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SANTI DA LEGGERE / 8

Le lacrime di san Lorenzo tra fede e letteratura

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Arso vivo su una graticola per la sua fede in Gesù, il giovane diacono trasformò la sua morte in testimonianza di fede. La sua figura, icona di coraggio e speranza, è stata celebrata anche nella letteratura, da Dante a Pascoli.

Cultura 01_12_2025
Martirio di san Lorenzo, ritaglio (Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna)

Tra i santi più amati dalla devozione popolare, la figura di san Lorenzo si staglia nella storia con contorni tanto essenziali quanto potenti. Le notizie sulla sua vita sono poche, ma bastano a restituire l’immagine di un giovane di Huesca (Osca, in latino), in Aragona, cresciuto alle falde dei Pirenei e destinato a diventare simbolo di fede incrollabile. Ancora ragazzo, Lorenzo si trasferì a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici, ed è lì che incontrò il futuro papa Sisto II. Tra maestro e allievo nacque un legame profondo, che li portò insieme a Roma, cuore pulsante della cristianità.

Quando Sisto, nel 257, fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il ruolo di arcidiacono, responsabile delle opere caritative che sostenevano oltre 1.500 poveri e vedove. Ma la sua missione fu spezzata dall’editto dell’imperatore Valeriano, che decretava la morte di vescovi, presbiteri e diaconi. Il 6 agosto 258 papa Sisto II cadde martire nelle catacombe di Pretestato; quattro giorni dopo, il 10 agosto, toccò a Lorenzo affrontare il supplizio. Arso vivo su una graticola, il giovane diacono trasformò la sua morte in testimonianza di fede, diventando icona di coraggio e di speranza.

Quella data, il 10 agosto, non è rimasta confinata alle cronache antiche. È entrata nella memoria collettiva e nella letteratura, caricandosi di simboli e significati. Dante la evoca nel Paradiso come esempio di volontà assoluta, mentre Pascoli la trasforma nella notte delle stelle cadenti, le «lacrime di san Lorenzo» che illuminano il dolore umano. Così, dal fuoco del martirio alle lacrime del cielo, san Lorenzo continua a vivere nelle parole dei poeti e degli scrittori.

Pascoli e il dolore che diventa poesia

Giovanni Pascoli (1855-1912) ha consegnato alla memoria collettiva la poesia X agosto, uno dei testi più intensi della raccolta Myricae. Pubblicata nel 1896 sulla rivista Il Marzocco, la lirica affronta il mistero della vita e del male, cercando di razionalizzare attraverso una forma metrica equilibrata (quartine di endecasillabi e novenari alternati) ciò che resta inspiegabile: il dolore.

Per Pascoli il 10 agosto non è una data qualunque, ma l’anniversario dell’assassinio del padre. Le stelle cadenti diventano così non solo il pianto del santo, ma anche il pianto personale del poeta e della sua famiglia. Il cielo «concavo» partecipa alle sciagure umane, inondandole di lacrime luminose, come se fosse complice e testimone delle ingiustizie che colpiscono gli uomini.

Al centro della poesia si dispongono due parabole simmetriche, costruite come fotogrammi di una sceneggiatura. La prima racconta di una rondine che, tornando al nido con il cibo, viene uccisa e cade come Cristo innocente, lasciando i piccoli condannati a morire nell’attesa. La seconda narra di un padre di famiglia che porta due bambole in dono e muore prima di rivedere i suoi cari, chiedendo perdono per la propria fragilità. Due storie parallele che mostrano come il male colpisca tanto gli animali quanto gli uomini, lasciando aperta la domanda: «Perché?».

Il cielo non risponde, ma piange. La terra resta «atomo opaco del male», piccola e cattiva, incapace di dare senso al dolore. Pascoli, attraverso la sua poesia, non offre soluzioni ma restituisce la percezione di un universo che partecipa alle sciagure umane con un segno visibile: le stelle cadenti, lacrime di luce che scendono nella notte di San Lorenzo.

Dante e il martirio di Lorenzo

Se Pascoli guarda al cielo stellato, nel Paradiso Dante Alighieri evoca direttamente la figura del martire Lorenzo. Beatrice, spiegando la condizione delle anime, cita il diacono romano che nel 258 d.C. affrontò il supplizio sulla graticola durante le persecuzioni di Valeriano.

Il verso «come tenne Lorenzo in su la grada» diventa appunto esempio di volontà assoluta, come il giovane romano Muzio Scevola che nel 509 a. C. cerca di uccidere il re etrusco Porsenna (che sta assediando Roma), ma, avendo fallito, si punisce bruciando la mano destra sul fuoco. Lorenzo, raffigurato nei mosaici ravennati del mausoleo di Galla Placidia, corre verso il martirio senza esitazione, offrendo un’immagine di fede incrollabile. Nelle rappresentazioni musive ravennati il male non appare: è già stato vinto dal bene, dissolto dalla memoria.

Il martirio di Lorenzo, celebrato il 10 agosto, si lega così alla stessa data che per Pascoli diventa simbolo di dolore personale. Due prospettive diverse, ma complementari: da un lato la fede incrollabile che affronta il fuoco, dall’altro la fragilità umana che si specchia nelle lacrime del cielo.

Un simbolo che attraversa i secoli

La notte di San Lorenzo non è soltanto un fenomeno astronomico o una ricorrenza religiosa: è un archetipo universale che unisce fede, poesia e memoria. Dal coraggio del martirio al dolore trasfigurato in versi, fino allo stupore delle stelle cadenti, il 10 agosto diventa un ponte tra passato e presente, tra la fragilità dell’uomo e la speranza di un senso più alto. Guardando il cielo illuminato dalle «lacrime di san Lorenzo», ci scopriamo parte di una storia che continua a parlare di coraggio, di amore e di bellezza, oltre ogni tempo.



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