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la sentenza

L'America "democratica" che incarcera i pro life

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57 mesi di prigione federale a Lauren Handy, attivista 30enne; 21 e 27 mesi di prigione ad altri due pro life. Condanne anche per un veterano in Iraq e per una 76enne. La scure dei giudici statunitensi si abbatte su chi si oppone in modo non violento agli aborti. 

Editoriali 17_05_2024

Siamo all’ennesima ingiustizia promossa dall'amministrazione Biden che ottiene pene severissime e carcere duro contro i pro life pacifici, mentre lascia tranquilli i terroristi e vandali abortisti che incendiano chiese e centri di aiuto alla vita e alla maternità.

Il Dipartimento di Giustizia (DOJ) del presidente Joe Biden, due anni orsono, aveva accusato di cospirazione e violazione della legge sulla libertà di accesso alle cliniche (FACE) nove attivisti pro-vita per la protesta non violenta da essi inscenata fuori da un abortificio di Washington nell’ottobre 2020. La richiesta di condanna prevedeva una pena detentiva massima di 11 anni e una multa di 350.000 dollari. I pro life sono stati giudicati colpevoli in due processi separati nell’agosto e nel settembre del 2023 e da allora sono in carcere preventivo, in attesa della sentenza definitiva.

La legge “FACE” proibisce «l’uso della forza, l’ostruzione e i danni alla proprietà, volti a interferire con i servizi di salute riproduttiva», mentre la cospirazione contro i diritti altrui, un’accusa che comporta una pena detentiva massima di 10 anni, «rende illegale per due o più persone accettare di ferire, minacciare o intimidire una persona negli Stati Uniti nel libero esercizio o nel godimento di qualsiasi diritto o privilegio garantito dalla Costituzione o  dalle leggi degli Stati Uniti o per aver esercitato tale diritto»,  secondo l’interpretazione del Dipartimento di Giustizia (DOJ). Ebbene, il 14 e 15 maggio le sentenze di giudici chiaramente partigiani e abortisti hanno stabilito pene severissime per i pro life.

Martedì, Lauren Handy, una donna di 30 anni, attivista della “Rivolta Progressista Anti-Aborto” (PAAU), un movimento pro life di sinistra, è stata condannata a 57 mesi di prigione federale. Altri due pro life sono stati condannati: John Hinshaw di 69 anni, è stato condannato a 21 mesi di prigione e William Goodman di 54 anni, è stato condannato a 27 mesi di prigione. A tutti e tre i condannati saranno scontati i 9 mesi di prigione preventiva già trascorsi nelle patrie galere democratiche, secondo il Dipartimento di Giustizia.

Mercoledì è stata la volta del 42enne Jonathan Darnel, un veterano della guerra in Iraq che ha prestato servizio in due tournée, che è stato condannato a 34 mesi dietro le sbarre, mentre Herb Geraghty, un ateo pro-vita di 27 anni, è stato condannato a 27 mesi di prigione. Jean Marshall, 74 anni, è stata condannata a 24 mesi di carcere e Joan Bell, 76 anni, è stata condannata a 27 mesi di carcere, nonostante la loro età avanzata.

I pubblici ministeri hanno sostenuto che gli attivisti hanno organizzato un blocco all’entrata della clinica di Washington e hanno utilizzato catene e lucchetti per impedire l’apertura delle porte dell’abortificio. Versioni che stridono con le prove fornite dagli avvocati dei pro life della “Thomas More Society” che hanno invece detto come alcuni attivisti «semplicemente si inginocchiavano e pregavano nella struttura di Santangelo [la clinica abortista], alcuni distribuivano pubblicazioni pro-vita e consigliavano le donne a non abortire e altri si legavano e si incatenavano insieme all'interno della struttura».

L’inquietante coincidenza che le accuse del Dipartimento di Giustizia verso i pro life siano state presentate lo stesso mese in cui la Handy e Bukovinac avrebbero scoperto i resti di circa 115 bambini abortiti in un contenitore per rifiuti dell’abortificio “Surgi-Clinic” del dottor Santangelo a Washington, cinque  dei quali potrebbero essere stati parzialmente abortiti o uccisi dopo la nascita in violazione della legge federale, getta una coltre nera sull’intero procedimento. Il giudice della corte distrettuale degli Stati Uniti Colleen Kollar-Kotelly non ha consentito che le prove video o fotografiche dei 115 bambini abortiti fossero utilizzate come prova nel processo e  ha proibito  agli imputati di sostenere che le loro azioni fossero protette dal Primo Emendamento o fossero state commesse in difesa di una terza persona, bambini non ancora nati ed ha invece affermato che i pro life avevano mostrato mancanza di compassione nei confronti delle donne che cercavano di abortire ed impedito il loro «bisogno umano di cure mediche».

Dopo la sentenza Dobbs  della Corte Suprema, il Dipartimento di Giustizia ha promosso sempre più le accuse contro i pro life, ai  sensi della legge FACE, così come promesso anche recentemente dal Procuratore Generale Associato Vanita Gupta che ha evidenziato «l'urgenza» del lavoro del Dipartimento di Giustizia, nell’applicazione della legge FACE, «per garantire accesso legale e continuo ai servizi riproduttivi» in tutto il paese.

Ovviamente, spiace doverlo riaffermare, per le dozzine e dozzine  di attacchi ai centri di gravidanza e dei 400 edifici di culto cristiani e chiese cattoliche vandalizzati dopo la fuga di notizie sulla sentenza Dobbs, solo una manciata di attivisti pro-aborto sono stati arrestati sinora in FloridaNew YorkOhio. Da tempo i diversi leaders pro life e alcuni repubblicani, in particolare il deputato Chip Roy ed il Senatore Mike Lee hanno chiesto e presentato proposte di legge per l’abrogazione della legge FACE.