L'elogio papale dell'Illuminismo aggira il nodo Chiesa-modernità
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Nel discorso del Papa all'Eliseo il 25 settembre hanno attirato l'attenzione le cinque righe dedicate alle «conquiste» dell'Illuminismo, tralasciando la separazione rivoluzionaria dei diritti dell'uomo da Dio e dalla legge naturale. Un passaggio breve ma sufficiente a far emergere un problema irrisolto.
A seguito del viaggio di Leone XIV in Francia è accaduta una cosa strana che merita attenzione. Il viaggio è stato ricco, denso, articolato: discorsi, incontri, visite… A dispetto dell’abbondanza di temi e situazioni capaci di attirare l’attenzione degli osservatori, molti si sono concentrati su cinque righe del discorso tenuto dal Papa all’Eliseo, davanti alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, il 25 settembre, primo giorno della sua permanenza in Francia. Anche La Bussola aveva concluso il suo primo articolo di sintesi sul viaggio papale, con un riferimento a questo passaggio. Per quale motivo cinque righe di un discorso hanno avuto la capacità di emergere e farsi notare con particolare evidenza, dentro un mare di altre righe di tanti altri discorsi?
Per capire la questione, sarà bene richiamarle. Il Papa stava parlando della Francia come una «terra delle antiche radici cristiane». Aveva richiamato alla memoria Sant’Ireneo e il battesimo di Clodoveo, sottolineando che l’anima della Francia «si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo». Poi era passato a parlare dell’Umanesimo, del Rinascimento e del Grand Siècle, a cui seguì – e qui cominciano le cinque righe – «l’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione».
Una semplice esegesi di questi passaggi è sufficiente per spiegare il clamore suscitato. L’Illuminismo ha avuto anche versioni moderate, come in Italia, ma qui il Papa stava parlando dell’Illuminismo francese, quello ateo e rivoluzionario. Sul piano storico ha portato ingiustizie e massacri, sul piano del pensiero politico ha portato la dissociazione più radicale mai pensata prima tra politica e religione cristiana. Ha portato anche i diritti dell’uomo? Sì, ma staccandoli dalla legge naturale e da Dio e proprio contro questi diritti deviati che non sono veri diritti la Chiesa ha sempre combattuto, dapprima condannandoli risolutamente e poi, con Giovanni Paolo II, cercando di contrapporre ad essi i diritti fondati sui doveri e quindi su Dio. Le cinque righe parlano di diritti “insiti nella natura umana”, ma l’Illuminismo o ha negato che si possa conoscere una natura umana, come nel suo massimo filosofo Immanuel Kant, oppure, affidava al potere politico il compito di cambiarla, come in Jean-Jacques Rousseau.
Leone XIV ricorda poi il motto nazionale “Libertà, uguaglianza e fraternità”, pure esso frutto dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. E afferma che esso porta «a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione». La libertà nata dall’Illuminismo è la libertà assoluta e originaria, priva di limiti, dell’uomo moderno. È la libertà “libertaria” che lotta contro ogni presupposto di ordine naturale o divino che la limiti nell’intento di dotarla di senso. L’uguaglianza è l’appiattimento numerico dei cittadini come individui, monadi senza relazioni secondo Rousseau, sommati l’uno sull’altro per dare espressione quantitativa ad una presunta Volontà generale. La fratellanza è l’universalismo cosmopolita massonico, che rifiuta i legami identitari naturali, storici e, ancor di più, soprannaturali, è la fratellanza senza un Padre imposta dalle armate napoleoniche e oggi dal globalismo ideologico.
Oltre a questi problemi, sullo sfondo, c’è poi quello principale. Con l’Illuminismo si struttura la modernità inaugurata dalla riforma luterana. L’ecumenismo impedisce ormai di ricordare quest’ultimo aspetto, dovremo fare lo stesso con l’Illuminismo? Come sappiamo, la modernità come periodo storico contiene molti elementi al proprio interno, anche buoni. Ma come sistema di pensiero comporta un insieme di principi che chiudono nell’immanenza. Se la Chiesa deve dialogare con la modernità nel primo significato, perché deve incontrare l’uomo moderno, non per questo deve però trascurare la modernità nel secondo significato, con i suoi inaccettabili principi, che nell’Illuminismo trovano una precisa espressione. Il dialogo col mondo deve distinguere tra questi due livelli, altrimenti importa la modernità atea nella Chiesa. Le cinque righe di Leone, che accettano l’Illuminismo, intendono accettare anche la modernità teoretica? Limitiamoci a dire che per questo bisognava almeno dedicarvi qualche riga in più.
Non riusciamo a non chiederci quale sia il senso di quelle cinque righe e, davanti all’inquietudine che nasce dalla loro esegesi, si cercano altre spiegazioni. Forse con la parola Illuminismo il Papa intendeva qualche categoria più generica dell’Illuminismo francese della ghigliottina? Anche Benedetto XVI nel discorso al Bundestag tedesco nel 2011 aveva detto che l’illuminismo era nato dal cristianesimo. Egli aveva della parola Illuminismo una valutazione ampia, illuminismo era da lui chiamato anche quello greco con cui la fede cristiana aveva avuto un incontro “provvidenziale”. Però Ratzinger parlava in Germania e non in Francia e parlare di Illuminismo in Francia significa una cosa sola.
Altra spiegazione, da qualcuno suggerita, è che Papa Prevost voglia superare tutta la questione, considerandola preconciliare. Lui, ordinato sacerdote negli anni Ottanta, vorrebbe dimenticare perché la Chiesa “deve andare avanti”. È una ipotesi, però considerare superato un problema non vuol dire risolverlo. E le cinque righe stanno lì a dirci che non è ancora stato risolto.

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