• IL SISMA IN ECUADOR

La statua sotto le macerie della storia

Una statua della Madonna integra dopo il crollo della chiesa nel sisma in Ecuador, una suora salvata mentre andava a recuperare il Santissimo, la cui teca è rimasta intatta. Anche i disastri naturali possono essere lo strumento per sperimentare la potenza salvivica della Misericordia di Dio. 

La statua intatta dopo il sisma
Perché si tende a censurare certe tragedie dalla portata internazionale? Perché così poco spazio a uno dei terremoti più devastanti degli ultimi anni? Per descrive l'ampiezza del sisma che il 16 aprile ha colpito l'Ecuador basti pensare che sono morte oltre 700 persone e ne sono rimaste ferite oltre 20 mila, mentre le terribili scosse che colpirono l'Abruzzo nel 2008 ne uccisero 309 ferendone 1.600.
 
Se poi si aggiunge il fatto che il giorno precedente anche il Giappone era stato colpito da un altro terremoto che ha ucciso oltre 50 persone, lasciandone migliaia senza casa, il dramma si inasprisce. Davanti alla turbolenza dei tempi tornano spesso in mente le parole della Madonna durante le apparizioni a La Salette nel 1846, riferite ai secoli successivi e poco dopo riconosciute dalla Chiesa: «L'umanità si trova alla vigilia di tristi avvenimenti e dei castighi più pesanti...Le stagioni cambieranno, l'atmosfera anche; l'acqua e il fuoco provocheranno terribili terremoti e grandi distruzioni, montagne e città cadranno. Le stelle e la luna non avranno più la forza di risplendere...».
 
Sono parole forti, contenute in un messaggio più ampio che fa tremare. Ma è solo avendo il coraggio di non sfuggire il dramma dei segni dei tempi e continuando a guardare fra le macerie dei nostri giorni che possono emergere fatti come quelli raccontati ieri dalle Oblate di San Francesco, la cui scuola, situata in una delle aree più colpite dell'Ecuador, Tarqui, è stata distrutta.
 
Scavando hanno ritrovato completamente intatta la teca di vetro sotto cui era posta una grande statua della Madonna, di fianco a lei anche il Santissimo Sacramento si è conservato integro, mentre tutto intorno era completamente frantumato dal crollo dell'edificio. Le suore ne hanno dato notizia commosse, spiegando di aver tratto grande consolazione dalla scoperta, giunta come un segno di resurrezione.
 
Sempre in questi giorni i soccorritori delle Serve del Focolare della Madre, fra cui sono morte cinque postulanti e una giovane suora irlandese nel tentativo di aiutare altre persone, hanno testimoniato che da sotto le macerie le religiose imprigionate hanno cantato fino a mezzanotte, fino all'ultimo respiro. Fra loro si è salvata suor Este che, mentre cercava di recuperare il Santissimo Sacramento, si era vista crollare tutto intorno, ma né lei né l'Ostia consacrata erano state colpite. Intanto le consorelle già in salvo pregavano per le altre così: «Non temerà annunzio di sventura, saldo è il suo cuore, confida nel Signore (Sal 111)».
 
Tutto questo, se non temiamo di fissarle, emerge dalle rovine. Come a dirci che c'è qualcosa di più forte del male, di più forte del peccato dell'uomo e della natura ferita. C'è qualcosa che resiste persino alla morte. Anche quando si fugge la realtà per disperazione, anche quando la lontananza dal bene continua a generare disastri.
 
Forse è questo il senso del castigo di cui parla la Madonna e che nasce come conseguenza inevitabile dell'uso sbagliato delle cose e delle persone, trattate non secondo la propria natura. Non è una clave da gettare sulla testa dei peccatori, come piace al moralismo mondano. Ma non è neppure una realtà da negare e contrapporre alla misericordia di Dio minimizzando le colpe per il terrore delle conseguenze.
 
Don Luigi Giussani parla del castigo come necessario alla Misericordia per agire, spiegando che questa «non si esaurisce nell'immagine della bontà del Signore», perché «se l'uomo riconosce la misericordia, si accetta e si affida per essere cambiato ad un Altro, all'Altro misericordioso. È questo il dolore di sé, che è vero dolore, ma carico di letizia. L'uomo è lieto perché Dio vive» (“Alla ricerca del volto umano", pag. 42).
 
In mezzo al disastro, dunque, c'è Qualcuno che resiste, che rimane, che regge per sempre. Ci sono donne che cantano in fin di vita, un'Ostia e una teca mariana che restano intatte. Così, la punizione, il castigo, i terremoti, i crolli della nostra vita possono essere l'ultimo strumento che abbiamo per sperimentare la potenza di questa Presenza salvifica, di questa misericordia. Perché spesso è solo quando siamo in ginocchio, privi di ogni risorsa che ci accorgiamo di ciò che ci manca e cerchiamo qualcosa che dica "per sempre".
 
E che, piangendo per il dolore che proviamo, ci faccia insieme sorridere e cantare come i bambini (o come le suore), «perché la madre e il padre sono con loro a consolarli», continua Giussani. Per questo vale la pena non censurare nulla del dramma della storia, che sia un terremoto, una contraddizone personale, mondane o ecclesiale, perché «l'uomo incomincia la sua verità nel riconoscimento della sua miseria: allora è mendicante e la sua ricchezza è nella domanda della sua dipendenza».