• L'AQUILA

La Perdonanza torna in Basilica dopo 10 anni

Ogni anno a L’Aquila, il 28 e il 29 agosto, si rinnova il solenne rito della Perdonanza, l’indulgenza plenaria che Celestino V, la sera stessa della sua incoronazione a pontefice, concesse a tutti i fedeli. Nella splendida Basilica di Santa Maria di Collemaggio sarà celebrata la Santa messa conclusiva. E' la prima volta dopo 10 anni per via del restauro post-terremoto. La vicinanza degli ultimi Papi con San Celestino V. 

Ogni anno a L’Aquila, il 28 e il 29 agosto, si rinnova il solenne rito della Perdonanza, l’indulgenza plenaria che Celestino V, la sera stessa della sua incoronazione a pontefice, concesse a tutti i fedeli. Quest’anno cade la numero 724, entrata nel vivo ieri con l’apertura della Porta Santa per mano del cardinale João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, su invito del cardinale e arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi. Per 24 ore i fedeli che la attraverseranno potranno lucrare l’indulgenza plenaria, mentre alle 22 di oggi, nella splendida Basilica di Santa Maria di Collemaggio sarà celebrata la Santa messa conclusiva. E' la prima volta dopo 10 anni per via del restauro post-terremoto. Per tutta questa notte, intanto, nella Basilica aquilana, intervallati da musiche antiche, sono risuonati passi della Sacra Scrittura e dalla vita di Celestino V, eseguiti da autorità civili e religiose, da esponenti della cultura, dello spettacolo oltre che da molti semplici fedeli aquilani. 

Una storia davvero straordinaria quella dell’eremita molisano Pietro Angelerio, designato pontefice in un conclave riunito a Perugia il 5 luglio 1294, e che dall’eremo di Sant’Onofrio al Morrone (sopra Sulmona) nel quale si era ritirato in preghiera, suo malgrado e ormai ottantenne dovette muovere alla volta dell’Aquila dove fu eletto papa col nome di Celestino V. In ossequio all’entrata di Cristo a Gerusalemme volle anch’egli entrare all’Aquila a dorso di un asino, le cui briglie erano tenute da re Carlo d’Angiò e da suo figlio Carlo Martello. Alla cerimonia parteciparono più di duecentomila persone (folla straordinaria per il tempo), le quali ricevettero dal nuovo pontefice un dono di portata straordinaria: quanti “confessati e sinceramente pentiti”, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del giorno 29, festa di san Giovanni Battista, avessero visitato devotamente la basilica di Collemaggio, avrebbero ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione dalla pena. 

La più grande rivoluzione celestiniana è dunque quella contenuta nella sua Bolla del Perdono: non più solo ai ricchi (magari in cambio di abbondanti elemosine), per la prima volta il Perdono sarebbe stato concesso anche agli ultimi della terra, i poveri e diseredati. A solo due condizioni: l’ingresso nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio tra la sera del 28 e quella del 29 agosto di ogni anno (anniversario della sua investitura) e l’essere davvero pentiti e confessati. Una rivoluzione violentemente contrastata dal suo successore Bonifacio VIII (che tuttavia la fece propria), che tuttavia non riuscì ad impedirne la diffusione tra il popolo. 

Dopo l’abdicazione (“il gran rifiuto” dantesco), Pietro Angelerio cercò di tornare all’eremo del Monte Morrone ma Bonifacio VIII, invidioso per il suo enorme seguito, prima lo portò con sé a Roma, poi, quando il papa eremita tentò di fuggire imbarcandosi da Vieste volta della Grecia, lo fece imprigionare nella Rocca di Fumone. Qui, all’età di 87 anni, morì in una cella larga poco più di due metri. Le cronache del tempo raccontano che poche ore prima della morte di Celestino V si verificò un episodio straordinario considerato il suo primo miracolo: una grande croce di fuoco apparve nel cielo. 

Quest’anno la Perdonanza Celestiniana è stata onorata con un programma intensissimo tanto che il centro storico aquilano è tornato a popolarsi con la folla delle grandi occasioni. Nella suggestiva cornice dei cortili e delle piazze del centro si sono animate processioni, celebrate messe, lette pagine scelte della Bibbia. Questa sera, a chiusura della Perdonanza celestiniana, il piazzale antistante la splendida Basilica di Collemaggio dagli inconfondibili colori bianco-rosa si riempirà all’inverosimile per l’attesissimo concerto di Francesco De Gregori, per una performance che sarà tagliata su misura per l’evento celestiniano e che - così raccontano i quotidiani cittadini – è andata sold out in appena 90 secondi dall’apertura delle prenotazioni. Un De Gregori, dunque, sempre più conquistato da quella sensibilità cristiana che non ci era sfuggita, e di cui ci eravamo già occupati (qui e soprattutto qui). 

È interessante notare come ognuno degli ultimi pontefici abbia “letto” nel brevissimo ma intenso pontificato di Celestino V (appena 4 mesi) un tratto vicino alla propria sensibilità; come se il Papa eremita fosse stato fonte di ispirazione per tutti, seppure per motivi diversi. Ne sono una prova le preziose citazioni scovate dalla giornalista Emanuela Campanile. Vediamo. 

Paolo VI, che si sentì tradito dai suoi collaboratori per gli esiti della riforma liturgica e ancor più per l’isolamento successivo alla pubblicazione dell’Humanae Vitae, lo ricorda così: «San Celestino V, dopo pochi mesi, comprende che egli è ingannato da quelli che lo circondano, che profittano della Tua inesperienza per strappargli benefici [..] Il Papa, come per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse - se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino - ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere». 

Si scorge una sorta di immedesimazione anche nelle forti parole di Benedetto XVI, circa il quale è appena il caso di ricordare la comunanza con l’identico “gran rifiuto” celestiniano. Col senno di poi, infatti, hanno creato non poca suggestione le immagini dell’omaggio che - in visita ad una L’Aquila squassata dal terremoto – portò a Celestino V colui che ha finito per seguire la stessa strada: accarezzando la teca del papa molisano, Benedetto XVI, con l’aiuto di padre George, gli stese sopra il proprio pallio papale. Scrive Papa Ratzinger il 4 luglio 2010: «Celestino V seppe agire secondo coscienza in obbedienza a Dio, e perciò senza paura e con grande coraggio, anche nei momenti difficili, come quelli legati al suo breve Pontificato, non temendo di perdere la propria dignità, ma sapendo che questa consiste nell’essere nella verità. E il garante della verità è Dio»

E se a san Giovanni Paolo II non poteva non colpire quanto l’eremita «dagli spettacoli naturali traeva spinta per elevarsi alle vette della pura contemplazione» (30 giugno 1985), Papa Francesco, pensando all’eredità di Celestino V, è rimasto colpito da quella che ha definito una sua “idea forte”. «Lui – scriverà Papa Bergoglio il 5 luglio 2014 - come san Francesco di Assisi, ha avuto un senso fortissimo della misericordia di Dio, e del fatto che la misericordia di Dio rinnova il mondo [..] questi santi hanno sentito il bisogno di dare al popolo la cosa più grande, la ricchezza più grande: la misericordia del Padre, il perdono».