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Il punto sulla guerra

Libano, Israele sta occupando e demolendo villaggi cristiani

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Le forze israeliane hanno introdotto nel sud del Paese dei Cedri una “zona tampone” interdetta ai residenti e che conta diversi villaggi interamente cristiani. Le demolizioni per “disarmare Hezbollah”. Nuove uccisioni – tra le vittime anche una giornalista – nonostante la tregua.

Libertà religiosa 24_04_2026
Foto da Elisa Gestri

Dopo l'entrata in vigore, nella notte tra il 16 e il 17 aprile, della tregua di dieci giorni tra Libano e Israele, annunciata da Donald Trump, lo Stato ebraico ha comunicato di aver introdotto unilateralmente nel sud del Libano una “zona tampone” occupata da IDF, interdetta ai residenti che volessero rientrare nei loro villaggi. L'aggressione israeliana al Libano ha prodotto dal 2 marzo al 17 aprile più di un milione di sfollati, la maggior parte dei quali provenienti dal sud del Paese e dalla dahyie, periferia di Beirut a maggioranza sciita. Avichay Adraee, portavoce dell'esercito israeliano in lingua araba, in una serie di comunicati su X ha precisato i contorni dell'area, divisa dal resto del Paese da una “linea gialla” (ricordiamo che il giallo è il colore della bandiera di Hezbollah). A ovest, la linea nasce al largo delle coste libanesi, nella zona marittima in cui negli ultimi anni sono stati scoperti giacimenti di gas naturale, raggiunge la terraferma all'altezza di Ras al-Bayada (circa 8 chilometri dal confine con Israele), sale verso nord in direzione di Nabatiye e prosegue ricalcando la Linea Blu fino alla Valle della Bekaa ad est, al confine tra Libano e Siria. L'area è controllata da IDF; descritta come “zona di difesa avanzata” per proteggere il nord di Israele da Hezbollah, si estende per centinaia di chilometri quadrati e si addentra nel territorio libanese dagli otto ai dieci chilometri dal confine con lo Stato ebraico. La zona comprende al suo interno cinquantacinque tra cittadine e villaggi occupati dall'esercito israeliano ai cui residenti è proibito accedere.

Oltre al già citato promontorio di Ras al-Bayada, rientrano nell'area Naqoura, che ospita il quartier generale del Corpo di Interposizione di Unifil, Chama, sede del contingente italiano dello stesso, Tayr Harfa ad ovest, Beit Lif, Ayta el Chaeb (quasi completamente distrutta da IDF), Blida al centro, Aynata, Kfar Kila, Odaysseh, Markaba (completamente distrutta da IDF) ad est. Per via della loro composizione demografica, alcuni dei villaggi compresi nella lista delle località proibite ai libanesi non rientrano nell'orbita di Hezbollah. Marjayoun, ad esempio, ha maggioranza di cristiani (nell'ordine, greco-ortodossi, greco-cattolici e cattolici maroniti), 20% di sunniti e 6% di sciiti; Debel, dove un soldato di IDF è stato colto a fare a pezzi un crocifisso, rimpiazzato da una nuova statua portata in dono dal contingente italiano di Unifil, è un villaggio cattolico maronita; Rmeich, dove mille persone sono tagliate fuori dalle vie di comunicazione e attendono l'apertura di un corridoio umanitario perché soccorritori e aiuti le possano raggiungere, e Ain Ebel hanno popolazione interamente cristiana. Per quanto riguarda i villaggi che insistono sul confine con Israele, IDF sta procedendo a demolire sistematicamente con ruspe, dinamite e bulldozer edifici pubblici e privati, strade, scuole, ospedali, chiese, moschee, palestre, stadi e impianti sportivi onde “disarmare Hezbollah” ed eliminare la presenza della milizia sciita a ridosso di Israele, come ha chiesto il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz.

Di questi, Al-Qawzah, Alma el Chaab, Ayta el Chaeb, Kfour, Khiyam, Sarada e Kfarwa sono interamente cattolici maroniti e avevano già subito gravi danni nell'aggressione israeliana di ottobre-novembre 2024; Abou Chach è già diventata una “città fantasma” secondo la stampa che vi ha avuto accesso; Debbine, dove chi è rientrato nonostante gli ordini di IDF ha trovato bandiere israeliane piantate sugli edifici, è a maggioranza cristiana ortodossa e greco-cattolica; Srifa è un villaggio sciita nel distretto di Tiro dove IDF ha causato numerose vittime prima e dopo il cessate il fuoco, tra cui un bimbo di un anno e mezzo. È stata anche demolita la città sciita di Bint Jbeil, capoluogo del distretto a cui appartengono molti dei villaggi sopra citati, situata a cinque chilometri dal confine; qui ha infuriato per giorni una cruda battaglia tra soldati dei corpi di élite di IDF ed effettivi di Hezbollah, con i primi che hanno circondato la città e i secondi che vi si sono rifugiati dentro.

Oltre al divieto di attraversare la “linea gialla”, ai cittadini libanesi è stato anche ingiunto di non avvicinarsi al fiume Litani (a circa trenta chilometri dal confine con Israele), i cui ponti  sono stati fatti saltare in aria dai soldati israeliani, tuttora dispiegati nella zona, isolando così il sud dal resto del Paese. L'esercito libanese ha ora parzialmente ripristinato le vie di comunicazione ma IDF, incurante delle manovre delle Lebanese Army Forces (LAF), continua ad attaccare chiunque si avvicini al Litani o alla “zona di difesa avanzata”. Così hanno trovato la morte, tra le altre, una persona a Jabbour, nella valle della Bekaa; due persone a bordo di una macchina, definite da IDF due “membri di Hezbollah”, nei pressi di Toul, distretto di Nabatiye. Nel villaggio di At-Tiri, distretto di Bint Jbeil, IDF ha colpito un'automobile uccidendo due persone; in un secondo attacco l'esercito israeliano ha centrato con la tecnica del double tap – dopo un primo attacco, si dà il tempo a soccorritori, giornalisti e residenti di radunarsi sul posto per poi colpire ancora – le giornaliste Amal Khalil e Zeinab Faraj, accorse sul luogo del precedente raid. Khalil, quarantadue anni, è morta e Faraj, gravemente ferita, è stata trasportata all'ospedale di Tiro dove è stata operata d'urgenza. Da notare che IDF ha impedito per ore alla  Croce Rossa di soccorrere le due giornaliste.

Non a caso, secondo il Ministero libanese della Salute Pubblica, al 22 aprile le vittime dell'aggressione israeliana in tutto il Paese sono salite a 2.475 (7.696 i feriti), a fronte dei 2.294 morti all'entrata in vigore del cessate il fuoco. Tra le 181 vittime in più vanno contati i corpi rinvenuti tra le macerie dopo che la tregua ha permesso di effettuare ricerche approfondite. Del milione circa di sfollati provocati dalle bombe israeliane – di cui solo circa 120.000 hanno trovato posto nei centri d'accoglienza predisposti dal governo – chi ha tentato di raggiungere il proprio villaggio al sud con l’aiuto dell’esercito libanese ha rinunciato e sta rientrando verso nord, a Beirut o nelle località in cui ha trovato rifugio.

Dal canto suo, Hezbollah sta continuando la sua battaglia disperata nel sud del Paese e nella valle della Bekaa; il “Fronte della Resistenza” libanese ha pubblicato giorni fa una cartina che illustra i principali teatri di scontro dei membri operativi della milizia sciita con IDF. L'esercito israeliano ha dichiarato in un recente comunicato che  Hezbollah ha sparato diversi razzi contro suoi operativi nel sud del Libano,  condannando le «violazioni dell'accordo di cessate il fuoco» da parte della milizia sciita.

L'occupazione militare israeliana del territorio libanese, le violazioni della tregua da parte sia di IDF che di Hezbollah sono materia di discussione dei colloqui diretti tra Stato ebraico e Paese dei Cedri, il primo dei quali si è tenuto giovedì 23 aprile a Washington sotto supervisione americana. A quanto si apprende, il Libano ha chiesto a Washington una proroga del cessate il fuoco, ma è verosimile che questa e ogni altra richiesta avanzata dal Libano in sede diplomatica – il ritiro di IDF dal territorio libanese, il rientro della popolazione del sud, la fine degli attacchi israeliani su civili, soccorritori, giornalisti e delle demolizioni sistematiche dei villaggi – vengano difficilmente prese in considerazione.

Israele insiste sul disarmo di Hezbollah e offre il “supporto sul campo” di IDF all'esercito libanese. Beirut non ha carte da giocare sul tavolo delle trattative, che sono al momento saldamente in mano a Tel Aviv e all’alleato americano.



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