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RICORRENZA POLEMICA

La sinistra strumentalizza anche la memoria di Marcinelle

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Anche la memoria dei minatori italiani morti a Marcinelle, 70 anni fa, diventa occasione di polemiche contro il centrodestra. Non solo i sindacalisti voltano le spalle a La Russa, ma una gran parte della sinistra si scopre persino sessista ai danni di Antonella Sberna.  

Editoriali 11_08_2026
Marcinelle, monumento ai caduti

Ci sono anniversari che dovrebbero appartenere a tutti. Ricorrenze davanti alle quali le divisioni politiche e le appartenenze dovrebbero lasciare spazio, almeno per qualche ora, al rispetto per chi non c’è più. Marcinelle è certamente una di queste. Eppure anche quest’anno la commemorazione della tragedia avvenuta l’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier è finita al centro di una nuova controversia politica.

Quel giorno morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. Erano uomini emigrati in Belgio per lavorare nelle miniere e garantire alle proprie famiglie una prospettiva di vita migliore. Una tragedia diventata uno dei simboli più dolorosi dell’emigrazione italiana e, insieme, della storia del lavoro e dei suoi sacrifici. Proprio per questo la commemorazione dovrebbe rappresentare un momento di memoria condivisa, non l’ennesimo capitolo dello scontro tra maggioranza e opposizione.

Quest’anno, invece, le tensioni sono emerse durante e dopo la cerimonia, coinvolgendo il presidente del Senato Ignazio La Russa e la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna.

A dare fuoco alle polveri è stato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, che ha denunciato il comportamento di alcuni esponenti della Cgil presenti alla commemorazione. Secondo la sua ricostruzione, durante l’intervento di La Russa alcuni rappresentanti del sindacato si sarebbero voltati di spalle in segno di protesta. Un gesto che Fidanza ha giudicato particolarmente grave perché avvenuto nel corso di una cerimonia dedicata alle vittime di una tragedia che colpì drammaticamente la comunità italiana emigrata in Belgio.

La denuncia è stata immediatamente raccolta da Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, intervenendo sui social, ha definito quello attribuito agli esponenti della Cgil «un gesto grave e vergognoso», sottolineando come Marcinelle sia «il luogo della memoria, del rispetto e della dignità del lavoro». Secondo Meloni, voltare le spalle durante una commemorazione significa mancare di rispetto non soltanto all’autorità istituzionale presente, ma soprattutto alla memoria delle vittime.

La Cgil, però, ha respinto la ricostruzione. Il segretario generale Maurizio Landini ha smentito che il sindacato abbia assunto il comportamento descritto da Fidanza e contestato dalla premier. È dunque proprio sulla ricostruzione di quanto accaduto durante la cerimonia che si è aperto il primo fronte della polemica: da una parte la denuncia di Fratelli d’Italia, dall’altra la smentita della Cgil.

Lo scontro non si è però fermato alla questione delle contestazioni rivolte a La Russa. Il presidente del Senato ha infatti riferito anche di insulti sessisti rivolti alla vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna. Ed è su questo secondo episodio che Fratelli d’Italia ha chiesto con particolare insistenza una presa di posizione delle opposizioni.

Esplicita è stata Susanna Donatella Campione, senatrice di Fratelli d’Italia e componente della Commissione contro la violenza sulle donne. Gli insulti sessisti, ha sostenuto, non possono trovare alcuna giustificazione politica e non possono essere giudicati diversamente a seconda dell’appartenenza politica della donna che li subisce. Da qui l’invito all’opposizione e alle esponenti della sinistra a condannare con chiarezza l’accaduto.

La vicenda pone dunque una questione che va oltre i singoli protagonisti della polemica. Il primo punto riguarda la crescente difficoltà della politica italiana a riconoscere alcuni momenti come patrimonio comune. Gli anniversari delle tragedie nazionali dovrebbero avere una funzione opposta a quella della contrapposizione: ricordare le vittime, ricostruire le vicende, rendere omaggio a chi ha perso la vita e trasmettere alle generazioni successive il significato di quelle tragedie.

Marcinelle dovrebbe ricordare gli italiani partiti per il Belgio, il lavoro nelle miniere, le condizioni spesso durissime nelle quali si svolgeva, il sacrificio di 136 nostri connazionali e il dolore delle loro famiglie. Dovrebbe essere un luogo nel quale istituzioni, sindacati, partiti e associazioni si ritrovano, pur partendo da culture politiche differenti, nel riconoscimento di una storia comune.

Quando invece la commemorazione diventa l’ennesimo campo di battaglia tra destra e sinistra, il rischio è che le vittime finiscano sullo sfondo e che al centro dell’attenzione diventino i protagonisti politici del presente. È una forma di strumentalizzazione della memoria che sarebbe bene evitare sempre, qualunque sia il colore politico di chi la pratica. La memoria non appartiene a una maggioranza, a un’opposizione, a un sindacato o a un partito. Appartiene alla collettività.

C’è poi il secondo elemento, quello degli insulti sessisti denunciati nei confronti di Antonella Sberna. Qui la questione dovrebbe essere ancora più semplice: davanti a un insulto volgare e sessista non dovrebbero esistere distinguo politici. Non dovrebbe contare se la persona offesa appartenga alla destra, alla sinistra, al centro o a nessuno schieramento. Un insulto sessista resta tale indipendentemente da chi lo pronuncia e da chi lo subisce.

Per questo, se la ricostruzione degli episodi denunciati da La Russa fosse confermata, la condanna dovrebbe essere unanime e senza condizioni. Non perché Sberna appartenga a una determinata parte politica, ma esattamente per il motivo opposto: perché la dignità di una persona non può dipendere dalla sua appartenenza politica.

È su questo terreno che la polemica sul cosiddetto doppiopesismo della sinistra acquista un significato politico. La critica di Fratelli d’Italia è che, in questa occasione, una parte dell’opposizione non avrebbe reagito con la stessa fermezza che manifesta in altre circostanze quando vengono denunciati comportamenti sessisti o aggressioni verbali contro donne impegnate in politica. Se così fosse, sarebbe una contraddizione difficile da giustificare.

L’antifascismo, quando viene richiamato, non può diventare un passe-partout capace di giustificare qualsiasi comportamento di fronte a una cerimonia che appartiene alla storia nazionale. E soprattutto non dovrebbe mai essere utilizzato per attenuare o relativizzare la condanna di un eventuale insulto sessista. Se, come nel caso di Marcinelle, la memoria delle vittime viene utilizzata come un’arma nella contesa politica quotidiana, a perdere non è soltanto una cerimonia: è il senso stesso del ricordare.