• DOPO LA CRISI UCRAINA

La sclero-politica e il Samaritano

Oggi da ogni parte sembra irresistibile l'attrazione verso la guerra, che provoca solo morte e dolore. Si teorizza l'uccisione come mezzo per risolvere i problemi politici. I Potenti si riempiono la bocca di belle parole e ideali quando invece perseguono soltanto meschini interessi nascosti. Dovremmo riacquistare lo sguardo del Samaritano: non risolse il problema del banditismo ma si prese cura dell'uomo ferito.

Anche Leopoli coinvolta nella guerra

Hegel scriveva: “Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia è che l’uomo dalla storia non ha imparato niente!”. Ho la netta sensazione che la nostra cultura - e la nostra società - abbiano rimosso, o almeno celato, la morte nella sua cruda verità, (comprese le sue conseguenze nefaste). O meglio noi, oggi, conosciamo la morte solo attraverso la sofferenza e la morte degli altri.

Razionalmente parlando, nel vedere la morte avanzare in modo così terribile e funesto, dovremmo certamente ritirarci: pregare e pregare non solo per chi muore sotto le bombe, ma altrettanto per chi ci governa. Invece, assistiamo inebetiti e impotenti alla sua falsificazione, giustificandola come modalità inevitabile per il conseguimento di un bene, ipotetico, per tutti (questo è ciò che di solito i giornali, le Tv e vari mass media vogliono farci credere).

È incredibile la sfida che i Potenti della terra generano con i loro mirati calcoli e i loro pensieri. Perseguendo interessi economici e politici di vario genere (e vale per Russia, Stati Uniti, Unione Europea, Cina, etc.: quanti, quanti… quanti interessi ben nascosti), generano al dolore e alla morte nazioni e popoli interi, senza neanche considerare il dolore e la morte procurati anche alla propria gente.
Ma questo modo - direi politicamente… disinvolto? - di governarci, pone dal punto di vista umano una drammaticità inconciliabile con il concetto di umanità e del senso dell’uomo stesso. Tutta la nostra modernità, tutto il nostro progresso, va a sbattere contro la primitiva dialettica della guerra.

Oggi, con tutti gli sbandierati diritti, si penserebbe che per ammazzare una “qualsiasi persona” nessuna motivazione potesse dirsi giusta. Nella mia semplicità, so che “morire” fa parte della vita. Ma so anche che “l’uccidere” o il “non uccidere” rientra nelle possibilità di scelta dell’uomo. La grandezza di uno statista, di una nazione, di una società si misura sulla capacità di non uccidere. È custodendo e costruendo la vita, dalla sua nascita alla sua fine, che emerge la positività delle cose, la bellezza di un popolo, della sua cultura… e non certamente alimentando la morte. Vergogna, grande vergogna per tutti i promotori di guerre!

E invece no, mi sbagliavo. Ora sappiamo che la nostra vita o la nostra morte appartengono ai Potenti.
Ma, signori, stiamo scherzando? Solo il “non uccidere” è in grado di generare scambio pacifico e generale rispetto (seppur con vedute diverse) tra la vita del singolo e quella della collettività e, più ancora, del mondo intero. Violenza e falsità (sorelle gemelle) unite agli interessi economici mascherati, si potrebbero definire il nuovo diluvio universale che oggi minaccia gli uomini sulla terra.

Oggi va alla grande l’idea che ci debba essere la “libertà di difesa”, dimenticandoci che non si difende un popolo danneggiandone altri. In Genesi 9, 5 leggiamo: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto, ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”!

Da qui deduciamo che la guerra è la “figlia primogenita” della violenza, mascherata e occultata abilmente anche dalla nostra storia recente. Non solo la Russia: chi ha mai creduto alla NATO come organismo unicamente di difesa? Io sono nata nel dopoguerra e ho sempre visto la NATO “muoversi contro qualcuno” che, agli occhi dei “Potenti”, non era allineato al pensiero dominante. Si è mai visto qualche Stato Europeo essere aggredito? No. Eppure, nella mia vita, ho visto spesso la NATO partecipare – in qualche modo – a molte guerre (Jugoslavia, Iraq, Etiopia, Siria, Libia, etc.).

Quante volte abbiamo assistito, impassibili e creduloni, alla costruzione, nella stragrande maggioranza dei casi voluta e amplificata da chi muoveva abilmente i fili per assecondare i propri scopi, di un immaginario nemico cattivo, diventando in questo modo, con l’avallo di tutti, distributori di violenza, oppressione, morte e dolore.

È questa la “nostra Europa”, la Civiltà che vogliamo? È questo il “progresso” che abbiamo raggiunto? È possibile ammazzare solo perché si considera “l’altro” un potenziale pericolo?È possibile ammazzare perché il “nemico” è diventato - per l’avversario - un “non uomo”?

Vogliamo ancora credere che i nostri politici difendano il valore della vita?
A me pare, invece, che difendano il proprio interesse di schieramento politico ed economico, a me pare proprio che ciò che si sta affermando non sia il valore della vita, ma della forza e di una reciproca sopraffazione. In Comunità abbiamo dei profughi ucraini; qualcuno ha marito o moglie di etnia russa e molti di loro parlano bene il russo. Ma allora, mi chiedo, sono forse un unico popolo? Certamente all’origine avevano un alveo comune e fraterno! Chi e cosa ha contribuito a dividerli fino a farli odiare tra loro tanto da iniziare una guerra?

La sclero-politica di oggi? Diciamo pure che li ha divisi l’evidente incapacità dei politici di turno (siano essi americani, russi, ucraini, europei) evidentemente inadeguati a promuovere sentimenti di pace, di giustizia, di fratellanza nel rispetto dei diritti umani basilari. In un unico delirante marasma, tutti vogliono difendere qualcosa - o qualcuno – ma, in realtà, nessuno difende nessuno se non i propri interessi ben mascherati. Ma, mi chiedo: chi ci comanda ci tratta e ci pensa come un fine da salvaguardare, o come mezzi per raggiungere un loro segreto scopo?

I Potenti non sono mai in prima fila, ma lontano e ben protetti, a morire vanno sempre gli altri, i “sottoposti”. Dice il vangelo di Giovanni (11,50): “È meglio che muoia un uomo solo per il popolo…”. Oggi invece la storia dice il contrario: “È meglio che muoia un popolo piuttosto che anche un solo Potente”. Purtroppo, stiamo assistendo ad una pericolosa caduta di attenzione, nel mondo cristiano, alle violazioni del valore della vita stessa che si mostrano sempre più palesi.

E così continuiamo ad assistere ad una giustificazione della guerra istituzionalizzata, magari, sotto-sotto, favorendo pratiche violente di eliminazione o di uccisione dell’altro… quale unica falsa modalità di soluzione dei conflitti sociali-politici mondiali. Dovremmo rileggere la parabola del Samaritano (Lc 10, 30-37): il Samaritano non fa guerra ai banditi, non sradica la “violenza” e il “banditismo”, ma si prende con amore cura dell’uomo ferito, benché a lui sconosciuto. Ah, se tornassimo a guardare la vita con gli occhi di questo samaritano!

 

 

                                

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