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MEDIO ORIENTE

Le Chiese di Gerusalemme chiedono di superare l'odio fra popoli

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Un odio fra popoli apparentemente insanabile: questo sono Israele e i Territori oggi. Ma i cristiani non rinunciano alla speranza. Il messaggio delle Chiese di Gerusalemme e del cardinale Pizzaballa.

Ecclesia 05_03_2024
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa

Vivono in un carcere a cielo aperto. Non possono né uscire, né tanto meno rientrare nei loro villaggi. La loro vita è sempre più difficile e costantemente in pericolo. Scarseggiano cibo e medicinali. Israele non vuole più lavoratori palestinesi all’interno del suo territorio, e questa decisione potrebbe essere il colpo di grazia definitivo nei confronti di questo popolo. Infatti, in Cisgiordania, non c’è più lavoro, il turismo è crollato, alberghi e ristoranti sono chiusi.

Da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas, in Palestina si vive in condizioni al limite del collasso. La gente non sa a chi rivolgersi nella ricerca di aiuto, ma c’è ancora una speranza. Tutti, cristiani e musulmani, sono convinti che non saranno abbandonati da Dio, nel quale ripongono la loro fiducia, nonostante le molte domande alle quali, naturalmente, non si può sfuggire. In particolare, i cristiani, si chiedono come continuare a vivere cristianamente in questo conflitto così lungo e lacerante, dove non c’è giustizia e l’umanità è brutalmente calpestata. «La risposta di Dio alla domanda sul perché della sofferenza del giusto, non è una spiegazione, ma una Presenza. È Cristo sulla croce», scrisse il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, in una lettera indirizzata ai fedeli della Chiesa Madre, poco dopo l’inizio di questo conflitto.

I palestinesi, sempre più sfiduciati, si sentono abbandonati. Indicano soprattutto gli israeliani, ma anche la comunità internazionale come colpevoli e responsabili delle loro sventure. Mettono sotto accusa le varie cancellerie che non si sono schierate, in modo netto e chiaro, nel condannare Israele, e non hanno utilizzato i mezzi a loro disposizione per mettere la parola fine a questa guerra che sta provocando migliaia di vittime innocenti. Lo stesso fanno gli israeliani che rivolgono pesanti critiche a chi non condanna apertamente l'azione compiuta da Hamas il 7 ottobre dello scorso anno.

A Gerusalemme, venerdì scorso, prima della preghiera musulmana, la polizia ha bloccato diverse strade che conducono alla Città Vecchia e ha impedito gli spostamenti dei cittadini palestinesi che si stavano recando alla moschea di al-Aqsa. Ostacolare la preghiera non fa altro che aumentare la rabbia. E l’odio, tra i due popoli, dilaga sempre più e sarà uno dei tanti, se non il principale ostacolo alla pace. «Ma non bisogna farsi prendere dai suoi legami di violenza – sottolinea Pizzaballa –. La fede è vita, deve parlare alla vita. Pace e vittoria non stanno insieme perché la pace include l’altro. Il messaggio cristiano è anzitutto uno stile di vita, non è chiudersi, segregarsi nel proprio dolore, ma accettare quello degli altri. Cristo aiuta a vivere con l’amore gratuito, l’incontro e il cambio di prospettiva».

Ricostruire un nuovo tessuto di convivenza sociale tra palestinesi e israeliani sarà un cammino lungo, ma un percorso inevitabile. «Le manifestazioni che si svolgono in varie parti del mondo – ribadisce il cardinale Pizzaballa – dovrebbero servire ad aiutarci a riportare, nella società civile sia israeliana che palestinese, pace e tranquillità. Non odio tra i popoli».

Pace! Pace! Tutti la invocano, ma questa agognata pace tarda ad arrivare. Si chiede pace per la Striscia di Gaza dove si continua, purtroppo, a morire. La Strage del pane, della scorsa settimana, miete ancora vittime. Il Ministero della Sanità della Striscia afferma che almeno quindici bambini sono morti, negli ultimi giorni, per malnutrizione e disidratazione presso l'ospedale Kamal Adwan di Gaza City, poche ore dopo che il capo dell'Unicef aveva messo in guardia contro la malnutrizione acuta nell'enclave assediata.

I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme, all’indomani della deplorevole strage hanno condannato l’attacco contro civili innocenti chiedendo che le parti in guerra raggiungano un cessate il fuoco immediato e prolungato, che consenta la rapida distribuzione dei soccorsi in tutta la Striscia e l’attuazione di un rilascio negoziato di coloro che sono detenuti come prigionieri. Ed ancora: «Nell’esprimere queste suppliche a nome di tutti gli innocenti che soffrono a causa della guerra, noi trasmettiamo le nostre speciali preghiere di sostegno alle comunità cristiane di Gaza sotto la nostra cura pastorale. Tra queste, gli oltre ottocento cristiani che si sono rifugiati nelle chiese di San Porfirio e della Sacra Famiglia a Gaza City da quasi cinque mesi. Allo stesso modo estendiamo le stesse espressioni di solidarietà all’intrepido personale e ai volontari dell’Ospedale Ahli, gestito dagli anglicani, e ai pazienti che servono».  

Un accordo, però, tra israeliani e Hamas è sempre più lontano. Il governo Netanyahu non ha inviato nessuna delegazione al Cairo per proseguire i colloqui per una eventuale tregua. Una “disapprovazione”, quella del primo ministro, per non aver ricevuto “risposte” da Hamas in merito alla richiesta della lista di ostaggi ancora in vita e di prigionieri palestinesi interessati all'eventuale accordo di scambio tra le parti. Mentre la diplomazia è messa a dura prova, l’esercito israeliano annuncia, attraverso le onde della radio militare, di aver ucciso centotredici miliziani di Hamas nel corso di una battaglia nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Le vittime, dall’inizio della guerra, hanno superato le 30mila unità, mentre i feriti sono più di 71mila.

«Davvero si pensa di costruire un mondo migliore e in questo modo? Davvero si pensa di raggiungere la pace? Basta! Diciamo tutti basta!», è l’accorato grido di papa Francesco. «Fermatevi! Incoraggio a continuare i negoziati per un immediato “cessate il fuoco” a Gaza e in tutta la regione, affinché gli ostaggi siano subito liberati e tornino dai loro cari che li aspettano con ansia, e la popolazione civile possa avere accesso sicuro ai dovuti e urgenti aiuti umanitari».

E i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno aggiunto: «La nostra speranza è che la fine delle ostilità, il rilascio dei prigionieri e la cura degli oppressi aprano un orizzonte per serie discussioni diplomatiche che portino finalmente a una soluzione giusta e duratura, qui nella terra in cui nostro Signore Gesù Cristo ha preso per primo la sua croce in nostro favore. Possa Dio concedere a tutti noi la sua grazia mentre cerchiamo di realizzare questa visione pasquale piena di speranza». La sensazione è che si sia di fronte a chi fa un utilizzo smodato della forza e della violenza, ritenendole l’unica soluzione; e dall’altro, a chi possiede solo il vigore della “parola”, apparentemente più debole e soccombente. Ma certamente, alla lunga, non può non aver ragione che la seconda visione.    

Nel frattempo, acque agitate nel governo israeliano. Benjamin Netanyahu non ha gradito che Benny Gantz, membro del Gabinetto di guerra di Israele, sia volato a Washington per incontrare la vicepresidente Kamala Harris, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan e membri del Congresso, sia democratici che repubblicani. Netanyahu, furioso, riferiscono fonti della Knesset, ha proibito all'ambasciatore israeliano di dare assistenza a Gantz, che rientrato in Israele ha già programmato un altro viaggio, per una breve missioni diplomatica a Londra. Ma non è tutto: una raffica di dimissioni ha scosso l'esercito israeliano. Il numero due dei portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), il tenente colonnello Daniel Hagari, e un gran numero di alti funzionari del sistema informativo hanno annunciato le loro dimissioni per «problemi personali e professionali».