a cura di Riccardo Cascioli
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L’architettura della decrescita, etica e sostenibile

A quanto pare gli edifici e il settore dell’edilizia sono responsabili del 39% delle emissioni di CO2. Colpiti da questa rivelazione o semplicemente dalle opportunità che in questo periodo si aprono per chi sposa il principio della sostenibilità, anche gli architetti si adeguano alla tendenza del momento. Quest’anno la Triennale dell’architettura di Oslo, inaugurata all’inizio di ottobre, si intitola: “Basta così: l’architettura della decrescita”. Intervistato dalla rivista di arredamento arte e design AD, Matthew Dalziel, fondatore dello studio Interrobang di Londra che ha curato l’evento, ha spiegato che d’ora in poi chi vuole esercitare la professione in modo etico e responsabile deve pensare l’architettura “come una disciplina che ha il suo fondamento nella ricostruzione, nel mantenimento e nel riuso”, cercando soluzioni architettoniche alternative “che rispondano in modo concreto all’emergenza climatica e alle disuguaglianze sociali”. La Triennale infatti quest’anno si svolge in tre luoghi “ricuperati” che i curatori definiscono “istituzioni di decrescita”: una banca del XIX secolo riconvertita in museo; due centrali elettriche trasformate in un think tank e in una scuola di architettura e design; e un garage adattato a galleria. Non solo. L’evento è stato allestito, ha spiegato Dalziel ad AD, “utilizzando materiali da costruzione riciclati da cinque manifestazioni precedenti; inoltre ci siamo preoccupati di trovare una futura collocazione per questi materiali. Questo modo di operare è scalabile, e può essere applicato anche ai nuovi edifici: i materiali non dovrebbero essere acquistati, se possono essere presi in prestito. Suonerà romantico, ma vivere sulla Terra significa, di fatto, prendere qualcosa in prestito dalla collettività: chi non partecipa a questo processo di condivisione, contribuisce a distruggere quello che lo circonda”. Alla domanda sul ruolo dei progettisti nello scenario attuale, Dalziel ha risposto: “Ci siamo resi conto che gli architetti, in quanto membri della comunità creativa, hanno il potere di fare la differenza. I politici devono fare la loro parte, ma le persone devono poter immaginare il cambiamento perché questo sia possibile. Credo che la nostra generazione sarà in grado di farlo”.