• SERRATA

La protesta degli imprenditori, i nuovi poveri

In mezzo a tante notizie di scioperi, ne troviamo anche una di serrata. Organizzata da Imprese che Resistono, ha coinvolto 5600 piccole imprese. È sintomo di un male ignorato: gli imprenditori stanno diventando i nuovi poveri.

Serrata

Mercoledì scorso, 5600 imprese, soprattutto piccole imprese, hanno incrociato le braccia. Non hanno risposto a ordini e fax. Hanno spento le luci. Hanno abbassato le saracinesche. È stata una serrata, propriamente detta, organizzata da Imprese che Resistono, un’associazione che riunisce piccoli imprenditori, partite Iva, commercianti e artigiani di tutta Italia, costituita nel 2009 da Luca Peotta.

Una serrata è un’azione rara, non solo di questi tempi, ma in generale nella storia dell’Italia repubblicana. Contrariamente agli scioperi, ampiamente riconosciuti dalla legge e molto frequenti, le serrate sono malviste da giudici e opinione pubblica. La Costituzione non le prevede neppure. La giurisprudenza le considera una violazione degli obblighi contrattuali nei confronti dei lavoratori. È dunque un atto di protesta al limite della ribellione. Al limite, ma non oltre: è riconosciuta legale se riguarda piccoli imprenditori, dopo una sentenza 222 della Corte di Cassazione (del 1975), se motivata da protesta contro fatti o provvedimenti incidenti sulla loro attività economica. Quella di mercoledì, che è durata 4 ore, dalle 8 alle 12, è un atto di esasperazione contro la Legge di Stabilità, che non migliora una condizione di oppressione fiscale e legislativa che sta letteralmente schiacciando la piccola e media impresa in Italia. Imprese che Resistono elenca i mali del Paese a cui reagisce: indifferenza sostanziale della politica, la pressione fiscale più alta d’Europa, vessazioni da parte del fisco e delle banche, pagamenti mai certi, burocrazia “esasperante”, un sistema di welfare inefficiente, illegalità tollerata, rapporto “asettico” delle banche, “inadeguatezza” delle associazioni di categoria, “logiche spartitorie” prive di meritocrazia, tentazione di andarsene dall’Italia.

Questi mali si possono tradurre in due numeri: 533.000 aziende chiuse dal 2008 al 2013 (dati Cerved) e 27.000 hanno chiuso in Italia per riaprire all’estero dal 2008 al 2011 (dati Cgia di Mestre). Fra i fuggitivi non vi sono solo coloro che vogliono spostarsi nell’Est europeo per trovarvi manodopera a basso costo, ma anche migliaia di imprenditori che vanno in altre nazioni europee per trovarvi un fisco meno esoso e leggi più sicure. Nel settembre scorso, ad esempio, 263 aziende della sola Lombardia hanno aderito ad un’iniziativa informativa del comune di Chiasso per sapere come trasferire baracca e burattini in Svizzera. Anche la Francia, che pure non è un “paradiso fiscale”, ha attratto ben 2.562 imprese italiane, 2.408 sono andate negli Usa (dove è pure difficile emigrare) e 2.099 in Germania. Persino la Spagna, Paese in crisi nera, ha accolto 1925 aziende italiane.

A queste cifra va aggiunto un altro dato drammatico: l’esercito di 6 milioni di disoccupati (dato Istat relativo al 2009), rimasti a terra dalla chiusura o dal ridimensionamento delle loro aziende e ancora privi di lavoro. Molti di essi vanno ad ingrandire quella massa di 4,8 milioni di nuovi poveri assoluti, che non sanno neppure di che sfamarsi.

In luoghi come il rifugio della Caritas Ambrosiana di Milano, dove siamo soliti pensare a ospiti come immigrati o “barboni”, adesso si trovano anche ex imprenditori e lavoratori autonomi che hanno perso tutto, anche la casa, a causa della crisi e di un fisco che non guarda in faccia a nessuno. In questo contesto, si ribalta la tradizionale visione dell’imprenditore ricco. I piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti non hanno sindacati che li proteggano o ammortizzatori sociali: sono soli, in balia della crisi. Una serrata di 5.600 aziende non ha fatto notizia sui grandi quotidiani, mai farà clamore quanto uno sciopero di autoferrotranvieri o minatori. Ma è comunque un segnale che qualcosa non va in questo sistema.