La Vergine concepirà – Il testo del video
Tra le profezie mariane dell’Antico Testamento, c’è il testo fondamentale di Isaia 7, 14 («la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»). L’importanza del termine ebraico ‘almah e la sua ricorrenza nella Bibbia. Il segno dato da Dio: la conferma del Protovangelo.
Proseguiamo le nostre catechesi sul mistero di Maria. In particolare da alcune domeniche ci stiamo occupando di rintracciare i segni, le figure, le profezie legate alla Madonna nelle Sacre Scritture, partendo dall’Antico Testamento (vedi qui e qui). Abbiamo deciso di dedicarci a questa indagine per quel principio della predestinazione comune di Gesù e Maria, quell’unico decreto con cui Dio predestina il Figlio ad assumere la natura umana, quindi lo predestina all’incarnazione, un’incarnazione redentrice, salvifica, per liberare il suo popolo dal peccato originale ereditato dai progenitori e da ogni peccato. In questa predestinazione noi troviamo Maria. Dove troviamo il Figlio e l’incarnazione redentiva del Figlio, troviamo la Madre: è una missione redentiva anche quella della Madre.
Nelle scorse due domeniche abbiamo visto il primo grande testo che ci conferma quanto andiamo dicendo, cioè il famoso Protovangelo del libro della Genesi, dove subito dopo la caduta dei progenitori Dio mostra la salvezza. E la mostra in una donna e nella sua stirpe, la donna e la stirpe che calpestano la testa del serpente. Noi vediamo che il riscatto sul serpente che ha tentato e ha fatto cadere i nostri progenitori avverrà per mezzo di una donna e della sua stirpe. Abbiamo visto chi sono questa donna e la sua stirpe. Quindi la salvezza promessa è legata a due figure congiunte: la donna e la stirpe della donna.
Un altro testo importantissimo e significativo sotto questa prospettiva è quello che troviamo nel capitolo 7 del profeta Isaia, in particolare al versetto 14. È un testo famosissimo; liturgicamente ci viene proposto e riproposto soprattutto durante il tempo di Avvento ed è questa famosa profezia: «la vergine concepirà e partorirà un figlio» (Is 7, 14). È un testo che è talmente importante che viene riportato e commentato dallo stesso Vangelo di Matteo al cap. 1. Cerchiamo innanzitutto di ricostruire il contesto storico, che è molto importante, perché analogamente al libro della Genesi – come il Protovangelo era calato in un contesto di scontro, a causa del serpente che ha fatto decadere l’umanità, uno scontro “raccolto” e costituito da Dio stesso, che pone un’inimicizia tra la donna e il serpente, tra la stirpe della donna e la stirpe del serpente –, anche qui troviamo un contesto di guerra, di assedio.
Siamo intorno al 732 a. C., in un contesto in cui il regno di Giuda è a rischio di sparire. Perché parliamo di regno di Giuda? Dopo Salomone, cioè dopo il primo discendente del re Davide, si ebbe una separazione nel popolo di Dio, nel popolo prescelto. Nel regno di Giuda a proseguire la legittima discendenza di Davide è il figlio di Salomone, Roboamo; mentre le altre tribù si dividono da Giuda ed entrano a far parte di quello che viene chiamato il regno del Nord, di Samarìa o Efraim, secondo i diversi nomi con cui viene chiamata questa parte di territorio occupato da tutte le restanti tribù di Giacobbe. Ricordate la suddivisione del territorio dopo l’ingresso con Giosuè nella terra promessa. Dunque, abbiamo una lacerazione, una separazione.
A portare avanti la discendenza davidica è dunque il regno di Giuda. Ora, accade che, intorno al 732, il regno del Nord si allea con il regno di Damasco, con gli Aramei, con uno scopo, che il profeta Isaia ci riferisce, parlando a nome di Dio e rendendo pubblico quello che è il pensiero sottostante a questi due re: «Saliamo contro Giuda, devastiamolo e occupiamolo. E vi metteremo come re il figlio di Tabeèl» (Is 7, 6), che era probabilmente un arameo, quindi neanche israelita,. ma un uomo che apparteneva alla corte di Damasco. Quindi il progetto era di far finire la discendenza davidica. Ricordate che porre fine alla discendenza davidica avrebbe voluto dire interrompere quella catena che avrebbe portato al Messia. Voler porre fine al regno di Giuda avrebbe significato voler impedire a Dio di realizzare il suo piano storico di portare la salvezza, a Israele e a tutto il mondo, nel Messia, che doveva essere un discendente della casa di Davide. Quindi, abbiamo questi due re, il re Rezìn di Damasco e il re Pekach di Israele, che si alleano in funzione anti-discendenza davidica, per mettere fine al regno di Giuda.
In questo contesto, Dio manda il suo profeta, Isaia, che si rivolge al re Acaz, che era il re legittimo dell’epoca, di discendenza davidica; un re tutt’altro che entusiasmante, ma era legittimo, della casata di Davide: «Così dice il Signore Dio: ciò non avverrà e non sarà. Perché capitale di Aram è Damasco e capo di Damasco è Rezìn. Capitale di Efraim è Samaria e capo di Samaria il figlio di Romelia. Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo. Ma se non crederete, non avrete stabilità» (Is 7, 8-9). Questo è il contesto. Dio dice: stiano a casa loro, non avverrà ciò che questi re vogliono, anzi Efraim cesserà nel giro di 65 anni di essere un popolo, «ma se non crederete, non avrete stabilità». In questa richiesta di fede viene introdotto il famoso vaticinio di Isaia 7, 14, perché il Signore parla ad Acaz e gli dice: «Chiedi un segno dal Signore tuo Dio». Un segno che deve avere una caratteristica: «dal profondo degli inferi oppure lassù in alto». Attenzione a questa indicazione: questo segno deve essere così grande da toccare le profondità e toccare le altezze. Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». E si prende direttamente il rimbrotto del profeta Isaia: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio?».
Perché Isaia risponde così? Perché Acaz in realtà non è che non vuole chiedere un segno per non tentare il Signore, ma ha già trafficato per risolvere questa situazione in modo umano, cioè senza ricorrere a Dio: era entrato in contatto con il re d’Assiria, al quale aveva mandato delle lettere in cui offriva tutta la sua sottomissione e servitù per chiedergli di andare in suo soccorso contro i re di Damasco e di Samarìa. Una pessima idea, perché come la storia spesso dimostra, quando si chiama in proprio soccorso una potenza molto superiore alla propria, il rischio è che dopo aver annientato i nemici, annienti anche il piccolo alleato di un tempo. L’Assiria di fatto avrebbe posto l’assedio a Gerusalemme stessa, non solamente al regno di Damasco e al regno di Israele. Quindi Acaz fa finta di essere un timorato di Dio, ma in realtà ha voluto ricorrere a una soluzione puramente umana, non rivolgendosi a Colui che è il vero capo d’Israele, il vero Signore della terra d’Israele, che è Dio, Jahvè.
In questo contesto, dopo il rimprovero, Dio stesso dà un segno. Attenzione, perché qui c’è la profezia. Ma il contesto deve essere chiaro: è un contesto in cui il regno di Giuda sta per essere assalito, la discendenza di Giuda sta per essere annientata e dunque, con essa, si vuole annientare il piano di Dio, impedendo la venuta del Messia. L’idea di mettere le mani sul regno di Giuda vuol dire mettere le mani sul progetto di Dio nella storia umana, il suo progetto di salvezza. Il segno che Isaia riferisce deve essere compreso in questo contesto. Questa la famosa profezia: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7, 14). Poi aggiunge: «Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re» (Is 7, 15-16). Il profeta afferma che questo è un segno che ci dice che la casa di Davide permarrà. E siccome permarrà, i due potenziali nemici, i due assedianti verranno annientati. Questo è il senso del contesto per cogliere il significato di questa profezia. Ma andiamo a vedere che cos’è questo segno, perché è qui che entriamo nel cuore del testo di Isaia.
Prima di tutto: «Ecco: la vergine». Notiamo due aspetti. Prima di tutto abbiamo un articolo determinativo. Se io sto parlando di qualcosa o di qualcuno di cui il mio interlocutore non ha alcun riferimento, direi “una vergine”. Invece qui è «la vergine», a indicare che quella vergine era un possibile riferimento all’interno della cultura e tradizione giudaica. E qual è quella vergine? Abbiamo diversi testi, anche nel Salterio davidico, che fanno riferimento a questa vergine. Ma andando indietro, di riferimento in riferimento, il primo e più importante è il testo di Genesi 3, 15, che abbiamo visto le due domeniche scorse, cioè, quella donna che partorisce una stirpe che schiaccia la testa del serpente. Il testo di Isaia 7, 14 è la riproposizione più chiara e più circostanziata, nel contesto storico di cui stiamo parlando, di quella profezia, che già indicava il Messia e la Madre del Messia. Qui è come se Isaia stesse dicendo: quella vergine e quella stirpe sono il segno per cui non devi temere riguardo al regno di Giuda, perché esso dovrà portare a questa vergine e a questo figlio della vergine, cioè al Messia e alla Madre del Messia; nessun potere umano sarà in grado di sovvertire il decreto divino. È per questo che la premessa era: «se non crederete, non avrete stabilità ». Quindi il grande segno che viene proposto qui è la vergine, quella vergine già nota nel contesto giudaico.
La parola tradotta con «vergine» è ‘almah, su cui c’è stata molta discussione anche ai tempi di san Girolamo; ma è un fatto che in ebraico, tecnicamente, ‘almah è la ragazza, la giovane donna che è ancora sotto la tutela paterna; quindi non è una donna qualsiasi, una donna maritata, ma è una giovane ragazza, che, essendo appunto sotto la tutela paterna, è vergine, non è ancora sposata, non ha ancora conosciuto uomo. Abbiamo altri sei punti nelle Sacre Scritture dove ricorre questo termine, ‘almah, e in tutti questi casi si parla di una vergine, non semplicemente di una giovane donna. Questa precisazione è estremamente importante soprattutto alla luce dei due verbi successivi. In italiano abbiamo tradotto «la vergine concepirà e partorirà». In realtà, l’ebraico ha due aggettivi: il primo, harah, che traduciamo con “concepirà”, in realtà è un aggettivo in stato assoluto. Cosa significa? Non è un verbo d’azione, tipo “io concepisco”, ma è uno stato: potremmo tradurlo come “gravida”, quindi nello stato di colei che ha concepito; non è un verbo al passato o al futuro, “ha concepito”, “concepirà”, ma indica appunto uno stato: quindi potremmo tradurre “la vergine gravida”. Ora, già qui capite che c’è un “problema”, nel senso che se è vergine non è gravida, se è gravida non è vergine. E invece il segno è la vergine gravida, concepente, che ha in sé il frutto delle sue viscere.
E poi il secondo verbo indica un participio, cioè partoriente, in atto di partorire, da cui l’antifona del Comune della Madonna nella liturgia romana, che è «Salve, sancta Parens». Anche qui indica un atto di parto, non qualcosa che è avvenuto: quindi questa vergine è gravida e partoriente. Voi comprendete che qui c’è il motivo per cui tutti i Padri hanno tirato su le antenne, è il motivo per cui questo è un segno ed è il motivo per cui nel Vangelo di Matteo questo testo viene richiamato in modo particolare e chiaramente attribuito alla Santa Vergine. Al cap. 1 del suo Vangelo, san Matteo dice infatti che prima che Maria e Giuseppe andassero a vivere insieme, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1, 18). Prima di andare a vivere insieme: questo vuol dire che la Madonna era ancora sotto la tutela paterna, era ‘almah, vergine. E questo concepimento avviene senza intervento d’uomo, perciò san Matteo scrive: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (1, 22-23). Cioè, se andiamo a tradurre più letteralmente, abbiamo la vergine gravida e partoriente. Qui c’è il mistero del concepimento e del parto verginale di Maria, perché mentre è gravida e ha concepito è vergine e mentre è partoriente è vergine. Questo è importante sottolinearlo, perché si tratta di un testo che spesso viene sottostimato, dicendo che si parla solo di una donna che partorisce… non è solo una donna che concepisce e partorisce, è la vergine gravida e partoriente, è l’unione di due dimensioni che normalmente nella realtà si escludono perché una donna o è vergine o è gravida e partoriente. Invece qui le troviamo unite.
Poi abbiamo l’altro aspetto fondamentale, cioè chi è colui che è portato nel grembo della Santissima Vergine, chi è colui che viene partorito dalla Vergine. È l’Emmanuele, che vuol dire Dio-con-noi. Tutti i nomi ebraici hanno un significato, che spesso ha a che fare con Dio: in generale quando c’è la particella -El (Mikhael, Gabriel, Samuel) c’è la parola Dio. Quindi di per sé Emmanuel, Dio-con-noi, non significa per forza Dio che si incarna, ma nel contesto sì. Perché? Anzitutto perché Emmanuel è un nome particolare che non ritroviamo in altri luoghi della Sacra Scrittura, non è un nome diffuso nel contesto ebraico dell’epoca. E poi perché questo nome, Emmanuel, è dato come segno – quel segno che avrebbe dovuto chiedere Acaz, ma che non ha voluto chiedere per la sua incredulità, per la sua voglia di fare intrallazzi umani, anziché affidarsi al buon Dio. Un segno che doveva essere tanto grande da andare dalle profondità della terra alle altezze del cielo. E noi sappiamo che questa estensione è stata ricoperta dall’incarnazione del Verbo, che ha unito le altezze – che non sono da intendere solo come il cielo in senso fisico, ma come il luogo della dimora divina – e le profondità. Dunque, è un nome che acquista tutta la sua forza collegandolo anche a questo aspetto.
Non solo. Se noi andiamo a vedere di nuovo il profeta Isaia, al capitolo 8, cioè il capitolo immediatamente successivo a quello che contiene la profezia, troviamo una caratteristica particolare di questo Emmanuel: «Le sue ali distese copriranno tutta l'estensione del tuo paese, Emmanuele » (Is 8, 8). Ora, attenzione: il paese, la terra di Giuda e quella di Israele non sono mai dette terra di un re: il regno di Giuda non è la terra, il paese di Acaz o il paese di Davide, è la terra di Jahvè, che la affida al suo popolo. Dunque, parlare «del tuo paese, Emmanuele», significa che questo Dio-con-noi, capace di unire le profondità e le altezze, è anche il Signore di quel paese, il vero Signore di quel paese. Il vero Signore della terra di Israele e di Giuda è Jahvè. Quindi questo Emmanuele non è qualcuno mandato da Jahvè, ma è Jahvè venuto nella carne. Chiaramente nel contesto ebraico è assente la distinzione delle tre persone nell’unico Dio; ciononostante, questa equivalenza tra la terra di Giuda e la terra di Jahvè fa pensare molto.
In ultimo, per noi cristiani è evidentissima l’applicazione che ne fa Matteo, il quale sta dicendo che questa vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, ma ancora non in casa con lui, questa ‘almah, che è gravida, che è partoriente ma rimane vergine, è la realizzazione del segno promesso da Isaia. Ed è la conferma che la discendenza di Davide ha veramente perdurato, tra mille traversie storiche, per arrivare al Messia e alla Madre del Messia. Possiamo tracciare una grande linea che congiunge il cap. 3 della Genesi e il cap. 1 del Vangelo di san Matteo, passando attraverso la profezia del cap. 7 di Isaia. Questa profezia, questo grande segno ci restituisce una maternità verginale, ma anche una maternità divina, perché lei, la ‘almah, è la madre del Dio-con-noi, che concepisce per opera dello Spirito Santo, di Dio stesso, senza intervento di uomo.
Quindi questo è un altro testo centrale, che si collega al Protovangelo e che ci mostra di nuovo che nel decreto di predestinazione del Figlio di Dio, del Messia, c’è sempre la Madre con Lui. Il grande segno di Genesi 3 viene confermato da Isaia 7. La vergine gravida in Isaia, la donna e la sua stirpe nella Genesi: non solo la stirpe, non solo il frutto della donna, ma la donna e la stirpe, la vergine e il frutto che ella porta in grembo.
La prossima domenica continueremo questa indagine su queste importantissime profezie sulla Madonna. In particolare faremo il punto sulle profezie dirette. E poi vedremo quelle indirette, che non sono meno importanti, anzi per certi versi sono anche più ricche di significato. E vedrete che, tramite questo approccio biblico, verrà fuori una teologia mariana splendida e ricchissima.
La Vergine concepirà
Tra le profezie mariane dell’Antico Testamento, c’è il testo fondamentale di Isaia 7, 14 («la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»). L’importanza del termine ebraico ‘almah e la sua ricorrenza nella Bibbia. Il segno dato da Dio: la conferma del Protovangelo.
Il Protovangelo (II parte) – Il testo del video
Non solo la liturgia, il magistero e diversi Padri della Chiesa, ma anche il Nuovo Testamento dà un’interpretazione mariologica del passo di Genesi 3,15. I testi chiave, dall’episodio dell’Annunciazione alle nozze di Cana.
Il Protovangelo – Il testo del video
Il passo di Genesi 3,15 è come il fondamento di tutte le profezie veterotestamentarie su Maria Santissima. A parlare è Dio stesso. Tante le interpretazioni date a questo versetto, ma secondo il magistero della Chiesa, la liturgia e diversi Padri esso ci parla di Maria che, con Cristo e per Cristo, schiaccia la testa al serpente.


