gli insegnanti di religione per le scuole statali, i vescovi devono avere il diritto di escludere gli insegnanti che professano pubblicamente, ovvero propongono agli alunni, dottrine in contrasto con il Magistero della Chiesa.

Nella Chiesa, precisa il comunicato, c’è la «libertà dei figli di Dio». Ma «questa libertà è in relazione di dipendenza rispetto alla verità (“la verità vi farà liberi”: Gv 8, 32): ne risulta che non può essere invocato per giustificare un attentato alla verità. Così un fedele, laico o religioso, non può, di fronte alla Chiesa, invocare la sua libertà per contestare la fede – per esempio prendendo posizioni pubbliche contro il Magistero – o per recare danno alla Chiesa – per esempio creando un sindacato civile di preti contro la volontà della Chiesa». E «non appartiene allo Stato entrare in questa sfera e fare decidere dai giudici queste controversie».

Si tratta di una sfida gravissima per la Chiesa Cattolica. Se i giudici potessero decidere chi i vescovi devono nominare a un certo posto e chi no, chi ha diritto di rimanere nella Chiesa Cattolica e chi può essere escluso, la Chiesa sarebbe totalmente infeudata allo Stato e la libertà religiosa scomparirebbe.

Il terzo punto su cui il comunicato interviene risponde a una obiezione. Esistono gruppi religiosi – le cosiddette «sette», ma non solo – dove i leader abusano, fisicamente e spesso sessualmente, dei fedeli. Anche questi leader invocano la libertà delle religioni di regolare i loro problemi interni senza interferenze dello Stato. Difendendo la sfera interna della Chiesa dall’interferenza dello Stato e dei giudici la Chiesa Cattolica non si pone nella stessa posizione di questi gruppi, o di fatto li aiuta? No, risponde il comunicato. «La Chiesa non chiede affatto che le comunità religiose siano zone di “non-diritto”, dove le leggi dello Stato cesserebbero di trovare applicazione». L’autonomia delle comunità religiose è un valore prezioso, ma ha dei limiti. I limiti derivano dal diritto naturale e dall’«ordine pubblico», quest’ultimo inteso però non in senso positivista come il mero insieme delle leggi esistenti – alcune delle quali potrebbero essere moralmente ingiuste – ma come «ordine pubblico che deve rispettare la giustizia», il cui metro di giudizio è la stessa «morale naturale».

Dunque in nome della libertà religiosa un gruppo non può rivendicare, per esempio, il diritto del leader a abusare sessualmente dei suoi seguaci perché la libertà religiosa trova un limite nella morale naturale, la quale vieta l’abuso sessuale.
Tuttavia, in un clima in cui sotto pretesto di attaccare le cosiddette «sette» in diversi Paesi si propongono norme generali che restringono la libertà religiosa, il comunicato ricorda che al di fuori di casi estremi dove il contrasto con la morale naturale è evidente – «trattamenti inumani e degradanti, [negazione del] rispetto dell’integrità fisica e morale delle persone, compreso il loro diritto di abbandonare liberamente le loro comunità religiose» – il principio della libertà di religione deve prevalere, e «spetta alle autorità civili rispettare l’autonomia delle comunità religiose, in virtù della quale esse devono essere libere di funzionare e di organizzarsi secondo le loro regole proprie».