• TENSIONE NEL GOLFO

L'attacco al petrolio saudita può essere partito dall'Iran

L'attacco con droni a lungo raggio che ha colpito le installazioni petrolifere in Arabia Saudita, il 14 settembre, è stato rivendicato dagli Houthi, ma potrebbe non essere opera loro. Si potrebbe celare, infatti, la mano dell'Iran, con un lancio dal Sud dell'Iraq o direttamente dal territorio iraniano. Un passo in più verso la nuova guerra nel Golfo

Crisi nel Golfo, conferenza stampa di Turki al Maliki

Sabato scorso un attacco con droni ha colpito il cuore economico dell’Arabia Saudita, destabilizzando il mercato petrolifero e il fragile equilibrio della regione mediorientale. Il raid è stato immediatamente rivendicato dagli Houthi – i ribelli sciiti che combattono contro il governo riconosciuto nella guerra civile yemenita -, che hanno promesso ulteriori attacchi contro il Regno.

Non è una novità: da anni, gli Houthi centrano aeroporti e installazioni petrolifere in Arabia Saudita in risposta all’intervento di Riad nella guerra civile yemenita (marzo 2015), al fianco del presidente Habdo Mansour Hadi. Tuttavia, pur avendo potenziato negli ultimi mesi le loro capacità militari – con droni in grado di volare per più di mille chilometri all’interno del territorio saudita -, la rivendicazione degli Houthi è apparsa poco realistica. “In passato, gli Houthi non hanno mai colpito così lontano e in un modo così preciso e coordinato” – ha dichiarato un funzionario dell’amministrazione americana – “Non ne hanno le capacità”.

Subito, dunque, si è sospettato che dietro l’attacco si celassero le capacità militari dell’Iran, da tempo accusato di sostenere e addestrare i ribelli yemeniti nella guerra civile. “Non c’è dubbio” – ha continuato il funzionario statunitense – “che il responsabile sia l’Iran. Le prove conducono in quest’unica direzione”. A conferma di ciò, la portata e la precisione dell’attacco, probabilmente condotto con droni e missili da crociera, che sarebbero riusciti a centrare in almeno 17 punti le installazioni petrolifere saudite.

Il 15 settembre, giorno successivo all’attacco, gli 007 americani hanno diffuso una serie di immagini satellitari che ricostruirebbero la dinamica del raid, mostrando che la postazione dalla quale sono stati lanciati i droni non si troverebbe a sud dell’Arabia Saudita, ma al nord o nord-ovest. Esclusa, dunque, la pista degli Houthi, rimane ora da capire da dove sia partito l’attacco. “Ci sono due opzioni”, ha dichiarato il funzionario statunitense, ovvero Iraq o Iran. Ad indagini ancora in corso, fonti dell’intelligence irachena hanno dichiarato che l’attacco sarebbe partito proprio dal sud dell’Iraq ad opera delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, milizie paramilitari, per la maggior parte sciite, finanziate e sostenute dall’Iran.

Le stesse fonti parlano di “una vendetta” nei confronti degli attacchi con droni che, nel mese di agosto, avevano ripetutamente colpito convogli e basi militari delle Forze di Mobilitazione Popolare stanziate in Iraq. Questi raid, la cui responsabilità, pur mai confermata, è stata attribuita a Israele, sarebbero stati lanciati da postazioni delle Syrian Democratic Forces (Sdf) nel nord-est della Siria, con il coordinamento e il finanziamento dell’Arabia Saudita. Israele infatti si appoggerebbe alle basi delle forze curde nel nord-est della Siria per colpire l’Iraq, non disponendo di droni con un raggio sufficiente per colpire direttamente il territorio iracheno.

L’ipotesi Iraq sembra essere stata avvalorata anche dai media del Kuwait, che lo scorso sabato – giorno dell’attacco – hanno parlato di un drone di circa tre metri, proveniente dal mare, che avrebbe sorvolato i cieli della capitale kuwaitiana: una tratta quasi obbligata per arrivare dall’Iraq all’Arabia Saudita. Il governo iracheno, tuttavia, ha drasticamente respinto la possibilità che il suo territorio nazionale sia stato utilizzato per il lancio dei droni contro l’Arabia Saudita, ribadendo l’impegno a “prevenire l’utilizzo dei suoi territori per aggressioni nei confronti dei suoi vicini, fratelli e amici”. Importante alleato regionale sia di Teheran che di Washington, Baghdad si trova stretto tra due fuochi e cerca di mantenere salde le relazioni con entrambi i Paesi.

C’è poi la seconda ipotesi, ventilata dai funzionari dell’amministrazione statunitense, ovvero che i droni contro le installazioni saudite siano stati lanciati direttamente dall’Iran. In un colloquio telefonico intercorso con il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha avvalorato questa possibilità, dichiarando di essere in possesso di informazioni che scagionerebbero l’Iraq. Pompeo si era già scagliato contro Teheran subito dopo il raid, con l’accusa di aver condotto “un attacco senza precedenti contro le forniture energetiche mondiali”.

L’amministrazione statunitense sembra dunque propendere per un attacco diretto dell’Iran contro gli interessi sauditi, scartando l’idea di un colpo messo a segno dai suoi proxy regionali: Houthi in Yemen o Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq. Accuse respinte con forza dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Mousavi, che le ha definite “un piano dei servizi segreti americani per distorcere l'immagine del Paese, ponendo le basi per mosse future”.

Teheran e Washington, intanto, si sono già dichiarate pronte a uno scontro. Se la responsabilità dell’Iran fosse confermata, si tratterebbe della dimostrazione che, nel caso di una nuova guerra nel Golfo, l’Iran potrebbe dare filo da torcere agli Stati Uniti.