• SPACCATO DEL TRECENTO

Le lettere di santa Caterina, scritte per volere di Dio

Sono oltre trecento le lettere che santa Caterina da Siena scrisse ad autorità religiose e politiche del XIV secolo, Papi compresi. In esse, oltre alla richiesta che la sede del papato tornasse a Roma, si trova una sorta di vademecum per un buon governo, che può essere tale solo rispettando «la santa giustizia» di Dio. In tutte le lettere Caterina chiede, per il bene comune, che sia fatta la volontà divina.

Caterina (1347-1380), una ragazza semplice. Semianalfabeta, non va a scuola e non ha maestri privati. I suoi genitori la vogliono dare in sposa già a 12 anni ma lei dice no. Diventerà mistica, consigliera spirituale per potenti e alti dignitari e santa compatrona d’Italia e d’Europa.

È un vulcano di idee. Vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di grande ricchezza spirituale e culturale: la scena artistica e letteraria è erede di figure come Giotto (1267-1337) e Dante (1265-1321). All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entra nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Caterina si avvicina alle letture sacre pur essendo analfabeta. Da sola imparerà a leggere e a scrivere, ma userà comunque e spesso il metodo della dettatura. Inizia da subito ad interessarsi di politica, di rapporti tra Stato e Chiesa del suo tempo.

Le “Lettere”, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie “colate di lava”, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, immerge nel divino la realtà del suo tempo. La Storia ha bisogno di Dio per essere compresa. Parole infuocate d’amore per Cristo, quelle della santa senese. Le sue epistole sono un mélange di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti. La sua parola d’ordine è virilità. Una ragazza di vent’anni che chiede a papa Gregorio XI - da lei definito il “dolce Cristo in terra” - il ritorno alla sede papale, con fermezza e decisione.

Il suo epistolario è composto da oltre trecento lettere. Si avvale per redigerle dell’aiuto dei membri della cosiddetta “Bella brigata”, un gruppo di uomini e donne che la seguono, la sorvegliano nelle sue lunghe estasi, e sotto dettatura l’aiutano appunto a scrivere. Una sorta di collaboratori della santa, potremmo dire. In queste lettere possiamo trovare, oltre a uno spaccato della storia politica del Trecento, anche una sorta di vademecum per sviluppare un buon governo. Il “Principe ideale” di santa Caterina - per usare un’immagine analoga al “Principe” del Machiavelli - non è colui che sa mantenere il potere, ma chi sa essere grande dinanzi a Dio nella perfezione morale. La santa di Siena era consapevole delle miserie umane degli uomini politici e di potere. Dalle sue lettere rivolte ai potenti dell’epoca trapela una visione etica e morale del perfetto governante.

Il benessere sociale e umano coincide per Caterina con la grandezza morale e cristiana di chi governa. Lo Stato non può non guardare al Cielo, se vuole occuparsi delle “cose terrene”. Sarà celebre la sua frase: “Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia”. La grandezza dell’uomo politico, per Caterina, si basa sempre sull’umiltà. La figura ideale del cristiano che esercita il potere politico è da trovarsi nell’uomo che conosce cosa voglia dire la parola “carità”: soltanto così si può compiere ogni giustizia. Una giustizia - sempre - regolata dalla carità.

Quelle di santa Caterina sono parole taglienti e appassionate che rimbombano e percorrono l’Italia intera. Vincendo lo scherno e l’ostilità di quasi tutti i cardinali, riesce a convincere Gregorio XI a lasciare Avignone per far ritorno a Roma, dove il pontefice arriva nel gennaio 1377. Ma ben presto scoppia lo Scisma d’Occidente e Caterina è di nuovo attivissima contro le pretese dell’antipapa e in favore del vero papa Urbano VI, che la vuole a Roma. Nella Città Eterna, la santa continuerà a far sentire la sua voce.

È interessante - per comprendere la psicologia di Caterina, per entrare meglio nel suo mondo - addentrarsi in una sorta di analisi letteraria delle sue lettere. In queste, ad esempio, al “desiderio” della santa, espresso nella formula fissa dell’incipit della lettera, segue - quasi sempre - una parte di esposizione e di meditazione morale o spirituale. A questa, sussegue la narratio di fatti esemplari, o di eventi reali connessi alla precedente esposizione. Ma è significativo che l’esortazione non venga mai omessa. Caterina, non solo “chiede”, ma “vuole”. Basterebbe contare quante volte sia frequente il verbo “voglio” (ripetuto ben 146 volte) e il verbo “prego” che compare nelle lettere 113 volte. Santa Caterina “vuole” per il bene di tutti. “Vuole” per Dio.

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