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ISLAM

L'Afghanistan talebano diventa ufficialmente una società castale

L'Afghanistan dei Talebani si dota di un nuovo Codice penale che divide ufficialmente la società in quattro caste, in liberi e non liberi e in uomini e donne. Pene diverse per gli stessi reati, a seconda della casta di appartenenza.

Libertà religiosa 16_02_2026
Afghanistan, il governo talebano

In Afghanistan la repressione assume valore giuridico. Con l’entrata in vigore, a gennaio 2026, del nuovo Codice che regola la procedura penale nei tribunali il regime talebano struttura il controllo sociale attraverso norme vincolanti che definiscono ruoli, gerarchie e limiti concreti dell’esistenza quotidiana. La legge stabilisce chi esercita l’autorità, chi è tenuto all’obbedienza e quali margini di autonomia sono concessi. Le mogli vengono giuridicamente assorbite nell’autorità del marito e la subordinazione femminile diventa una condizione regolata e riconosciuta de iure. La persecuzione di genere e la stratificazione sociale si consolidano così come elementi strutturali dell’ordine pubblico.

Il fulcro dell’impianto è l’articolo 9, che suddivide ufficialmente la società in quattro classi: studiosi religiosi (ulama), élite (ashraf), classe media e classi inferiori. Il rango sociale determina il trattamento giudiziario. La risposta penale segue lo status dell’imputato, non la gravità del fatto. A parità di comportamento, uno studioso religioso riceve richiami formali, mentre un appartenente alle classi basse affronta detenzione o punizioni corporali. La disuguaglianza viene così incorporata nel diritto come criterio operativo.

Il Codice introduce inoltre una distinzione giuridica tra persone “libere” e “schiave”, trattate come condizioni legali ammesse e regolamentate. La non-libertà entra nel linguaggio normativo come stato riconosciuto. Il procedimento penale attribuisce un ruolo centrale a confessioni e testimonianze, considerate decisive nell’accertamento. L’autorità giudiziaria dispone di ampi margini di valutazione e il processo assume una funzione di disciplina collettiva, orientata alla conformità sociale.

Per le donne il Codice costruisce un sistema di controllo capillare. La categoria di “donna sotto tutela” definisce uno status permanente. Spostamenti, istruzione e presenza nello spazio pubblico dipendono dall’autorizzazione maschile. L’articolo 34 regola la mobilità e stabilisce che una donna può essere incarcerata fino a tre mesi per essere rimasta nella casa della famiglia d’origine senza il permesso del marito o senza un motivo ritenuto conforme alla sharia. Se la famiglia non la riaccompagna presso il coniuge, i suoi membri vengono incriminati e sottoposti alla stessa pena. Questa disposizione assimila di fatto le donne sposate a una proprietà del marito, privandole della possibilità di scegliere dove vivere o di cercare rifugio in caso di conflitti domestici.

L’articolo 32 disciplina invece la violenza coniugale e prevede una pena massima di quindici giorni di reclusione per il marito che colpisce la moglie con “forza esagerata”, definita in modo restrittivo come fratture, ferite o lividi visibili, a condizione che l’abuso venga provato in tribunale. Mentre l’articolo 70 stabilisce paradossalmente che chi organizza o favorisce combattimenti tra animali può essere condannato fino a 5 mesi di carcere. 

Inoltre, il ruolo dei giudici e dei guardiani della morale risulta rafforzato. L’applicazione delle norme è adattabile al contesto e consente interventi continui sui comportamenti individuali. Il sistema produce conformità, paura e isolamento sociale, mentre l’ordine giuridico, religioso e morale opera in modo unitario.

La comunità internazionale reagisce con prese di posizione formali. Alcuni membri delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e del Regno Unito segnalano l’incompatibilità del Codice con le convenzioni sui diritti umani e con gli standard minimi dello stato di diritto. I meccanismi Onu dedicati ai diritti delle donne descrivono una persecuzione di genere sistemica. La Corte penale internazionale mantiene aperta l’attenzione sulle responsabilità dei vertici talebani per discriminazione istituzionalizzata. Posizioni deboli, incapaci di produrre effetti concreti o di aprire spiragli di tutela. Anche Elon Musk ha lanciato una timida condanna contro gli “Studenti coranici" che da quando hanno ripreso Kabul, estate del 2021, hanno fatto precipitare la condizione femminile in una spirale di divieti di vivere. Nel giro di pochi mesi le ragazze sono state espulse dalle scuole superiori; poi è arrivato il bando dalle università. Le porte degli uffici pubblici si sono chiuse, seguite da quelle di gran parte delle attività private. Muoversi senza un parente maschio è diventato un rischio, esporsi nella sfera pubblica un atto quasi impossibile.

All’inizio si trattava di circolari, ordinanze, disposizioni frammentarie. Provvedimenti presentati come temporanei, giustificati in nome dell’ordine morale. Ma decreto dopo decreto, la rete si è stretta. Le restrizioni si sono trasformate in architettura normativa, in un impianto coerente che disciplina studio, lavoro, mobilità, parola. Il risultato non è solo l’emarginazione sociale: è una cancellazione sistematica. Il passaggio decisivo è arrivato con il nuovo Codice introdotto dal regime coranico. Così l’Afghanistan si configura oggi, a tutti gli effetti, come la più grande prigione del mondo per le donne — e non soltanto per loro —, un Paese che continua a privarsi “delle energie della metà della sua popolazione e condanna l’altra a crescere sotto madri analfabete e sottomesse” (quanto è attuale l’insegnamento del mediorientalista Bernard Lewis sui regimi shiaritici).