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ORA DI DOTTRINA / 81 - IL SUPPLEMENTO

Le crisi nella Chiesa, la storia aiuta ad affrontare il presente

È un errore di prospettiva storica credere che le crisi del passato fossero più facili di quella attuale. Invece, guardare a quelle crisi, e a come il Signore ha guidato la Chiesa a superarle, è fondamentale per affrontare il presente.

Catechismo 10_09_2023

Inauguriamo una nuova serie di articoli  domenicali di apologetica, che si propongono di fare qualche incursione nelle grandi crisi che la Chiesa ha vissuto e affrontato nel corso della sua storia bimillenaria.

Senza la pretesa di esaurirne la complessità, riteniamo importante offrire un piccolo contributo per aiutare a recuperare una prospettiva che orienti il giudizio sugli eventi che accadono e nei quali spesso corriamo il rischio di sprofondare o dai quali veniamo travolti. Non è la prima volta che la Chiesa si trova a vivere una crisi terribile; il problema è che, quando non abbiamo sufficiente prospettiva storica, possiamo pensare che le crisi del passato erano tutto sommato più facili se non da affrontare, almeno da comprendere; pensiamo che almeno era chiaro dove stesse l’errore e dove la verità: erano poi gli uomini a dover decidere liberamente da che parte stare. Ma questo è, appunto, un errore di prospettiva.

Se alcune cose sono per noi ormai chiare, è perché il Signore ha guidato il suo popolo fuori dalla crisi, illuminando alcune menti, rafforzando alcuni pastori, riempiendo di carità tante anime perché pregassero e offrissero, rovesciando i potenti e confondendo i superbi. E tutto questo mentre da ogni parte avvenivano defezioni, si spargevano eresie, si provocavano scismi, atti riprovevoli venivano compiuti da sacerdoti, vescovi e a volte anche dai papi. E la Chiesa non è crollata, non si è estinta, non è divenuta sterile.

La mancanza di prospettiva storica comporta un prezzo terribile da pagare: ci troviamo smarriti nel presente, sotto la sua tirannia, senza punti di riferimento; viviamo nella frammentazione, favorita anche dalla modalità “comunicativa” dei social, e non riusciamo più a comprendere, letteralmente a tenere insieme l’oggi con lo ieri, a confrontare l’uno con l’altro in modo veritiero. Lo smarrimento poi genera ansia, preoccupazione, agitazione, sentimenti che alimentano comportamenti improntati ad un “si salvi chi può” più o meno scomposto. E si sa che nel fuggi-fuggi generale è facile inciampare, cadere, scontrarsi.

Prima di iniziare queste incursioni storiche, è bene bussare alle porte delle Sacre Scritture perché ci diano luce per comprendere il senso delle prove non tanto nella vita personale, ma in quella del popolo di Dio.

«Il segno più evidente dell’ira di Dio ed il peggior castigo che può infliggere al mondo si manifestano quando permette che il suo popolo cada nelle mani di sacerdoti che sono tali più di nome che di fatto». La citazione è tratta da Le mémorial de la vie ecclésiastique di san Giovanni Eudes (vedi qui, p. 45). Un’affermazione forte, che riflette l’insegnamento profetico. Quando il popolo di Dio cade nelle mani di guide pessime, siano esse civili o religiose, significa che Dio ha scelto di castigarlo a causa dei suoi innumerevoli e gravi peccati. Ma che cos’è un castigo? Che Dio castighi è un fatto e un’asserzione che troviamo praticamente in tutta la Sacra Scrittura, nei Padri, nei Dottori, nei Santi. Il punto è capire che il castigo è permesso da Dio fondamentalmente lasciando che gli uomini raccolgano il frutto delle proprie azioni inique. La finalità del castigo è sempre quella di correggere e purificare, facendo sì che gli uomini si rendano conto di quello che loro hanno costruito (o demolito).

Ricollegandoci alla citazione di san Giovanni Eudes, Dio permette che alcuni o molti pastori della Chiesa siano indegni perché, in fondo, il suo popolo già vive abitualmente e diffusamente in un modo sostanzialmente uguale a quello che esce dalla bocca di questi pastori o si manifesta nel loro comportamento. Per quanto possa apparire sgradito alle nostre orecchie, quando correttamente osserviamo che molte, troppe cose non vanno nei nostri pastori, significa che la colpa è anche nostra. Di me che scrivo, di voi che leggete e di tanti altri.

Nel capitolo 2, il profeta Isaia mostra le colpe gravi del popolo che hanno provocato il rigetto da parte di Dio: «Tu hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché rigurgitano di maghi orientali e di indovini come i Filistei; agli stranieri battono le mani. Il suo paese è pieno di argento e di oro, senza fine sono i suoi tesori; il suo paese è pieno di cavalli, senza numero sono i suoi carri. Il suo paese è pieno di idoli, adorano l'opera delle proprie mani, ciò che hanno fatto le loro dita» (Is 2, 6-8). Il popolo d’Israele, che Dio ha reso libero, ha protetto, cui ha procurato la terra, il tempio, il culto, la legge, si è messo a vivere come i pagani, che non conoscono il vero Dio. Non cercano più la sapienza di Dio, ma si volgono a maghi e indovini, magari con titoli di medici, scienziati, filosofi e quant’altro, che, oggi come allora, vengono considerati punti di riferimento dagli uomini che hanno dimenticato Dio. Né cercano la protezione di Dio, che non esitano ad offendere, ma nelle potenze straniere.

Ancora, il popolo ha vissuto nel lusso, sicuro e tronfio delle ricchezze prodotte con le proprie mani; ha riposto la sua fiducia nelle armi e nei cavalli ed è divenuto di fatto idolatra. Il popolo dunque vuole confidare nell’uomo anziché in Dio? Vuole circondarsi di beni e di sicurezze, non curandosi della legge di Dio che proibiva di aumentare il numero dei cavalli, dell’argento e dell’oro (cf. Dt 17, 16-17)? Dio acconsente che queste stoltezze si compiano fino in fondo. E dunque «il Signore, Dio degli eserciti, toglie a Gerusalemme e a Giuda ogni genere di sostegno, ogni riserva di pane e ogni sostentamento d'acqua, il prode e il guerriero, il giudice e il profeta, l'indovino e l'anziano, il capo di una cinquantina e il notabile, il consigliere e il mago sapiente e l'esperto di incantesimi. Io metterò come loro capi ragazzi, monelli li domineranno. Il popolo userà violenza: l'uno contro l'altro, individuo contro individuo; il giovane tratterà con arroganza l'anziano, lo spregevole, il nobile» (Is 3, 1-5).

Dio permette che al suo popolo venga meno tutto ciò che gli può dare stabilità, solidità, sicurezza: spariscono le guide sagge e illuminate, che proferiscono la parola di Dio e non quella che piace agli uomini; vengono meno i forti e i valorosi, lasciando il popolo senza difese. Il rifiuto del Giudice sommo porta alla sparizione di giudici onesti, il profeta non spiega più il senso delle cose, perché non interessa a chi si sazia di una vita gaudente e superficiale. A capo del suo popolo lascia che si ergano guide inesperte, instabili e capricciose come i ragazzini, puerili, senza vigore ed effeminate (così la Vulgata preferisce tradurre rispetto a «monelli»). L’esito di questi capi inadatti è la divisione nel popolo, la violenza fisica o verbale, l’arroganza e la perdita del senso del rispetto, della venerazione per gli anziani e i nobili, perché i primi hanno trascurato l’educazione dei giovani e i secondi non si sono presi cura dei più semplici.

È in questo quadro, che ci viene dalla parola delle Scritture e dei santi, che occorre sempre rimanere: la crisi della Chiesa nelle sue autorità, in qualunque epoca della sua storia, è l’esito ultimo della mancanza di fedeltà del popolo a Dio. Non ha dunque senso lamentarsi, sebbene a volte ciò sia comprensibile. Dobbiamo domandare perdono al Signore delle nostre colpe, tiepidezze, mediocrità e cambiare vita, supplicandolo di non permettere che cadiamo nella prova. E avere ferma fiducia che Dio non ha perso il controllo della sua barca, che è la barca di Pietro, non un’altra. Attende ad intervenire, non per disinteresse, ma per scuotere la nostra fede. Egli dorme per svegliare noi.