• L'EDITORIALE

Lasciateci almeno costruire

Si resta sconcertati a guardare quanto accade nel nostro paese: tutti - dalla politica al sindacato al mondo dell'economia - hanno delle ragioni, ma alla fine manca la ragione, ovvero quel qualcosa che può trasformare tante ragioni in una strada comune.

sciopero

Difficile sfuggire a una sensazione di scoramento osservando la situazione politica ed economica. Guardando i tg si resta frastornati: tutti hanno delle ragioni, come negarlo? Ha ragione il governo a voler far quadrare i conti in fretta, e pazienza se non tutto è perfetto, ma hanno anche ragione gli enti locali che si vedono tagliare drasticamente le risorse; ha ragione l’opposizione che vede una manovra iniqua, hanno ragione i sindacati che, pur critici, non scioperano, ma ha qualche ragione perfino il sindacato che sciopera, anche se ieri – a guardare le immagini – sembrava di fare un salto indietro di qualche decennio.

Insomma non si può non riconoscere che tutti hanno delle ragioni, ma manca la ragione. Anche se inconsciamente, percepiamo che manca quel qualcosa che dà un senso e una prospettiva a tutte le possibili ragioni, un qualcosa di più grande capace di armonizzare e trasformare le tante ragioni in una strada comune. Nell’articolo che presentiamo come Focus, Massimo Introvigne spiega magistralmente che il peccato originale sta nel voler risolvere i problemi economici solo dal punto di vista economico, mentre se si vuole uscire dal tunnel, l’economia deve accettare di farsi guidare dall’etica.

Nell’intervista che abbiamo pubblicato su La Bussola Quotidiana pochi giorni fa, il presidente della Compagnia delle Opere, Bernhard Scholz, così descriveva il problema etico della nostra società: “Lo scopo dell’economia è lo scambio di beni e servizi in modo tale che ognuno possa avere quello di cui ha bisogno per vivere. Per questo il profitto è uno strumento. Invece il profitto è diventato uno scopo. Il problema morale è un problema culturale e comunque è un problema educativo”.

Ma c’è un altro punto che si lega immediatamente alle immagini di questi giorni. Diceva ancora Scholz, spiegando da quale certezza si può ripartire oggi: “La certezza che i talenti e le risorse che ti sono messe a disposizione ti sono date per costruire. Anche se le condizioni sono sfavorevoli noi dobbiamo avere la certezza che la vita è data per costruire e che le condizioni vanno affrontate per quello che sono. Io non posso farmi definire nelle mie certezze dalle condizioni nelle quali vivo. Qualsiasi difficoltà nella storia è stata superata con questa certezza. Quando questa certezza è venuta meno le culture sono cadute e non sono più state in grado di generare”.

Ecco, proprio questo giudizio spiega lo scoramento davanti a quel che accade: nessuno sembra avere veramente il desiderio di costruire, tutti - in un modo o nell'altro - appaiono schierati a difesa dei propri interessi, siano essi personali, di categoria, di partito o di schieramento. E’ impressionante e irritante sentire come si usano i problemi dei giovani, degli anziani, dei tartassati dalle tasse soltanto per promuovere il proprio partito.

A tenere ancora insieme questo paese sono quelli che nel loro lavoro, nella realizzazione della famiglia, nell’educazione dei figli non si fanno definire dalle condizioni esterne: dalla corruzione dominante, dal carrierismo trionfante, dal diffondersi delle scorciatoie al successo, da un potere che pretende perfino di ridefinire il concetto di famiglia e di indottrinare i bambini. Se c’è una speranza di futuro per il nostro paese – ma possiamo dire per l’Europa tutta – è in questa Italia, che non è né migliore né peggiore: è semplicemente gente che vuole usare i propri talenti per costruire, cioè per diventare uomini veri.

Che almeno la politica e il sindacato non impediscano anche questo.

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