• INTERVISTA/DI NOTO

«La quarantena non frena la pedopornografia, anzi...»

Solo nelle prime due settimane di marzo 47 denunce e 20mila tra foto e video pedopornografici intercettati: «C'è un aumento impressionante di adescatori di minori in rete, nell'ultimo mese abbiamo fatto segnalazioni per duecento chat distribuite su tutte le piattaforme social. I genitori imparino a vigilare». Parla don Fortunato Di Noto, che della lotta alla pedopornografia ha fatto la sua missione.

In tempo di quarantena da Covid-19, i minori non sono affatto più al sicuro dalle insidie pedopornografiche. Meter Onlus ha riferito di 47 denunce in più nelle prime due settimane di marzo e della scoperta, nello stesso periodo, di quasi 20mila tra foto e video pedopornografici. È allarmante, in modo particolare, la persistente diffusione di immagini oscene completamente nuove. A colloquio con la Nuova Bussola Quotidiana, il fondatore di Meter, don Fortunato Di Noto, ha denunciato ancora una volta le difficoltà di coordinamento nella prevenzione e repressione del fenomeno.

Don Fortunato, l’attività di monitoraggio di Meter non è rallentata, anzi si è incrementata dall’inizio del lockdown. Quali sono i dati più rilevanti?
In base all’attività documentabile ed ufficiale dall’8 marzo a oggi, abbiamo rilevato tre aspetti importanti, che riguardano sia l’Italia che l’estero. In primo luogo, si registra un aumento impressionante di adescatori di minori in rete. Abbiamo fatto segnalazioni per almeno duecento chat su tutte le principali piattaforme, da Telegram a Facebook, fino a Twitter. C’è una massiccia presenza di adescatori e fruitori di pedopornografia nelle chat frequentate non solo dagli adulti ma anche dai minori.
Il business della pedopornografia non si ferma. È un orrore indicibile, dopo trent’anni di attività di Meter, non riusciamo a trovare le parole per descrivere il nuovo materiale pedopornografico che viene allo scoperto: nei video certi dialoghi sono impressionanti... E mi limito a parlare di abusi ai danni di bambini fino ai 12-13 anni, senza nulla togliere alla gravità della pornografia minorile che coinvolge gli adolescenti.
C’è infine il risvolto ideologico. Abbiamo denunciato un gruppo italiano su Telegram che si faceva chiamare “I discepoli del pedofilo”, su cui la polizia postale approfondirà nei prossimi giorni. Su Telegram in particolare, a causa della criptazione, a volte è impossibile ottenere i dati di identificazione degli utenti e questo rappresenta un serio problema.
Rimaniamo convinti che i server e i provider non possano appellarsi al rispetto della privacy degli utenti, quando ci sono di mezzo soggetti criminali, che diffondono materiali compromettenti di bambini già abusati. La responsabilità dei colossi del web è fondamentale. A questo si aggiunge l’incapacità di coordinare le forze di polizia nel contrastare un problema che va affrontato a livello globale.

In questa fase di quarantena, la presenza costante dei genitori al fianco dei figli può essere d’aiuto nel prevenire gli adescamenti e gli abusi?
Il problema di fondo è: chi controlla i controllori? Chissà se tutti i genitori si stanno rendendo conto di quanto sia aumentato l’utilizzo degli smartphone durante queste settimane di quarantena. Mi chiedo anche se le famiglie si stiano dando delle regole nell’utilizzo dei cellulari e dei pc al di fuori dell’uso didattico. Bisogna tenere conto che, oltre le cinque ore quotidiane di utilizzo, tra i ragazzi può subentrare la dipendenza. La fruizione dello smartphone, ovviamente, non sarà mai la stessa per un diciottenne, rispetto a bambini più piccoli. In ogni caso va fatto capire loro che lo smartphone non è un passatempo. Il mondo digitale, ormai, è un mondo reale: anche stando a casa, il mondo mi entra dentro casa. Avendo accanto i propri figli, i genitori devono tirare fuori la loro autorità morale, essere capaci di indirizzare bene l’utilizzo degli strumenti informatici.

Un aspetto positivo dei social network è comunque quello di riuscire a tenere unite le comunità, a partire, ad esempio, dai gruppi parrocchiali. La stessa Meter ha organizzato degli esercizi spirituali virtuali durante la Quaresima…
Posso dire, senza vanto, di essere stato tra i primi sacerdoti ad aver creduto nelle potenzialità del web.  Non condivido di certo l’idea che una comunità possa essere soltanto social, tuttavia è vero che una comunità può farsi social. In queste settimane di divieto d’assembramento, i social diventano l’unica opportunità di incontro. Sono convinto che questa situazione non vada ad intaccare la fede, anzi, la rafforzi. Questo tempo può diventare un tempo sacro e un tempo santo. Al di là dell’impossibilità di partecipare all’eucaristia, vanno ricordate le tante comunità nel mondo che sono prive di sacerdoti. Ho amici missionari che riescono a portare l’eucaristia alle loro comunità ogni tre mesi. Più che essere pavidi o impavidi, i sacerdoti sono chiamati a dare risposte pastorali. Per quello che mi riguarda, io, con il cellulare da cui le sto parlando, trasmetto ogni giorno la messa in streaming per la mia parrocchia. In condizioni normali non riesco mai ad andare oltre le 300-400 persone a celebrazione, eppure in questi giorni sono arrivato a 2800 visualizzazioni durante le mie dirette. Il problema si pone per quando riprenderanno le messe con il popolo: i fedeli vanno educati all’idea che questo è un momento particolare ma che dopo sarà di nuovo fondamentale andare in chiesa la domenica.

Fino a che punto, allora, la “messa virtuale” può sopperire la mancanza della messa vera e propria?  
Dipende molto da noi sacerdoti e da come ci approcciamo alla questione. Molti preti, prima d’ora, non avevano mai utilizzato i social. Comunque, quanto a me, avendoli scoperti da più tempo, ho iniziato ad utilizzarli regolarmente già da prima. La cosa importante per un sacerdote è usare i social per arrivare ai cuori della gente, evitandone un uso superficiale. Quindi, oltre alla messa quotidiana, ho potuto organizzare la via crucis e gli esercizi spirituali, prendendo i contatti di tutti i parrocchiani e dando loro le regole da seguire: ho raccomandato la puntualità e un abbigliamento adeguato, come se fossimo realmente in parrocchia. Il momento più bello è stata la benedizione delle famiglie, durante la quale ho chiesto ai papà di porre un segno di croce sulla fronte dei figli. In seguito mi sono arrivate centinaia di e-mail degli stessi papà che mi hanno confidato la loro emozione: era la prima volta che facevano un gesto del genere.
Ora la mia speranza è che coloro che hanno partecipato a questi momenti, appena sarà consentito, vengano tutti a messa, facciano vita di comunità e inizino un percorso di fede. Per quanto belli, questi momenti non possono mai sostituire la messa reale. I parrocchiani mi mancano molto in queste settimane. La chiesa la lascio aperta tutti i giorni dalle otto alle dieci. Ho anche fatto benedizioni di salme al cimitero. Non ho mai pensato, in questa quarantena, di chiudermi in canonica e non fare nulla. Noi preti non andiamo assolutamente mai in vacanza, tantomeno adesso!

Hanno fatto molto discutere – e la Nuova Bussola Quotidiana ne ha scritto più volte – i casi di sacerdoti multati o di fedeli impossibilitati dalle forze dell’ordine a recarsi in parrocchia, nonostante i decreti vigenti lo consentano. Vede rischi per la libertà religiosa?
Credo che in questi momenti sia utile invocare la Madonna dell’Equilibrio e chiederle che interceda per le nostre scelte. Multare un parroco, perché ha fatto entrare qualche fedele in chiesa, mi sembra veramente eccessivo, quasi da stato di polizia… Detto ciò, io stesso, che pure avrei potuto portare il Santissimo in giro per le strade, amo così tanto la Chiesa come una madre, da obbedirle sempre filialmente. Ho ritenuto che la cosa migliore fosse tenere aperte le chiese e lasciare la gente libera di entrare. La nostra fede non può lasciarsi intaccare da queste situazioni. Dall’altro lato, secondo me, alcuni preti hanno forse un po’ esagerato, facendo uno show delle loro celebrazioni in quarantena.
Vogliono perseguitare la Chiesa? Ben venga! È lì che la nostra fede sarà messa alla prova. È dal sangue dei martiri che la Chiesa cresce realmente. Penso al cardinale Van Thuan, rinchiuso per molti anni nelle carceri vietnamite: probabilmente la sua fede è stata più feconda nella prigionia che in libertà. Nessun politico sarà mai in grado di pregiudicare la profondità della nostra fede. Se ci perseguiteranno, daremo ragione della nostra fede.