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Le conseguenze del sacerdozio sacrificato all'altare digitale

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Quando è il mondo virtuale a dettare le regole a chi evangelizza, è il ministero stesso a venirne stravolto. In cerca di numeri e visibilità si ribalta la logica del Vangelo e la "community" tende a sostituire la parrocchia. Il punto è uno: tornare alla realtà in carne e ossa e alla vita sacramentale.

Ecclesia 21_03_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Avendo esaminato nel precedente articolo la dinamica del mondo digitale, vediamo ora che nel contesto sacerdotale il rischio è evidente. Se l’obiettivo diventa accumulare followers, occorre adattarsi alle regole del sistema: produrre contenuti frequenti, offrire messaggi incisivi, costruire un’immagine riconoscibile e attraente.
Ci sono messaggi apodittici, quasi dogmatici, ad effetto, da ripetere per essere notati e così entrare nel mondo virtuale di chi conta perché ha i numeri. Il rischio è che si debbano recitare dei mantra che colpiscono per la loro incisività, ma più spesso per il fatto che sono fuori dalle righe, controcorrente. Un prete che accetta questa mentalità social sarà tanto più influente quanto più il suo messaggio è dirompente. Ecco allora la rincorsa a messaggi, slogan, originali e in controtendenza rispetto alla fede e alla morale bimillenarie della Chiesa. Un prete influencer che critica il cristianesimo e la Chiesa e assume una posizione di rottura rispetto all’insegnamento tradizionale avrà sicuramente più numeri di chi dice le cose di sempre senza cambiare per un prurito di novità. Anche chi accusa la Chiesa reale di una crisi quasi irreversibile e ad essa contrappone la sua chiesa immacolata ma virtuale, avrà più successo mediatico.
Invece il sacerdote è chiamato a essere nel mondo senza conformarsi alla sua mentalità. Se accetta la logica dell’apparire come criterio dominante, non rischia forse di assimilare proprio ciò che dovrebbe trasformare con l’evangelizzazione? Il messaggio allora subisce una trasformazione. Non è più il Vangelo a determinare la comunicazione; è la community. Sembra che il digitale sia allergico al sacrificio, dottrina chiave della vita cristiana.
Perciò se la dimensione sacrificale — centrale nella vita di Cristo e nel ministero sacerdotale — viene attenuata o reinterpretata per risultare più accettabile, si produce uno slittamento teologico. Se Cristo non ha offerto liberamente la propria vita, che significato conserva la Messa? Che senso ha il sacerdozio?
Non si tratta solo di una questione comunicativa, ma di un problema che tocca il fondamento stesso della teologia.

La radice metafisica del problema
Alla base vi è una questione più profonda: la perdita del fondamento metafisico. La metafisica studia l’essere in quanto essere, non l’essere in quanto appare. Le cose sono prima di manifestarsi; non possono apparire se non esistono.
Se questa prospettiva viene meno, anche la teologia perde solidità. E se la teologia perde il suo fondamento, la vita sacerdotale e cristiana nella sua interezza rischia di essere plasmata dalle logiche esterne, comprese quelle mediatiche.
Per ritrovare un’autentica evangelizzazione digitale occorre ristabilire il primato della realtà sull’apparenza. Il virtuale deve rimanere uno strumento al servizio del reale, non il contrario.

L’identità digitale e il rischio della sostituzione
L’identità on-line, continuamente curata e ottimizzata, può progressivamente invadere quella reale. Non ci si limita più a rappresentarsi: si finisce per conformarsi all’immagine costruita.
Però non tutto ciò che conta può essere pubblicato. Anzi, la dimensione più autentica di una persona spesso risiede nel non detto, nell’invisibile, in ciò che non viene esibito.
La tradizione spirituale parla di nascondimento, di lotta interiore, di distacco dalla mentalità mondana. Se questa dimensione viene sacrificata sull’altare della visibilità, si corre il rischio di elaborare un Vangelo adattato alle aspettative del pubblico: un Vangelo proiettato, più che incarnato.

Le “chiese virtuali” e il distacco dalla realtà ecclesiale
Nel contesto italiano si osserva un ulteriore fenomeno: sacerdoti che, in nome dell’ortodossia o della difesa della dottrina, costruiscono comunità virtuali separate dalla Chiesa reale. Nascono così vere e proprie “cappelle digitali”, comunità che si alimentano quasi esclusivamente on-line.
Quando la prima comunità di riferimento diventa quella virtuale, la parrocchia reale perde centralità, la si può anche sacrificare in nome di una community che non lascia soli, più larga e più obbediente al proclama di turno. Si privilegia l’ampiezza numerica alla concretezza delle relazioni, alla verità della Chiesa, sacramento di Cristo, estensione nel tempo del mistero teandrico del Verbo. Ancora una volta si ripropone la stessa dinamica: il virtuale tende a sostituire il reale.

La soluzione: tornare alla realtà
Il punto decisivo è uno solo: tornare alla realtà, quella in carne ed ossa per intendersi. Bisogna ritornare alla concretezza del ministero, alla preghiera, alla vita sacramentale, alla tradizione spirituale della Chiesa. I social media possono essere strumenti utili, ma non devono mai trasformarsi nel criterio che definisce l’identità sacerdotale e l’identità cristiana.
L’evangelizzazione digitale sarà autentica solo se rimarrà radicata nella realtà ecclesiale, sacramentale e incarnata, così com’è, con i suoi peccati e le sue virtù. Il virtuale deve servire il reale. Non può mai sostituirlo.



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