• IL RICORDO

La santa ostinazione di Wojtyla sul Golgota

La profezia e la santa ostinazione di san Giovanni Paolo II sul Golgota. Ci scrive monsignor Marcuzzo, testimone di quell'episodio in cui il Papa manifestò il fermo proposito di volersi recarsi a tutti i costi in preghiera sul Calvario: «Era la sola tappa del pellegrinaggio che gli era stata preclusa a causa dell’accesso difficilissimo e la polizia israeliana aveva smantellato completamente l’apparato di sicurezza. Ma lui insistette. Fu impressionante vederlo salire le ripide scale mentre si appoggiava a fatica ai due corrimani».

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Ha suscitato viva emozione e inattese forti reazioni la rievocazione del pellegrinaggio di papa Giovanni Paolo II a Gerusalemme fatta da La Nuova Bussola commemorando il centenario della sua nascita. Non che fosse sconosciuta agli storici l’improvvisa, ferma determinazione del Pontefice di non far ritorno a Roma se prima non fosse tornato nella Basilica del Santo Sepolcro per salire sul Golgota, sfidando così ogni diniego per la sua salute e sovvertendo in extremis il programma ufficiale.

Solo che non fu compresa dai mass media  come meritava, e nemmeno valutata come permeata di spirito profetico, come oggi appare e come appunto la definisce il vescovo di Velletri mons. Vincenzo Apicella: «La visita di san Giovanni Paolo II al Calvario - mi dice - è una testimonianza quanto mai significativa della sensibilità e profondità spirituale di questo grande Papa e, possiamo ora dirlo, del suo spirito profetico. Gli eventi che stiamo vivendo, più che fatti occasionali, sembrano proprio il preludio di un Calvario ben più vasto che attende la Chiesa e l'umanità intera».

I numerosi giornalisti e operatori TV al seguito del Papa quel 26 marzo 2000, conclusa la celebrazione eucaristica da lui presieduta nella Basilica del Santo Sepolcro, erano partiti da Gerusalemme per l’aeroporto di Tel Aviv, dove egli sarebbe dovuto arrivare nel primo pomeriggio per la cerimonia ufficiale di commiato dallo stato di Israele. Con ore di anticipo era stato approntato un inappuntabile schieramento di militari, si stendeva il tappeto rosso per il previsto rigoroso allineamento ai suoi margini delle massime autorità politiche, militari, religiose e diplomatiche.

Anche il pranzo di saluto, a chiusura di sei giorni di pellegrinaggio in Giordania, Territori palestinesi e Israele, che si svolgeva nel Patriarcato Latino, sembrava concludersi nei tempi previsti. Quando invece… improvvisamente – a rievocarmi questo momento del quale fu testimone è mons, Giacinto Boulos Marcuzzo, (allora vescovo residente a Nazareth, oggi vicario generale del Patriarcato Latino di Gerusalemme)  – il Papa esplicita al patriarca Michel Sabbah, che gli è accanto al tavolo da pranzo, il proposito di volersi recarsi in preghiera sul Golgota.

Era la sola tappa del pellegrinaggio che gli era stata preclusa a causa dell’accesso difficilissimo, delle scalinate strette e ripide,  che presentava ad un ammalato di Parkinson come lui.  «Ricordo persino - mi dice mons. Marcuzzo -  che gli organizzatori del pellegrinaggio, anche del Vaticano, dicevano: Per fortuna che un’unica Basilica comprende Golgota e Santo Sepolcro. Andando il Papa al Santo Sepolcro, possiamo ragionevolmente dire che è stato anche al Golgota, e così gli risparmiamo una fatica inutile e… impossibile!”. Ma il Papa Santo non l’intendeva così».    

Anche dinanzi ad un fatto compiuto: la polizia israeliana aveva smantellato completamente l’apparato di sicurezza e ripristinato la libera circolazione lungo il percorso di viuzze scoscese della Città Vecchia, tra la Basilica del Santo Sepolcro e il Patriarcato. Rifare tutto di nuovo, posti di blocco e di controllo, spiegare uomini e mezzi già rientrati alle loro basi, era un compito improbo. Mons. Marcuzzo ricorda «molto bene i particolari del cambiamento del programma in Patriarcato: la conversazione tra il Papa, il Patriarca e la Polizia! La lunga attesa nel cortile del Patriarcato!» che per me si rivelò come un’ opportunità inaspettata, memorabile: gli restai infatti vicino per quasi un’ora e mezza!  Lui aveva chiesto di essere riportato sulla “Papa mobile”  per farsi trovare pronto al ritorno nella Basilica e salire sul Golgota; ed io, come ho scritto, poco più di un metro distante, «cominciai a “parlargli in silenzio”, a confidargli innanzitutto la mia gratitudine per quella circostanza, la mia commossa condivisione della malattia che coglievo dal suo volto, la mia preghiera che si intrecciava con la sua. Era evidente che egli fosse immerso in un’incessante preghiera. Io lo guardavo, non mi stancavo di scoprire le reazioni che l’attesa, che si protraeva, gli avrebbe provocato. Ma lui non si scomponeva».

Va riconosciuto all’efficiente organizzazione di sicurezza israeliana di aver fatto tutto il possibile per accontentare l’illustre ospite.  Prosegue mons. Marcuzzo: «Non son potuto andare al Golgota, perché dovevamo essere pronti all’aeroporto per il saluto ufficiale. Ma un francescano del Santo Sepolcro, testimone presente, mi ha raccontato  “come” il Papa avesse potuto fare la salita dei gradini del Calvario, compiere un’ impresa che a tutti sembrava impossibile». E che oggi viene divulgata, vorrei esserne certo, per la prima volta:  Egli non compì la salita che si presenta sulla destra, appena dopo l’ingresso nella Basilica; quella che solitamente intraprendono i pellegrini ed è parallela alla scalinata esterna che viene usata per le foto di gruppo.

Invece «ha affrontato la “salita liturgica”, nella parte Nord, dai gradini diritti e ripidi. E ha voluto essere da solo, appena accompagnato dal segretario (il vescovo mons. Stanislav Dziwisz) che gli stava leggermente accanto e indietro. Ha fatto tutti i gradini quasi da solo, sostando e riposando più o meno brevemente dopo ogni gradino, una mano sul corrimano di destra e l’altra o sul corrimano di sinistra (oppure, per qualche gradino, sulla mano del segretario che lo accompagnava)».

«Chi era presente afferma che era uno spettacolo non solo commovente, ma impressionante, sconvolgente e tragico. Ha fatto pensare ai pochi presenti, mi dice mons. Marcuzzo, alla salita di Gesù che porta la croce sul Calvario ed è il Papa che porta le croci del mondo, come e con Gesù,  alla soglia del nuovo millennio. Solo alla luce di questo concetto “profetico”, si può capire “la santa ostinazione” del santo Papa Giovanni Paolo II,  a voler andare, a qualsiasi costo, nonostante tutti (numerosi) gli ostacoli (salute, polizia, sicurezza, protocollo ufficiale,…)  al Golgota!»

«Un segno profetico e di grande speranza per noi oggi: le sofferenze di questo nostro tempo del terzo millennio sono già state portate ai piedi della croce di Cristo, lavate dal suo sangue redentore e trasformate con la forza misteriosa e rigeneratrice della Resurrezione», conclude mons. Marcuzzo. E monsignor Apicella, memore di uno straordinario pellegrinaggio  a Gerusalemme: «Siamo comunque  certi che "il custode di Israele non si addormenta e non prende sonno" (Ps.120) e che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio».

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