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L'America è infelice? Il virus e Trump non c'entrano

Tra gli studi che indagano l’impatto del Covid-19 sulla psicologia delle persone c’è anche quello dell’Università di Chicago: i media lo presentano con toni drammatici, ma l'unico modo per scoprire se siamo felici è quello di tracciare un grafico che segni quanto divario c'è fra la nostra vocazione (adesione al progetto che ci è affidato) e la nostra vita attuale. Proviamo e magari scopriremo che né la Quarantena ne il Covid possono incidere.

Tra i vari studi che indagano l’impatto del Covid-19 sulla psicologia delle persone c’è anche lo studio proposto dall’Università di Chicago. Gli articoli che danno conto di questa ricerca hanno toni piuttosto drammatici. La CNN, ad esempio, titola: «Un’infelicità record regna mentre gli americani pensano che qualcosa sia andato storto negli Stati Uniti». L’Associated Press non è meno drammatica: «Sondaggio: gli americani sono più infelici di quanto siano mai stati in cinquant’anni».

Il tema della felicità è molto importante negli USA: basti pensare che, nella loro famosa costituzione, hanno inserito tra i diritti inalienabili dei cittadini statunitensi quello «alla ricerca della felicità». D’accordo: hanno un modo tutto loro di intendere la felicità, sul quale potremmo obiettare a lungo. Ma non dilunghiamoci troppo su queste questioni, e torniamo al Covid.

Pare proprio che questa influenza sia davvero terribile, se ha reso gli statunitensi così infelici, più infelici di quanto siano mai stati nelle ultime cinque decadi. E «qualcosa è andato storto negli Stati Uniti»… non sarà mica l’elezione di Trump?

Ovviamente, i titoli sono una cosa, le ricerche un’altra. Innanzitutto, l’Università di Chicago monitora ogni due anni l’autopercezione di felicità degli abitanti degli Stati Uniti; si tratta, dunque, di una ricerca periodica. Secondariamente, lo studio monitora non si basa su fattori oggettivi correlati alla felicità, ma chiede alla popolazione di auto-valutare il proprio livello di felicità; il che non è proprio il massimo del rigore (la percezione è molto manipolabile, ad esempio, da titoli di giornali come quelli citati sopra). Infine: è vero che, al momento della rilevazione, il numero di persone che si dichiaravano «molto felici» è sceso drasticamente (si veda il grafico a pagina 3); ma è anche vero che il numero delle persone che si dichiarano «piuttosto felici» sale altrettando drasticamente.

In attesa di altri dati sull’influenza del Covid-19 o della presidenza Trump sulla felicità della popolazione USA, proponiamo un’altra misura della felicità. Si tratta di una misura semplice semplice, che ciascuno può verificare a casa, con carta e penna.

Tracciamo, su un foglio di carta, una freccia verticale, che punta verso l’alto. Questa freccia rappresenta la nostra vocazione, la propria realizzazione, cioè la felicità. È la piena realizzazione del progetto che Dio, quando ci ha chiamato all’esistenza, ci ha affidato. Non si tratta di oggetti da possedere, o di cose da fare (sposare quella donna, possedere quella macchina, svolgere quel tal lavoro), ma di diventare quella persona: la miglior persona con il mio nome che abbia mai calpestato questa terra. Noi siamo la nostra vocazione: siamo una vocazione «in potenza» e abbiamo il compito di realizzare tale progetto. Il resto sono circostanze, che ci aiutano o ci distolgono dal nostro compito. Fin qui ci siamo, è semplice: una freccia in verticale, che punta verso Dio.

Poi tracciamo un’altra freccia, che parte dallo stesso punto nel quale parte la precedente. Non rappresenta la nostra vocazione, ma la nostra vita attuale. Se si sovrappone perfettamente alla prima, complimenti: siamo dei santi. Ma se non viviamo come dovremmo vivere, se non siamo la persona che dovremmo essere… allora questa seconda freccia si discosterà dalla prima di qualche grado. Ci siamo?

Bene: la divaricazione tra le due frecce, misurabile in gradi, è la nostra infelicità. L’unica felicità è vivere pienamente la nostra vocazione, aderire liberamente ad un progetto che ci è stato affidato. E noi possiamo misurare quanto siamo lontani dal raggiungere questo obiettivo con un semplice foglio di carta e una penna qualsiasi. Una volta, questo esercizio si chiamava «esame di coscienza», ma oggi la parola «coscienza» non va più di moda, e nessuno usa più quella locuzione che sa di antico. Proviamo. Se siamo curiosi, possiamo ripetere questo «test psicologico» (questa sì che è una locuzione accettabile, oggigiorno) quando vogliamo. Se l’avessimo eseguito prima della quarantena e immediatamente dopo la sua fine, avremmo potuto vedere l’impatto del Covid sulla nostra felicità. Magari scoprendo che non ha inciso per niente, anzi: magari ci ha aiutato a fare silenzio, a scoprire l’importanza delle relazioni («Ieri – diceva un tizio al bar – ho parlato con i miei familiari. Mi sembrano brave persone...»), quali sono le cose davvero importanti per la nostra vita.