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L'ESKIMO IN TELEVISIONE

La Rai fa propaganda a sinistra, interviene l’Agcom

La trasmissione di Marco Damilano, che si è scagliato contro il centrodestra senza contraddittorio, ha riaperto la questione della faziosità della tv di Stato (a spese nostre), con l’intervento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Urge una riforma, ma possiamo cominciare a “cambiare canale” con il voto di domenica.

Politica 23_09_2022

Gli ultimi fuochi d’artificio della campagna elettorale travolgono pure la tv di Stato. Pagata con i soldi di tutti i cittadini, anche in questa circostanza sta dando prova di faziosità, come è quasi sempre accaduto in precedenti campagne elettorali. Prova ne sia il fatto che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) è dovuta intervenire in più occasioni nelle ultime settimane con appelli al rispetto del pluralismo e interventi riequilibratori, nel solco della problematica applicazione della par condicio, che prescrive parità di accesso di tutti gli attori politici agli spazi di propaganda e vieta qualsiasi sbilanciamento in favore dell’uno o dell’altro.

Ultima pietra dello scandalo in ordine di tempo è una puntata de Il cavallo e la torre, striscia serale quotidiana in onda su Rai 3 e condotta dall’ex direttore del settimanale L’Espresso, Marco Damilano. In una puntata delle sere scorse, Damilano aveva ospitato il filosofo francese Bernard Henry-Lévi, che senza alcun contraddittorio si era scagliato contro Salvini, Berlusconi e Meloni, paventando il pericolo di un ritorno al fascismo in Italia e auspicando che, in caso di una loro vittoria, non venisse rispettata la volontà popolare. Parole al cianuro quelle del filosofo, che dava del «traditore» al leader leghista, colpevole di fare «viaggetti in Russia» per «definire il futuro suo e dell’Italia».

La tiepida presa di distanza del conduttore, che si era limitato a dire di non condividere quelle esternazioni e, come gesto riparatore, aveva invitato la sera dopo il professore della Luiss, Giovanni Orsina, contrario alle frasi pronunciate da Bernard Henry-Lévi, non è bastata ad evitargli la condanna dell’Agcom, che ha ravvisato in quella puntata una aperta violazione dei principi di correttezza e imparzialità contenuti nella legge sulla par condicio e ha imposto al conduttore di recitare un mea culpa in diretta. L’Autorità, quindi, «ritenendo la presa di distanza del giornalista insufficiente per riequilibrare e sanare le violazioni riscontrate nella messa in onda della puntata del 20 settembre, ha ordinato alla Rai di trasmettere, in apertura della prima puntata utile del programma, un messaggio in cui il conduttore comunichi che nella trasmissione del 19 settembre non sono stati rispettati i principi di pluralismo, obiettività, completezza, correttezza, lealtà ed imparzialità dell’informazione».

È vero che il conduttore si era dissociato, ma le sue domande allusive e faziose non potevano che spingere il filosofo a fare quelle affermazioni, cioè rappresentavano il classico assist per attaccare il centrodestra.

Ma la polemica non si è placata. Molti esponenti politici di centrodestra hanno chiesto le dimissioni dell’ad Rai Carlo Fuortes, considerato colpevole di non riuscire a tenere in pugno l’azienda. La Lega ha rilanciato la sua proposta di Pontida, cioè quella dell’abolizione del canone Rai. Se serve a finanziare la propaganda della sinistra – è il ragionamento del Carroccio – meglio cancellarlo.

Nella seduta di mercoledì il Consiglio dell’Agcom ha esaminato anche i dati di monitoraggio relativi alla penultima settimana della campagna elettorale dall’11 al 17 settembre. «Nonostante lo sforzo compiuto dalla maggior parte delle emittenti – hanno precisato i vertici dell’Autorità – per ripristinare la parità di trattamento, come specificamente previsto dalla legge, è stata riscontrata la persistenza di squilibri. Pertanto, il Consiglio, all’unanimità, ha dato mandato agli uffici di avviare i procedimenti sanzionatori al fine di accertare la condotta delle testate editoriali per le quali ha emanato appositi ordini». L’Autorità torna ad «invitare le emittenti ad un rigoroso rispetto delle regole della par condicio nell’ultima settimana della campagna elettorale». Le procedure avviate riguardano quasi tutte le testate giornalistiche, ma in particolare quelle che rischiano di più sono TgLa7 e Rai News. Le sanzioni possono variare da diecimila a duecentocinquantamila euro da determinare in base alla gravità della violazione.

Va detto che anche i conduttori di altre testate non si stanno comportando benissimo. Giovanni Floris, ad esempio, nell’ultima puntata del suo talk show del martedì, ha mandato in onda tutte le frasi del passato con le quali gli esponenti del centrodestra inneggiavano a Putin considerandolo affidabile. Peccato, però, che a fare affari con Putin e a dargli credito siano stati per primi i governi guidati dalla sinistra, sia con Prodi che con D’Alema che con Letta. Mai come questa volta la campagna elettorale è stata dominata dalla politica estera, che la sinistra ha utilizzato per delegittimare l’avversario, a quanto pare senza successo, visti i sondaggi che segretamente continuano a circolare.

Il caso Damilano ha confermato ancora una volta che la tv di Stato va riformata in modo radicale e va sottratta al controllo politico, almeno alla vigilia di un appuntamento con le urne. Anche lo spazio spropositato che nelle ultime settimane viene riservato in tv a partiti di sinistra con percentuali da prefisso telefonico, come Impegno civico di Luigi Di Maio, è un affronto al buon senso e finisce per calpestare violentemente il principio pluralista. Per fortuna fra 48 ore la parola passa agli elettori.