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San Matteo a cura di Ermes Dovico
lectio magistralis

La vera pace viene dalla sovranità di Cristo sull'universo

Dono divino e responsabilità dell'uomo, la pace è molto più che assenza di guerra o una fragile tregua. Ecco perché La Chiesa non sposa il pacifismo radicale, ma annuncia il Regno di Dio che rende possibile perseguire la pace anche sulla terra. Il testo della riflessione introduttiva di mons. Giuseppe Sciacca per la Giornata della Bussola svolta sabato 19 settembre 2026 presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso (MB).
- Il video dell'intervento
- L'omelia: quella pace che il mondo ignora e non può dare

Documenti 21_09_2026

La pace è, da sempre, più che un “tema” da svolgere (cioè una “tematica” sulla quale ragionare e riguardo alla quale parlare), una “questione” da affrontare: mai risolta una volta per tutte, sempre aperta in molte direzioni, sotto molti profili, ed  anche “equivoca”, in quanto suscettibile di disparate interpretazioni.
Soprattutto ai nostri giorni, allorché i conflitti bellici vanno cambiando con ritmi incalzanti le loro forme – tutte comunque micidiali –, passando dalla guerra “convenzionale” alla guerra “economica” e “finanziaria” (la guerra dei dazi), dalla guerra “chimica” alla guerra “atomica”, o alla più recente “nanowarfare”, ovverosia alla guerra fatta usando le nanotecnologie e altri strumenti piegati a un’applicazione bellica, dall’informatica tradizionale all’intelligenza artificiale. A tutte queste diverse tipologie di guerra, che nel loro insieme ci fanno ormai comunemente parlare di “guerra ibrida”, quale pace opporre?

Ciònondimeno “pace” è parola-valore primigenia: scriveva il Padre Cornelio Fabro, illustre teologo e filosofo del XX secolo, raffinato interprete di Kierkegaard e coraggioso critico e contraddittore di Karl Ranher, del quale inesorabilmente smascherò la svolta antropologica da lui operata in teologia, oltre che la deriva della cosiddetta teologia progressista: “in [fondo] la pace è l’indice della presenza di Dio nell’uomo e della presenza dell’uomo a Dio, ma che l’uomo – continua con malinconico ma non rassegnato realismo Padre Fabro -  persegue invano da quando abita la terra” (da “La parola di Gesù”, C. Fabro, Beati i pacifici, ed Radio Italiana, 1953, pag. 41),

Di fronte alla complessità della guerra pluriforme, la pace si fa sempre più complicata. Tale carattere complesso e complicato le deriva proprio dal fatto che essa sembra ineluttabilmente incardinata all’interno di un binomio, in cui si ritrova diametralmente contrapposta al suo contrario, la guerra.
E, tuttavia, non distante da questa. Il binomio “guerra-pace” pare condannare la seconda a essere sempre confinante con la prima. E, per giunta, sempre successiva alla prima, mai precedente.
La stessa definizione di pace è stata spesso ipotecata da una sorta di  primazia della guerra nei suoi confronti: pace come assenza di guerra, come fine della guerra, come antidoto alla guerra. A scrutare il panorama della storia si ha l’impressione che sia la guerra a costituire un continuum, mentre la pace ne è soltanto una intermittente e fugace interruzione.

Epperò insegna e ammonisce con straordinaria vis synthetica il Concilio Vaticano II: “La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita a opera della giustizia” (Is 32,7)” (Gaudium et spes, 78).
Pace positiva quindi (non meramente negativa, assenza di guerra appunto, o diplomatico-politico risultato di instabili equilibri e problematici compromessi o esito della pur necessaria deterrenza delle armi nucleari), pace positiva perché contrassegnata dalla conquista di autentici spazi di giustizia.
Sul fondamento di solidi, irrefragabili principi del diritto naturale: e fra questi il primato della ragione sulla forza; il senso della fraternità universale che solo la consapevolezza dell’universale figliolanza nei confronti del Padre celeste rende non velleitario e utopico; l’affermazione della giustizia sugli egoismi di parte: opus iustitiae pax (Pio XII).

Come ha scritto con il consueto acume il card. Biffi (cfr. Piccolo dizionario del cristianesimo, Siena 2026, pp. 147 ss, alla voce), la ricerca inesausta della pace è ben diversa dal necessario e diverso dire no alla guerra. Questo no infatti – come si accennava sopra – potrebbe essere il risultato di equilibri e interessi derivanti da paure; donde la sua inevitabile precarietà. Pace come forma comune, perché no, di amore, di rispetto reciproco, di capacità di perdono; di pietas quale sentimento umano tra i più nobili, fecondi e universali, che dal mondo dell’ethos ci  proietta verso l’Alto e ci consente di postulare  un mondo “altro”.

“La pace vera e duratura – insegnava San Paolo VI nella Giornata mondiale della Pace del 1966 – non può essere basata sulla potenza di armi micidiali, né sulla tensione statica di ideologie contrastanti; e si va invece formando il concetto positivo della pace: la pace non è pacifismo imbelle, né egoismo gaudente, né indifferente disinteresse dei bisogni altrui; ma piuttosto frutto di uno sforzo pratico, continuo e concorde per la costruzione d’una società locale e universale, fondata sulla solidarietà umana nella ricerca di un bene per tutti comune” (4.10.1966).
E in questo senso, si collocano gli accorati inviti, che sin dai primordi del suo ministero apostolico ci ha rivolto l’attuale Pontefice Leone XIV, a porre  in atto ogni mezzo pacifico che contribuisca a realizzare “pacificamente” la pace.

Del resto, gli appelli alla pace “disarmata e disarmante” del papa si collocano nel solco di una valutazione sempre più critica della guerra quale strumento di soluzione delle controversie tra gli Stati e i popoli, che la Chiesa cattolica – principalmente tramite il magistero pontificio – ha elaborato lungo tutto il Novecento. È una valutazione che fa registrare un progressivo mutamento nell’atteggiamento che la stessa Chiesa ha tenuto verso la guerra nei secoli passati. Ed è una valutazione nuova, che si è espressa non solo nell’insegnamento pubblico e solenne delle encicliche ma anche in una molteplicità di formulazioni più estemporanee, comprese le esternazioni prima delle guerre per evitarle o durante le guerre per invitare a interromperle, e ancora, più di recente, con i messaggi per la pace ogni primo di gennaio e altre esortazioni in circostanze particolari, come ad esempio il saluto rivolto ogni anno, di solito subito prima o subito dopo le festività natalizie, al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

E proprio sull’intreccio tra guerra e pace nel magistero dei papi del Novecento vorrei fra poco  soffermarmi a riflettere. Si tratta di un discorso ampio e articolato sulla guerra e sulla pace, che gli studiosi hanno ormai storicizzato (ed è questo il motivo per cui mi limito a considerare solo il magistero novecentesco e non anche quello dei pontefici vissuti in questo primo quarto del secolo corrente).
Un magistero configuratosi lungo i decenni del cosiddetto “secolo breve” con interventi diversificati, precisandosi e approfondendosi sempre più. E proponendosi all’interno e all’esterno della Chiesa, quale sollecitazione destinata a tutti gli uomini di buona volontà, per indurre tutti a una ulteriore e più corale riflessione.

Ripercorrendo l’insieme di questi interventi dei pontefici del Novecento sulla guerra e sulla pace, si ha l’impressione che la Chiesa cattolica abbia individuato nella promozione della pace uno dei suoi principali compiti, una dimensione nuova e importante dell’esercizio della sua missione evangelizzatrice. C’è stato un approfondimento dell’autoconsapevolezza ecclesiale, cui i pontefici danno voce, circa questa peculiare missione. La ricerca della pace è venuta configurandosi sempre più come una dimensione  essenziale del dialogo della Chiesa con gli uomini del nostro tempo, un importante banco di prova di quella  testimonianza di carità che la Chiesa è chiamata a offrire  al mondo e nel mondo, un contenuto non secondario dello stesso annuncio cristiano.

E sempre più è venuta ampliandosi nella Chiesa la consapevolezza che questa ricerca e questa testimonianza non possono essere solo del papa, della Santa Sede, o dell’episcopato ma devono coinvolgere tutte le diverse componenti ecclesiali nel mondo. Le quali devono farsi ugualmente portatrici del discorso sulla pace. Si può dire che c’è oggi nella Chiesa cattolica una diffusa coscienza che la guerra è un male che bisogna evitare in tutti i modi e che non la si può considerare affatto come qualcosa di inevitabile e, ancor meno, di auspicabile o anche solo normale nel rapporto tra gli Stati e i popoli.

Pace: dono e conquista. Dono di Dio, da chiedere innanzitutto con la preghiera, ma anche conquista compito da parte nostra da conseguire sulle oscure forze del male e del peccato. In quanto dono dobbiamo chiederlo assiduamente e fiduciosamente a Dio. Questo è il senso della Giornata per la pace, con la quale Paolo VI volle si iniziasse il nuovo anno.
Ma non dimentichiamo che già in ogni S. Messa, prima della comunione, imploriamo dal Signore la pace: “concedi la pace ai nostri giorni”.
E sempre più chiaro è apparso anche il nesso tra guerra e ingiustizia, e, al contrario, tra pace e progresso umano. È il significato del binomio: giustizia e pace.
Laddove c’è miseria diffusa, si prepara la guerra. E laddove c’è la guerra, c’è abiezione e miseria . La povertà è madre e figlia della guerra. Accettare l’esistenza oggi, nel mondo, di vaste aree di povertà endemica, significa rassegnarsi all’idea dello scoppio più o meno vicino della guerra, pur essendo altrettanto vero che i conflitti bellici sono finanziati dalla ricchezza dei signori della guerra e dei loro fiancheggiatori. E possono essere prodotti dall’esigenza di difendere e ampliare la gittata del potere economico-finanziario di alcuni a discapito di altri.

Oggi il discorso della Chiesa sulla pace presenta queste e altre importanti sfaccettature, appalesa una grande articolazione di tematizzazioni, si colloca a diversi livelli di consapevolezza, si esprime su piani diversi che vanno dalla diplomazia della Santa Sede agli aiuti di una piccola parrocchia dell’Occidente a un’altra parrocchia gemellata del Terzo Mondo.
Ma affinché tutto ciò maturasse, è stato necessario un lungo cammino, in cui ha avuto grande importanza – come poco fa accennavo – il magistero dei pontefici e quella che comunemente chiamiamo la dottrina sociale della Chiesa.

Torniamo all’insegnamento dei Romani Pontefici del Novecento, di cui vorrei offrire una veloce carrellata.
Cominciò Benedetto XV, durante la prima guerra mondiale, col definire la guerra «inutile strage», così scontentando così non solo i governi delle potenze in conflitto ma anche  quei cattolici che non comprendevano un giudizio tanto radicalmente negativo, incline a rigettare le giustificazioni nazionalistiche che le parti in causa davano del loro impegno bellico. Quella definizione della guerra fu data dal papa nell’agosto 1917, nel momento di maggiore stallo della guerra in corso, e i governi e una buona parte dell’opinione pubblica dell’Europa la interpretò come un incentivo al disfattismo, addirittura come uno stimolo alla diserzione dei militari dal fronte. Un predicatore nella cattedrale di Parigi non esitò di rivolgerrsi al papa, affermando  che su quel punto non lo si poteva seguire.

E fu poi il successore, Pio XI, mentre l’Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, a dichiarare tutta la sua contrarietà verso la guerra, invocando Dio, con le parole del salmo, a disperdere coloro che vogliono la guerra, non mancando di offrire la sua stessa vita di vecchio operaio per impetrare la pace.

Pio XII, poi, nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, lanciò l’appello: «Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace». Notissime e meritatamente ripetute queste lapidarie parole di Eugenio Pacelli, Pontefice per tanti versi profetico e autenticamente riformatore.
Ma torna conto riferire quanto Egli scrisse, poiché meno conosciuto, nel Messaggio natalizio del 1954, in piena guerra fredda: “credete, non è pace, manca questo timbro di pace, quel timbro di Agostino e di Tommaso, la tranquillitas ordinis. Manca quel timbro di Paolo, la pax Dei. Non è pace è una forma di coesistenza del timore. … Rinunziare alla violenza, rinunziare alla potenza sul piano di violenza, accettare il principio di eguaglianza, i singoli e i popoli non si misurano a peso, secondo la ricchezza e la potenza si misurano a diritti insostituibili, inalienabili. Si misura l’attività della persona umana; accettare le leggi della morale naturale, sono leggi semplici, umili, modeste, accettarle a fondamento della convivenza tra i popoli, convivenza, quindi collaborazione, il vivere insieme, un vivere insieme produttivo e fecondo, per il benessere di tutti. Fondamento della divina rivelazione il Padre comune che è nei cieli. Il Cristo fatto uomo per tutti, crocifisso per tutti”.

E negli anni Sessanta, pochi mesi dopo il superamento della crisi di Cuba e due anni dopo l’erezione del muro di Berlino, Giovanni XXIII pubblicò l’enciclica Pacem in terris con cui argomentava la convinzione secondo cui la pace non è affatto impossibile.

Paolo VI insistette molto nel suo magistero sulla pace come condizione di ogni possibilità di sviluppo. Lo sviluppo era, per lui, il nuovo nome della pace. Lo spiegò anche parlando al Palazzo di Vetro di New York, nel 1965, quando affermò con vigore: «Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!». E fu lui ad avviare – come abbiamo ricordato - la consuetudine del messaggio papale per la pace all’inizio di ogni anno.    

E, infine, alla vigilia della guerra del Golfo, nel 1989, Giovanni Paolo II parlò della guerra come di «avventura senza ritorno». Una definizione molto severa, che non mancava di mettere sull’avviso circa le conseguenze negative del conflitto che si preparava giù in quegli anni in Medio Oriente. In uno dei suoi discorsi al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede egli definì la guerra una «sconfitta dell’umanità».

C’è, dunque, un’evidente continuità nella valutazione della guerra da parte dei papi del Novecento. Possiamo interrogarci circa i motivi che hanno spinto la Chiesa del Novecento a un giudizio sulla guerra che, in qualche modo,  si diversifica da quello dei secoli precedenti e che finisce se non per superare almeno di fatto, o comunque a rivisitare radicalmente il concetto medesimo di “guerra giusta” per secoli tipico della tradizionale dottrina morale cattolica. Indubbiamente un primo motivo si può scorgere nella constatazione del carattere altamente distruttivo assunto dalla guerra nell’età contemporanea.

Lo notava già negli anni trenta don Luigi Sturzo: la guerra si avvale, lungo il Novecento, di armi sempre più dotate di un potenziale di danno alle persone e alle cose davvero inimmaginabile nei secoli precedenti. Con la scoperta e poi con l’uso della bomba atomica e anche delle potentissime armi chimiche, la guerra ha finito col configurarsi come possibile apocalisse dell’umanità o, comunque, come rischio di radicale sovvertimento dell’ecosistema della terra. Ma anche le cosiddette armi convenzionali, non atomiche e non chimiche, hanno raggiunto un livello tale di distruttività da far pensare alla guerra come qualcosa di assolutamente negativo e da evitare sempre e comunque.

E accanto alla nuova potenza distruttiva delle armi, c’è il carattere di totalità che la guerra ha assunto lungo il Novecento, a partire dalla Prima guerra mondiale. Guerra moderna significa guerra totale, in cui cioè cessa la distinzione tra il fronte e il resto del territorio nazionale, tutto investito dalla guerra. La guerra non è più ristretta alle truppe, non riguarda i soli soldati combattenti. In realtà, anche nei secoli precedenti, le popolazioni civili potevano restare coinvolte nella guerra. Ma allora questo accadeva nel cosiddetto teatro di guerra, laddove cioè si svolgevano le operazioni militari. Ora succede come un fatto normale e generalizzato. È tutta la nazione in guerra. È tutta la nazione a caricarsi dello sforzo bellico (l’economia di guerra) e a subirne anche fisicamente l’urto violento. Non restano spazi di vita civile non coinvolti in tale sforzo.
E – risvolto non secondario – guerra totale significa anche una certa mistica della guerra, un’esaltazione collettiva per le proprie ragioni, una sorta di religione della guerra o, comunque, della nazione in guerra.

La Chiesa cattolica pertanto non può non guardare con estrema diffidenza e preoccupazione al carattere totalitario della guerra in età contemporanea. Carattere totalitario che è derivato anche dalla dimensione ideologica che ha finito col caratterizzare le guerre dei nostri giorni. Non si combatte, come era nei secoli passati, solo per questo o quel territorio da conquistare, ma anche e principalmente per far prevalere la propria visione dell’uomo, dello Stato, dei rapporti internazionali, il proprio sistema di valori contro quello dell’avversario. Tutto ciò ha radicalizzato lo scontro bellico ponendo come suo fine la distruzione dell’avversario, la sua resa senza condizione, la sua eliminazione politico-militare. Drammatico retaggio, anzi tragico,  napoleonico e, ancor prima, rivoluzionario e giacobino.

Guerra moderna significa anche guerra mondiale. Di fatto, la guerra è mondiale non solo quando coinvolge apertamente un gran numero di Stati di quasi tutti i continenti, come è accaduto nella prima e nella seconda guerra mondiale, quella del 1914-18 e l’altra del 1939-45, ma anche quando è localizzata in una sola area geografica e coinvolge apertamente solo due Stati, perché anche in questo caso sono implicate, più o meno apertamente, altre potenze di altre aree.
È questa l’esperienza di tutto il Novecento, nella cui seconda metà la guerra fredda tra i due blocchi – occidentale-atlantico e orientale-comunista – è stato il quadro e la radice di un gran numero di guerre locali, che continuano ancor oggi a deflagrare e seminare morte un po’ ovunque nel mondo.

Peraltro, ai nostri giorni, si è aggiunta l’esperienza di una guerra – quella provocata dal terrorismo dotato di potenti mezzi di distruzione – in cui non ci sono formalmente degli Stati che dichiarano guerra, ma che finisce con l’implicare coalizioni di Stati che agiscono contro altri Stati ritenuti colpevoli di appoggio al terrorismo internazionale.
E a tutto questo si deve aggiungere la constatazione che le guerre non hanno risolto mai veramente i problemi che le hanno provocate. Ogni guerra sembra essere diventata, dopo la sua conclusione, causa di un’altra guerra. Ogni guerra ha posto le premesse di nuovi conflitti.
È ben comprensibile, perciò, come il carattere estremamente distruttivo, totale, ideologico e mondiale della guerra in età contemporanea, abbiano naturalmente spinto la Chiesa a maturare un giudizio sempre più nettamente critico sulla guerra.

Ma non è solo la constatazione del livello altissimo di negatività raggiunto dalla guerra quale concretamente condotta ai nostri giorni che spiega l’atteggiamento della Chiesa. Gli storici del cristianesimo hanno messo in evidenza come la Santa Sede abbia visto nella guerra in età contemporanea, già nell’Ottocento, ma con più evidenza a partire dalla prima guerra mondiale, un fatto estremamente negativo per la sua stessa vita interna.
Il cattolicesimo, è per definizione religione mondiale, è comunione delle Chiese sparse nelle varie nazioni e ormai in tutti i continenti. E la Santa Sede interpreta la sua funzione principalmente come servizio all’unità delle Chiese particolari. I pontefici e la sede apostolica vivono questo loro ruolo spesso con grande preoccupazione e in taluni casi financo con un sentimento quasi di angoscia per le difficoltà che il suo esercizio comporta nel nostro tempo.

Durante le guerre questo compito di centro di unità e di promozione della comunione tra le Chiese diventa difficilissimo. Durante le guerre l’intesa con gli episcopati nazionali può essere pregiudicata. E inoltre durante le guerre la Santa Sede non riesce ad avere rapporti diplomatici con tutte le parti in conflitto. La Santa Sede non ha eserciti da mettere in campo, come brutalmente fece notare Stalin.
Ha solo il suo prestigio morale, e la sua inalienabile autoconsapevolezza identitaria e istituzionale.

E la Chiesa cattolica non può non auspicare in ogni caso la pace, invitare alla pace e pregare per la pace. Anche nel caso di una guerra condotta da Stati democratici per la salvaguardia dell’ordine mondiale o motivata dalla cosiddetta ingerenza umanitaria, la Chiesa non benedice la guerra, qua talis, ma è attenta a non dare alcuna autorizzazione alla guerra, mirando sempre a circoscrivere l’uso della forza.

La Chiesa non sposa le motivazioni di un pacifismo radicale, come si diceva prima (Paolo VI) e tuttavia si fa promotrice di una cultura diffusa di pace, si impegna perché da tutti si comprenda come la guerra è diventata con chiarezza uno strumento assolutamente inadeguato a risolvere qualsivoglia  controversia internazionale.
Il  giudizio della Chiesa  sulla guerra e sulla pace si esprime in un discorso che essa rivolge ai credenti ma anche ai non credenti; un discorso che nasce dal Vangelo ma vuole essere anche condotto su base razionale; un discorso che appare sempre più come componente essenziale dell’annuncio cristiano e, nello stesso tempo, si fa voce di un desiderio di pace comune a tutta l’umanità; un discorso che interpreta l’umanesimo della tradizione  cristiana dell’Occidente, ma che intende altresì avere un’apertura a tutte le culture, una dimensione universale; un discorso che è fatto di appelli ai capi delle nazioni perché risolvano le crisi internazionali senza il ricorso alle armi ma anche di inviti a tutti gli uomini di buona volontà perché si affermi stabilmente una cultura della pace; un discorso che è fatto di parole agli uomini per mutare il loro cuore e la loro mente ma anche di invocazione a Dio nella consapevolezza che la pace è suo dono perché solo Lui può realmente convertire i cuori e le menti; oltre che umana conquista da perseguire doverosamente, come si diceva prima.

Conclusione
Per cui alle ragioni etico-pratiche o morali, oserei aggiungerne una , prioritaria, “ontologica”, per cui – malgrado e al di là di tutte le smentite, le contraddizioni, gli scandali pure che la storia, non esclusa quella della Chiesa ci presenta; ovvero quelli che definirei autentici paradossi, quali le “leghe di pace” (“leghe armate” e espressione di una sorta di pacifismo ante litteram in armis di Aimone Arcivescovo Bourges; ebbene v’è siffatta ragione  ontologica che in ciò consiste: Cristo è il vero, autentico, unico, Principe della pace.
Gloriosamente asceso in cielo e assiso alla destra del Padre, esprime e realizza l’elevazione della nostra natura umana alla condizione della natura divina.
E qui è tutta la grandezza e il dinamismo del cristianesimo: il destino di Cristo è come una possente spirale, una forza centripeta, cioè cristocentrica, che coinvolge tutta l’umanità. Mi spiego: nell’incarnazione del Suo Figlio Unigenito, Dio vede se  stesso nell’uomo; nell’esaltazione del Verbo incarnato, l’uomo vede se stesso in Dio.
Ciò riguarda il nostro destino finale, cioè la nostra definitiva e partecipata vittoria, sul male, il peccato e la morte.
Ma l’uomo, e pertanto il cristiano, non può non partecipare – intrinsecamente – alla missione di pace del Signore risorto, non può non accogliere il dono – compito – della sua pace.
Siamo tutti nelle mani di Cristo Gesù: a Lui è per sempre legata la sorte della nostra umanità. Egli, Figlio del Dio Altissimo, ha voluto diventare della nostra stirpe, è venuto a condividere la nostra esistenza, i suoi dolori e le sue ansie, le sue gioie e speranze, fino alla morte e alla morte di croce.
Questa è una conseguenza necessaria del mistero pasquale di Cristo: Egli è il sovrano universale e il Re dei secoli: “È necessario che Egli regni – proclama con energia San Paolo (1Cor 15,24 ss) – tutto è stato sottoposto ai suoi piedi”.
È chiaro - da una buona teologia – che Cristo uomo-Dio, in quanto, appunto, vero Dio, ha la piena totale sovranità sull’umanità e l’universo intero; in quanto vero uomo Egli ha il medesimo potere, sia perché vero uomo e vero Dio (ius nativum), sia per conquista (ius quaesitum) avendo, appunto, riscattato e conquistato l’umanità dalla schiavutù del male e del potere di satana e della morte a prezzo del suo stesso sangue.
Anche se Egli nettamente afferma, rispondendo a Pilato, che “il mio regno non è di questo mondo”.
Come scolpisce il Vaticano II: “la pace terrena che nasce dall’amore del prossimo è immagine ed effetto della pace di Cristo che promana dal Padre” (GS, 78).Ove la dimensione o proiezione etica della pace (pace terrena, amore del prossimo) deriva dalla matrice teologica: promana dal Padre celeste.
E l’unità e la pace – ribadiamo – sono un dono di Dio, da meritare, custodire, accrescere, legato alla mediazione di Cristo, sommo ed eterno sacerdote, il quale sugli altari rinnova incessantemente l’offerta di se stesso, immacolata vittima di pace e ha instaurato quel regno che, come recitiamo nel bellissimo e commovente Prefazio della festa di Cristo Re,  è - siccome in un inarrestabile, sublime, crescendo- un Regnum veritatis et vitae, Regnum sanctitatis et gratiae; Regnum iustitiae, amoris et pacis.
 

*Vescovo, già presidente dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica