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L'animalismo ignorante

Michela Brambilla e Susanna Tamaro si scagliano contro gli allevamenti intensivi, ma con lo stesso criterio bisognerebbe vietare la coltivazione delle piante e i vasi da fiori sul balcone. L'uomo è onnivoro dall'origine, solo la rivoluzione agricola ha introdotto la possibilità di una dieta con maggior apporto di vegetali. 

Michela Vittoria Brambilla

In occasione dell’uscita del libro “Manifesto animalista” di Michela Brambilla, la scrittrice Susanna Tamaro ho scritto un articolo “di evidente supporto” apparso sul Corriere della Sera di martedi 4 dicembre 2012. Sin qui nulla di straordinario, le idee animaliste della Brambilla erano ben note, quelle della Tamaro assai meno, ma nulla che non sia lecito e comprensibile. Ciò che invece desta sorpresa sono due modalità contrapposte di vedere cose analoghe, ponendole artatamente in contraddizione:
- l’orrore per gli allevamenti intensivi in quanto tali, quindi a prescindere dai modi;
- la comprensione per gli animali da compagnia tenuti negli appartamenti, anche qui a       
prescindere.

Poiché sono un devoto del beato Stenone, che pregava Dio affinché lo salvaguardasse dal parlare di cose poco conosciute, mi permetto intervenire in quanto coordinatore di una Commissione che si è occupata del benessere animale negli allevamenti. Mi chiedo invece cosa ne sappiano la Brambilla, e soprattutto la Tamaro, di allevamenti e di quelli intensivi in particolare. Se dunque è tempo di serietà e di correttezza, e se questo è quanto chiediamo ai politici, perché non chiederla a chi ci informa (giornalisti) e a chi contribuisce a formare le nostre opinioni (fra questi gli scrittori)? Quale la pena per i trasgressori di queste regole elementari? Nessuna, salvo la “pena eterna” per i non pentiti, ma che almeno sia reso noto a tutti il nome di chi non si sforza nella ricerca della verità o non si astiene dal “parlare” essendo nell’ignoranza (nel senso etimologico della parola).

A questo punto, per fare un po' di necessaria chiarezza, voglio ricordare che l’uomo è diventato tale, cioè un organismo onnivoro-carnivoro, nel corso di circa 6 milioni di anni; una seria ricostruzione di cosa mangiasse sino a 10 mila anni fa (quando nacque l’agricoltura), mostra che il 60% circa era costituito da “animali” di ogni genere: insetti, pesci, molluschi, mammiferi, volatili. Dunque l’uomo mangia o dovrebbe mangiare per quel che è (onnivoro), e non già vantarsi di essere “quello che mangia”, come asseriva Feuerbach con ben altri significati; vero è che la dieta “agricola”, determinatasi negli ultimi millenni, ha mostrato non pochi difetti fra i quali ricordo solo la minor crescita in altezza, per non innescare polemiche.

Con questo non voglio dire che la dieta vegetariana sia un male in assoluto, specie per gli adulti, dico solo che i suoi fautori dovrebbero andare a praticarla nelle aree dell’India o del Congo, dove seguo un progetto di sviluppo; la scarsa “varietà” dei pochi cibi vegetali disponibili e l’insufficiente disponibilità creerebbero ancor più gravi problemi di malnutrizione se non vi fosse la “via di uscita”, sul piano nutrizionale, di qualche animale: pollame, maiali, capre, pecore, bovini, conigli, pesci… senza disdegnare topi, insetti vari e così via.
Lecito ed apprezzabile quanto fanno i vegetariani, l’astenersi volontariamente dalle “carni” era da tempo immemore pratica sollecitata anche dalla Chiesa; ma questo non significa condannarne l’uso, poiché allora dovremmo ricordare che anche la verginità è auspicata per il Regno dei Cieli, ma senza per questo imporla a tutti.

Ciò che invece reputo del tutto scorretto è condannare l’allevamento degli animali da reddito o da sperimentazione (anche se si “annacqua” il concetto scagliandosi contro la forma intensiva), “santificando” al contrario quello degli animali da compagnia – come se l’affetto indiscutibile dei loro proprietari bastasse a rendere la loro vita meno diversa da quella “naturale” che si chiede per gli animali da reddito. Se vogliamo essere seri, dobbiamo ammettere che qualsivoglia forma di allevamento altera la natura, ma la stessa cosa vale per la coltivazione delle piante e per i vasi di fiori sul nostro balcone; è quindi atteggiamento manicheo il dire questo si e questo no, a meno non si entri nel merito del come si opera.

Nel momento in cui si interviene sulla natura che all’uomo è stata affidata, secondo la Bibbia, non v’è dubbio che l’uomo ne deve assumere la responsabilità e fruirne solo per soddisfare le giuste esigenze dell’umanità (quella presente e quella futura). Tutto questo non significa lasciare le cose “come stanno”, altrimenti non si farebbero né coltivazioni né allevamenti, bensì operare correttamente per garantire quanto detto sopra. Se dunque, in circa 100 anni (il Novecento), la popolazione umana è aumentata di 4 volte, possiamo semplicisticamente accusare gli agricoltori di essere attratti dalla “ottusità della materia”, dal “denaro” e da non so cosa altro, solo perché potenziano i loro strumenti di produzione, fra cui gli allevamenti intensivi?

Lascio la risposta alle persone di buon senso, ricordo tuttavia che le “mucche al pascolo” citate con comprensione e commozione dalla Tamaro, non sempre se la passano meglio; ciò a causa dei parassiti che si portano, della frequente carenza di erba e di acqua per lunghi periodi, per le variazioni climatiche spesso improvvise e così via. Dopo di che non vi è dubbio che sono utilissime da molti punti di vista e la loro vita dura spesso più a lungo, ma è altrettanto vero che i loro bassi livelli produttivi – se estesi a tutti gli ambiti dell’agricoltura – porterebbero a due conseguenze alternative: evidente fame per gran parte della popolazione mondiale per insufficienza di alimenti o ampliamento della superfice “coltivata”  - per produrre le elevate quantità necessarie - a scapito di aree oggi lasciate alla natura come praterie e foreste. Di qui l’ovvia intensificazione, tanto delle colture vegetali quanto degli allevamenti, che tuttavia non significa affatto degrado per l’ambiente e tantomeno maltrattamento per gli animali.

Limitandoci ora agli animali, già si è detto che i loro prodotti sono necessari per una sana alimentazione dell’uomo, ma sono utili anche per una serie di altre ragioni: fibre tessili, pellami, lavoro ove mancano le macchine, utilizzo di praterie e pascoli, produzione di fertilizzanti, ecc.. Così se non possiamo negare che gli allevamenti intensivi siano tutt’altra cosa rispetto alle condizioni naturali di vita, al tempo stesso dobbiamo osservare quanto segue:
- se in essi vi sono svantaggi (mancanza di libertà, limiti all’attività riproduttiva), nondimeno vi sono notevoli vantaggi per gli animali: alimenti e bevande sempre disponibili ed in forma appropriata, protezione dai predatori e parassiti, nonché dai patogeni, infine attenuazione degli eccessi climatici;
- chiunque può facilmente rendersi conto di un controsenso suggerito dalla Brambilla e dalla Tamaro, cioè a dire che negli allevamenti intensivi gli animali soffrono per piaghe, osteoporosi ecc. Ma se ciò fosse vero, come potrebbero produrre con l’efficienza che gli allevatori si attendono ed in effetti realizzano?
- la verità è che, a fronte di rari casi di quanto detto sopra, si tende a generalizzare per ragioni che alcuni ritengono “nobili”, ma che rimangono vere e proprie falsità. Sarebbe  come se, ben sapendo che molti abbandonano i loro cani o gatti, o anche li trattano male, noi si dicesse: anche gli animali da compagnia vivono nell’incubo dei “lager”.

Per concludere, invito le Signore comprensibilmente preoccupate per gli animali, ad essere più attente alla realtà; come si può ad esempio attribuire, sia pure in ipotesi, l’allergia da latte - che spesso allergia non è, ma intolleranza al lattosio - all’uso degli antibiotici che fortunatamente esistono per il bene di uomini ed animali? In particolare, il mio invito è a distinguere correttamente fra cose ben o mal fatte; senza tuttavia dimenticare che si tratta di un qualcosa di cui l’umanità ha assoluto bisogno (anche se talora si esagera). Da parte nostra, posso assicurare che non da oggi siamo impegnati per far comprendere agli allevatori  che mettere gli animali allevati in condizioni di “sostanziale” benessere è anzitutto loro interesse (produzione più elevata ed efficiente), oltre che rispetto per la creazione che Dio ci ha data, ma perché la custodissimo e nel frattempo se ne traesse il necessario per l’umanità, non per disporne a piacimento.

* Istituto di Zootecnica
   Facoltà di Agraria
   Università Cattolica Sacro Cuore - Piacenza