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L'economia arranca, i sindacati sanno solo scioperare

Lo sciopero di oggi, a prescindere dalla percentuale di adesione, che comunque si preannuncia alta, e dei danni che provocherà, conferma l’inadeguatezza e l’anacronismo dei sindacati italiani, incapaci di difendere le ragioni dei lavoratori e impegnati soltanto a galleggiare e a sopravvivere

Oggi potrebbe essere un’altra giornata campale per i trasporti italiani. E’ stato indetto, infatti, uno sciopero generale che rischia di provocare la paralisi del trasporto pubblico urbano e di mandare in tilt imprese, scuole, uffici pubblici e, naturalmente, il traffico. I sindacati Cobas, Cub e Usb hanno proclamato l’agitazione nazionale generale, che interesserà tutte le principali città italiane. Possibili limitazioni alle corse di treni, bus e metro. Oltre ai trasporti, potrebbero esserci disagi anche per altre attività.

In particolare nelle grandi città si teme il caos per i pendolari che si spostano con i treni regionali. Di solito queste agitazioni vengono indette non a caso di venerdì, per rendere la vita più difficile a chi si sposta durante i week-end per tornare a casa e ricongiungersi alla famiglia. Questa volta è stato scelto martedì 8 marzo, che è anche il giorno della Festa internazionale della donna. Cortei, manifestazioni, raduni, uscite serali tra donne saranno resi molto più difficili dalla mancanza di autobus e metropolitane, che costringerà lavoratori e lavoratrici a usare i mezzi privati, con inevitabili ingorghi e intralci al traffico cittadino.

Viene dunque da chiedersi perché mai queste sigle abbiano deciso di infierire così tanto sui cittadini italiani, già esasperati da due anni di divieti e lockdown e ora anche preoccupati dalle incertezze legate alla guerra russo-ucraina, con le sue inevitabili ricadute sulla stabilità socio-economica.

Lo sciopero – si legge sul sito Atm (l’azienda di trasporto pubblico milanese)- è stato indetto “per la tutela della salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori; per il rinnovo della moratoria sui licenziamenti; per la salvaguardia dei diritti nel lavoro agile; per un Welfare Pubblico ed Universale; per una pensione dignitosa a 60 anni di età; per il diritto al lavoro, a salari e carriere senza discriminazioni, soprattutto per le donne; contro le politiche di austerity; contro la forma di controllo classista; contro la precarietà lavorativa e sociale”.

Si tratta di rivendicazioni generiche e non urgenti, che potrebbero attendere, vista e considerata la gravità della situazione che stiamo vivendo a livello nazionale e internazionale.

Con i profughi che scappano in Italia dal fronte bellico ucraino, con i prezzi delle materie prime che rischiano di salire alle stelle, con le forniture di gas ed elettricità in bilico, con le stime al ribasso del Pil e della crescita economica, i sindacati reputano opportuno bloccare ulteriormente il Paese con le loro pretese, mostrando di non avere alcuna percezione della complessità della realtà e di essere completamente autocentrati, oltre che in crisi di rappresentanza e di credibilità.

Nel momento in cui vengono chiesti sacrifici a tutti i cittadini italiani, c’è chi impedisce a milioni di persone di poter andare a lavorare o a visitare parenti malati. Si bloccano i mezzi pubblici, che per molti cittadini privi di auto o di patente e impossibilitati a prendere i taxi sono vitali. I sindacati parlano ancora di discriminazioni classiste,  rifiutano qualsiasi forma di precarietà, che invece è diventata normalità in moltissimi settori, non solo quello dei trasporti (si pensi alle centinaia di migliaia di lavoratori del settore del turismo e della ristorazione che hanno perso il lavoro negli ultimi due anni e stanno cercando di ripartire con lavori saltuari e stagionali), e rivendicano una pensione dignitosa già a 60 anni.

Davvero un atto di egoistica arroganza in una fase storica nella quale tutti dovrebbero rinunciare a qualcosa e mettersi al servizio della ripresa del Paese, lavorando il più possibile per contribuire alla ripartenza della produzione e della commercializzazione di beni e servizi.

Lo sciopero di oggi, a prescindere dalla percentuale di adesione, che comunque si preannuncia alta, e dei danni che provocherà, conferma l’inadeguatezza e l’anacronismo dei sindacati italiani, incapaci di difendere le ragioni dei lavoratori e impegnati soltanto a galleggiare e a sopravvivere. Il draghismo li ha ulteriormente indeboliti e resi superflui, anche perché la parcellizzazione delle sigle sindacali ha accentuato la loro dimensione esclusivamente corporativa. Loro immaginano il nuovo welfare, di cui parlano, come un bengodi, non rendendosi conto che l’attuale situazione socio-economica porterà lacrime e sangue, non privilegi e certezze.

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