• LA LETTERA

Le canzoni di successo invitano all'ozio e alla dissociazione

In ben due successi nazionali del momento, Una vita in vacanza de Lo Stato Sociale e Le canzoni di Jovanotti, il messaggio è pressoché identico: prenditi una vacanza permanente. Prenditi anche una vacanza dalla realtà. Un messaggio opposto rispetto alla vita attiva cristiana.

Gentile direttore

In questo mondo “dopo Gesù, senza Gesù”, come scriveva Peguy, ci troviamo a riaffrontare dei vecchi problemi a cui il cristianesimo aveva già trovato adeguata soluzione. Me ne sono reso conto in questi giorni quando ho iniziato ad ascoltare una emittente radio italiana. Due hit, cioè due brani di successo che più volte venivano riproposti nel giro di poche ore, mi sono sembrati particolarmente significativi: Una vita in vacanza di una band dal nome suggestivo Lo Stato Sociale, e Le canzoni del celebre Lorenzo Cherubini, in “arte” Jovanotti.

La prima canzone ha una struttura abbastanza semplice, con due ritornelli ed altrettante strofe in cui si elencano diversi mestieri o professioni. Alcuni sono occupazioni abbastanza comuni: il cameriere, l'assicuratore, il poliziotto, l'estetista, il cuoco “stellato”. Altri sono più iconici: il rottamatore, l'esodato, il ladro o il derubato, il ricco di famiglia, l'eroe nazionale, eccetera. L'elenco si interrompe con una domanda: “Perché lo fai?”. L'interrogativo è interessante poiché richiama alle ragioni del vivere e del lavorare. Temi tutt'altro che banali, anzi, d'importanza capitale ai fini di una vita appagante, felice, consapevole; una “vita buona”, come direbbe Aristotele. Invece di aprirsi a considerazioni antropologiche quali la ricerca del senso della vita, la vocazione, il bene comune, la costruzione di una società migliore – ricordiamoci che la band si chiama “Lo stato sociale”... - la canzone chiude subito la questione: “Perché non te ne vai... una vita in vacanza?”. Altro che alti valori o esercizio delle virtù eroiche, la soluzione è la fuga nell'ozio, il sogno irrealistico di un'isola esotica dove tutti sono felici (“una vecchia che balla”, “tutta la banda che suona e che canta”), dove non c'è alcuna novità di cui occuparsi poiché il tempo è fisso in un eterno presente (“niente nuovo che avanza”), dove la libertà coincide col perdere tempo (“libertà è tempo perso”) e soprattutto dove non vi sono né pressioni né difficoltà (“nessuno che rompe i coglioni, nessuno che dice se sbagli sei fuori”). La proposta è, insomma, quella di abbandonare una vita normale, cioè quotidianamente difficile, impegnativa, fatta di lavoro e di sacrificio, per soggiornare in un Club Med dove tutti ballano festosi. Un “paese dei balocchi”, una società fondata sul culto dell'ozio. Non era forse questo l'ideale agognato da nomi illustri quale Seneca e Cicerone? Ci torneremo a breve.

La canzone di Jovanotti si spinge un po' oltre. Il testo di Lorenzo Cherubini è più complesso del precedente, addentrandosi in considerazioni talvolta slegate l'una dall'altra. Il filo rosso del brano è sbrogliato dal ritornello, che parla del senso delle canzoni stesse. Queste, insegna il cantautore, “non devono essere belle”, cioè non devono proporre contenuti edificanti, ma “far ballare la gente, ognuno come gli pare, ognuno come si sente”. Ovvero: poco conta ciò che i testi sostengono, l'importante è che generino una sensazione di appagamento attraverso il ritmo, quel “tam tam” che detta appunto i tempi del ballo. Si tratta di una esperienza che potremmo definire di trance ipnotica: l'attenzione si focalizza su di una unica fonte di informazioni, la musica, che diviene predominante – pensiamo allo stordimento della discoteca – mentre tutto il resto passa in secondo piano. Attratta dal ritmo, la mente, in realtà, si distrae: entra dentro una specie di dormiveglia in cui i pensieri diventano sempre più semplici e ripetitivi, in modo analogo a quando ci si sta per addormentare (il cosiddetto stato ipnagogico). In tale condizione, del tutto naturale e sovente attivata spontaneamente, il corpo vive una specie di rilassatezza, che la maggior parte delle volte è piacevole, mentre la mente si distanzia dalla realtà che ha di fronte – il termine degli psicologi è “dissociazione”. Se si vive uno stato di tensione o di agitazione la trance può far “perdere la testa” dentro altri ricordi, così come se si è stanchi, quando la mente ha bisogno di ricaricarsi. È quello che succede ad ogni studente dopo una mezz'oretta di attenzione prolungata. Quindi apparentemente lo stato di trance può costituire un toccasana che permette di allontanarsi dalla realtà esterna quando troppo faticosa per ritornarvi ristorati dopo breve tempo.

La canzone di Jovanotti però aggiunge: “come fosse per sempre”. Quella de Lo Stato Sociale parlava di una vita intera in una simile “vacanza” dalla realtà, dove non c'è nulla di nuovo che possa turbare lo status quo. Questi autori ci stanno insomma suggerendo di vivere il più possibile dissociati dal reale, che è faticoso, talvolta brutto, insopportabile. Come non pensare alle “rimembranze acerbe” di Leopardi? Oggi però sappiamo, anche da una prospettiva neurofisiologica, che una permanenza prolungata in tale stato dissociativo non fa bene. Lo riportano alcuni ricercatori che hanno chiamato tale modalità di funzionamento “network default mode”, la modalità di funzionamento abituale della rete neurale. Ebbene, le persone che trascorrono un tempo prolungato immerse in se stesse mostrano la necessità di qualcosa di nuovo, di aprirsi al mondo, di riprendere un funzionamento attentivo normale. Lo sanno altrettanto bene i fumatori incalliti di canapa indiana, i quali alterano artificialmente la coscienza attraverso la sostanza psicotropa: l'apatia e il disinteresse che li avvolge sempre più lungamente è associato ad un incremento del nervosismo, dell’irritabilità, dell’intolleranza alle semplici frustrazioni, oltre che predisporre a dissociazioni ben più gravi, come quelle degli episodi psicotici.

Torniamo allora al tema delle canzoni. Per evitare le rogne della quotidianità i guru della nostra società suggeriscono di (s)ballarci al ritmo di musiche dai contenuti criticabili nonché di agognare una realtà senza fatica, magari come quella dell'adolescenza quando erano i genitori ad occuparsi delle cose serie. Si tratta di un vecchio problema, dicevamo. Alcuni filosofi avevano individuato nell'ozio il fine ultimo della vita degli intellettuali, anche se, è bene precisarlo, con accenti molto differenti dai due cantautori. I cristiani si erano opposti a tale visione, e con una certa sagacia: senza nessuno che procura il cibo, come si potrà oziare? Inoltre testimoniavano che anche il lavoro peggiore, quello cosiddetto manuale, poteva essere fonte di realizzazione se vissuto con una nuova coscienza – è per questo motivo che i primi cristiani venivano soprannominati “i viventi”. La vita attiva, come alcuni l'avrebbero chiamata, è parte essenziale della vita piena dell'uomo. Il lavoro ha una duplice funzione: personale e comunitaria. Personale perché permette ad ogni uomo di individuare il proprio ruolo nel mondo ed allo stesso tempo di evitare i vizi, quali il furto, la brama della roba altrui, gli affari loschi di cui parla San Tommaso nella questione 187 della Secunda secundae della sua Somma Teologica. Il lavoro ha anche una funzione sociale o comunitaria poiché nessun uomo da solo è in grado di svolgere tutte le attività di cui una società ha bisogno: “così il complesso di tutti gli uomini si serve degli uffici diversi di diversi uomini per esercitare tutto quello di ci ha bisogno l'umano consorzio e per cui non basterebbe l'opera d'un uomo solo” – scrive il Dottor Communis. La pigrizia, così come l'accidia, sono due vizi, non due virtù. Lo sapeva anche mia nonna la quale, nella sua semplicità da quinta elementare, si metteva a lavorare a maglia per diverse ore al giorno, senza che ve ne fosse la necessità.

Ancora una volta ci troviamo di fronte al problema del nostro tempo: la cultura mediatica ci impone una rivoluzione della tradizione. C’è da chiedersi se gli artisti credano davvero alle idee che professano. Penso, invece, che siano gli “utili idioti” di un disegno più ampio di disumanizzazione dell'umanità che è bene riconoscere per non ritrovarsi in fantastici eldorado pieni di rabbia e di noia, da soli, al soldo di qualche idolo diabolico.