La nuova Rachele – Il testo del video
La moglie eletta di Giacobbe è un’altra prefigurazione di Maria Santissima, così come il figlio di lei, l’antico Giuseppe, è figura di Gesù. Già nella tradizione ebraica Rachele è vista come la madre sofferente che intercede per il suo popolo e le cui lacrime vengono esaudite da Dio.
Continuiamo il nostro itinerario alla scoperta delle figure anticipatrici di Maria Santissima nell'Antico Testamento, questi tipi che, in analogia al modo di leggere l'Antico Testamento in riferimento a Cristo, applichiamo a Maria Santissima. Come ho già avuto modo di dire diverse volte, è un approccio che ci permette di cogliere quanto in profondità la Sacra Scrittura sia impregnata del mistero di Maria Santissima in relazione a Cristo.
Oggi vediamo una nuova prefigurazione di Maria che ritroviamo in Rachele, la moglie eletta di Giacobbe, che ebbe da Lia e dalle due schiave dieci figli e poi da Rachele ebbe i due prediletti, cioè Giuseppe e Beniamino, l'ultimo. Rachele è dunque la madre di Giuseppe.
Andiamo a vedere da vicino questa immagine di Maria come nuova Rachele, ma, come abbiamo già fatto in riferimento ad altre figure, dobbiamo capire che siamo autorizzati a pensare a Maria come nuova Rachele, non solo per alcuni riferimenti che vedremo nel testo, ma anche perché dall'altra parte abbiamo Gesù che è il nuovo Giuseppe.
Dunque: Rachele e suo figlio Giuseppe, la nuova Rachele e il figlio, il nuovo Giuseppe. Ci sono veramente tantissimi elementi nel racconto relativo alla storia di Giuseppe (siamo nel libro della Genesi, al cap. 30, poi dal cap. 37 in poi con tutta la storia di Giuseppe), che richiamano il parallelo tra Giuseppe e Cristo. Ricordiamoci che questa è un'idea fondamentale nella lettura delle Scritture, che ci viene dalla tradizione cristiana, cioè che Gesù Cristo ha adempiuto tutta una serie di figure dell'Antico Testamento, figure importanti. Abbiamo visto altri paralleli, ricordate: il nuovo Adamo, il nuovo Mosè, il nuovo Davide. Adesso abbiamo il nuovo Giuseppe. Chiaramente non è una catechesi su questo aspetto, ma ci serve per comprendere, per introdurre poi la figura di Maria come nuova Rachele, e abbiamo alcuni dettagli importanti di questo parallelo che vi do come input per capire che non ci stiamo inventando delle cose.
Prima di tutto, chiaramente, abbiamo che Giuseppe, se vi ricordate, è venduto da Giuda, uno dei dodici fratelli. Parallelamente sappiamo che Gesù è venduto da Giuda, uno dei dodici apostoli. Il parallelo dei dodici figli di Giacobbe e dei dodici apostoli è qualcosa di assodato nella lettura cristiana delle Scritture: i dodici apostoli sono il nuovo Israele che compie e sostituisce i dodici patriarchi, i dodici figli di Giacobbe.
Abbiamo un altro fatto interessante: quando Giuseppe viene incarcerato (Gen 40), è incarcerato insieme a due eunuchi, i servitori del faraone: uno è il capo dei coppieri, l'altro il capo dei panettieri, che per ragioni particolari sono stati rifiutati dal faraone e messi in carcere. Hanno dei sogni, Giuseppe li interpreta e da questi sogni si capisce che uno verrà salvato e l'altro verrà condannato. È interessante che nella condanna di Giuseppe, abbiamo Giuseppe posto tra due eunuchi condannati dal faraone, di cui uno si salva e l'altro no; il parallelo è molto forte con Gesù crocifisso tra due ladroni, di cui uno si salva e l'altro no. Ancora: Giuseppe (Gen 41,46) ha trent'anni quando entra al servizio del faraone e Gesù ha trent'anni quando entra nel suo ministero pubblico.
Giuseppe viene salvato dal carcere, ma non solo: è esaltato (Gen 41,40-44) e in qualche modo posto alla destra del faraone e posto a capo di tutto il suo regno; qui abbiamo il parallelo chiarissimo con Gesù che viene esaltato, posto alla destra del Padre e a lui viene dato ogni potere in cielo e in terra. Ancora: Giuseppe è causa di salvezza di Israele e dei Gentili dalla carestia, dando loro il pane – ricordate la previdenza di Giuseppe che mette da parte delle scorte per il tempo in cui ci sarebbe stata la carestia, salvando così non solo il popolo egiziano, i Gentili, ma anche Israele, che lì avrebbe attinto il pane; i figli di Giacobbe vengono in Egitto proprio per questa ragione, per ricevere il pane, senza sapere che lo riceveranno da Giuseppe. Bene, Gesù salva Israele e i Gentili dando loro il Pane del cielo. Ancora, è un dettaglio molto interessante, quando leggete Gen 43 guardate i versetti 33-34: Giuseppe dà la porzione maggiore a Beniamino che è il più giovane. Ricordate? Quando i figli di Giacobbe vengono richiamati, Giuseppe dice loro di portare anche Beniamino. Al banchetto che viene preparato, Giuseppe dà la porzione maggiore al più giovane. Qui abbiamo Gesù che nell'Ultima Cena onora in modo particolare (dare la porzione maggiore vuol dire tributare un onore particolare) il più giovane dei discepoli, cioè Giovanni.
Ancora: Giuseppe, al cap. 42, si mostra ai fratelli che non lo riconoscono (42,8) e dall'altra parte abbiamo Gesù che si mostra ai discepoli di Emmaus (Lc 24) e loro non lo riconoscono.
Tornando indietro alla consegna di Giuseppe da parte dei fratelli che lo tradiscono, abbiamo un dettaglio interessante: Giuseppe viene spogliato della tunica. Sant'Ambrogio, commentando questo passo del capitolo 37 del libro della Genesi, fa notare che Giuseppe è spogliato della tunica come prefigurazione di Cristo che viene spogliato della tunica.
Dunque, vedete che abbiamo veramente tanti elementi che ci permettono di capire come Gesù sia considerato come il nuovo Giuseppe, colui che adempie la figura già bellissima del patriarca Giuseppe. Di nuovo ci poniamo la domanda: se Gesù è il nuovo Giuseppe, dov'è la nuova Rachele? C'è la nuova Rachele?
Ora, dobbiamo prima di tutto capire un aspetto molto importante, cioè chi era Rachele per la tradizione ebraica. Prendiamo i testi delle Scritture, ma anche quella lettura che riceviamo dalla tradizione ebraica, perché il cristianesimo ha le Scritture, ma anche una tradizione, che inizia dai Padri, di lettura delle Scritture. Gli ebrei erano allo stesso modo: avevano le Scritture, in questo caso l'Antico Testamento, e una tradizione di lettura dell'Antico Testamento. Non esisteva neanche nel contesto ebraico il principio di sola Scriptura.
Chi era Rachele nella tradizione ebraica? Abbiamo quattro caratteristiche che vengono sottolineate. La prima è evidente: è la madre di Giuseppe, il primogenito. Ricordiamoci che la sposa desiderata da Giacobbe e a lui promessa non era Lia, era Rachele. Lia è stata, come dire, un “pacco omaggio”: Giacobbe ha dovuto attendere per ricevere in sposa anche Rachele. Lia era più prolifica di Rachele, ma Rachele era l'amata. È la sposa di Giacobbe e la madre di Giuseppe.
Ancora: Rachele si contraddistingue nel libro della Genesi per la sua bellezza. È definita come una donna bella la cui bellezza attira lo sposo, attira Giacobbe.
Terza caratteristica importante: Rachele muore dando alla luce Beniamino. Leggete Gen 35 e trovate l'episodio in cui Rachele muore dando alla luce Beniamino. È un aspetto che colpisce molto la tradizione ebraica. Delle madri di Israele, tra cui Sara e Rebecca, Rachele ha questa caratteristica particolare: è colei che ha sofferto per dare alla luce Beniamino e che ha dato la sua vita per dare alla luce Beniamino. È in qualche modo la madre sofferente del popolo di Israele. Ed è considerata la madre di tutto Israele che soffre, continua a soffrire con il suo popolo, anche dopo la propria morte. Qui il testo di riferimento è il famoso testo del profeta Geremia (cap. 31), che almeno nella prima parte suona assolutamente familiare: «Così dice il Signore: una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro. Rachele piange i suoi figli, rifiuta d'essere consolata perché non sono più». Questo testo si riferisce alla morte di una parte del popolo di Israele a causa della distruzione portata dai Babilonesi – l'altra parte va in esilio – e Rachele piange i suoi figli. C’è un'enorme distanza temporale tra l'esilio e l'episodio storico di Rachele che dà alla luce Beniamino: con l'esilio siamo nel VI secolo a.C. Eppure Rachele è considerata come colei che continua in qualche modo a piangere i suoi figli. Così come ha patito, ha sofferto, ha pianto ed è morta, ha dato la sua vita per partorire Beniamino, continua in qualche modo la missione di soffrire con e per il suo popolo.
Quest'ultimo passo che vi ho appena letto (v. 15) continua così: «Dice il Signore: trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c'è un compenso per le tue pene. Essi torneranno dal paese nemico, c'è una speranza per la tua discendenza, i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini». Rachele è colei che, grazie alle sue lacrime e alla sua intercessione, muove il cuore di Dio e ottiene il ritorno dei figli esuli. Un ritorno dall'esilio, una liberazione dall'esilio. Questo è un aspetto che dobbiamo tenere ben presente – stiamo parlando di come la tradizione ebraica considera la figura di Rachele – per capire poi il ruolo di anticipazione di Rachele nei confronti di Maria Santissima.
Ora c'è un dettaglio importante: Rachele, quando muore – ci dice il libro della Genesi – viene sepolta in prossimità di Betlemme. Perché non dentro Betlemme? Perché in prossimità di Betlemme passa la strada, una via di comunicazione importante, e ci dice la tradizione ebraica (cito un testo di commento al testo della Genesi, si chiama Genesi Rabba, 82, 10): «Giacobbe (che seppellisce Rachele, evidentemente) previde che gli esiliati sarebbero passati di lì, così che lei potesse chiedere misericordia per loro». Cioè, secondo la tradizione ebraica, Giacobbe ebbe come una premonizione, una visione profetica dell'esilio che i suoi discendenti, il popolo di Israele avrebbe dovuto subire nel corso della sua storia a causa della sua infedeltà; esiliati – evidentemente da Gerusalemme – per andare nella terra d'esilio sarebbero passati su questa strada e il fatto di aver seppellito Rachele lì avrebbe comportato una sorta di intercessione di Rachele: le spoglie di Rachele, vedendo passare gli esuli avrebbe ancora una volta versato lacrime, avrebbero pianto per loro e chiesto misericordia per loro. Questo è un testo che ci conferma questa tradizione, questa lettura di Rachele come la madre sofferente che intercede per il suo popolo e le cui lacrime vengono esaudite da Dio. Detto in un altro modo, questo significa che Dio ha voluto costituire tra le madri del suo popolo una donna, Rachele, che avrebbe avuto questo tipo di missione, avrebbe esercitato questo tipo di intercessione, diversa rispetto a quella di Sara o a quella di Rebecca.
Un altro midrash, un altro racconto che appartiene alla tradizione ebraica, racconta che Giuseppe stesso, mentre veniva rapito, portato via e consegnato, venduto dai suoi fratelli, passò proprio sulla strada che è vicino a Betlemme dove era stata sepolta sua madre, Rachele, e lì la supplicava di aiutarlo, di salvarlo, e la madre gli rispose: «Non temere, vai con loro e Dio sarà con te».
Anche in questo caso Giuseppe va in esilio, in una terra lontana, in Egitto, come gli israeliti secoli dopo andranno in esilio nella terra di Babilonia. Ogni volta che c'è un esilio, c'è Rachele che intercede, c'è Rachele che versa lacrime. Qui dovrebbe risuonare, penso, in modo piuttosto forte, quel collegamento che la tradizione cristiana ha fatto tra la nuova Rachele e l'esilio. Nella Salve Regina diciamo: «exules filii Hevae», e poi: «post hoc exilium ostende». Per due volte noi facciamo riferimento all'esilio, alla nostra condizione, che è condizione di esilio. E gli esiliati cosa fanno? Guardano agli occhi di Maria. Il gemito degli esuli si rivolge al gemito di Maria. Questi due gemiti si presentano al cospetto dell'Altissimo per ottenere misericordia.
Vedete che la tradizione cristiana ha recepito questa figura di Rachele, attribuendola a Maria in questa specifica connotazione di colei che soffre per il suo popolo esule, che è anche, come abbiamo letto nei vv. 16-17 del cap. 31 del libro del profeta Geremia, colei che riceve dal Signore la rassicurazione: «Trattieni la voce dal pianto, c'è un compenso per le tue pene, c'è una speranza per la tua discendenza».
Quando noi leggiamo il cap. 2 del Vangelo di Matteo – ricordate i vv. 16-21 dove abbiamo la strage degli Innocenti e la Sacra Famiglia che parte per andare in esilio in Egitto, per scappare dalla persecuzione – lì si cita proprio il passo di Ger 31,15: «Una voce si ode da Rama ecc.». Anche in questo caso è molto interessante che questo versetto venga citato quando c'è una persecuzione di una parte del popolo, i bambini innocenti, ma soprattutto quando c'è un riferimento all'esilio, l'esilio che la Sa cra Famiglia avrebbe subito. È interessante perché è una spia che ci indica questo richiamo tra l'esilio e Rachele, l'esilio e la nuova Rachele.
Ma c'è un altro passo del Nuovo Testamento che presenta Maria come la nuova Rachele in modo più chiaro, almeno più chiaro a un ebreo, a qualcuno che conosce questa tradizione di Rachele come colei che soffre per dare la vita a Beniamino, ma continua a soffrire per il suo popolo. Ed è la famosa immagine di Ap 12, dove al v. 2 si parla delle doglie del parto della Donna. A un giudeo del I secolo, a cui questo testo più immediatamente si rivolge, questa immagine della donna che soffre le doglie del parto richiama Rachele, la madre del popolo di Israele che soffre le doglie del parto. E le soffre due volte: le soffre per dare alla luce Beniamino, il figlio prediletto, ma le soffre anche per dare poi alla luce il suo popolo esiliato. Qui si inserisce la tradizione ebraica dei dolori del parto del Messia. Già nella tradizione ebraica è viva l'idea, la credenza per cui il Messia, la venuta del Messia, sarebbe stata preceduta da un tempo di tribolazione, da un parto doloroso, il famoso "giorno del Signore" che troviamo in alcuni libri profetici, un giorno di tribolazione, di dolore, di angoscia. È il preludio della venuta del Messia. Il Messia sarà preceduto dalle doglie del parto, esattamente come il ritorno dall'esilio del popolo di Israele era stato preceduto dalle lacrime, dal pianto, a cui partecipava Rachele, secondo questa tradizione che abbiamo visto poco fa.
Anche Gesù ne parla nel discorso escatologico, che è il richiamo, il perfezionamento e l'esplicitazione di questa tradizione delle doglie del parto che avrebbero preceduto la venuta del Messia, in questo caso il ritorno di Cristo. Ma ne parla anche in riferimento alla sua crocifissione (Gv 16,21): «La donna quando partorisce è afflitta perché è giunta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo». Siamo nel grande discorso che Gesù fa alla vigilia della sua passione. Questo testo è un riferimento ai dolori del parto del Messia ed è di nuovo un richiamo a Rachele. Si parla dell’«ora» – è l'ora delle doglie ed è l'ora del Messia. Questo getta una luce importante anche, per es., sulle nozze di Cana, dove Gesù dice: «Non è ancora giunta la mia ora». Cos’è quest’«ora» cui si riferisce? È l'ora del Messia e delle doglie del parto del Messia, che nelle nozze di Cana non è ancora giunta e che giungerà pienamente, perché le nozze di Cana rimandano al testo di san Giovanni su Maria sotto la Croce: lì è giunta l'ora. Quando c'è l'ora, abbiamo una donna sotto la croce che soffre le doglie del parto del figlio. È la donna che partecipa alle pene del figlio ,come Rachele ha dato la sua vita, ha sofferto per dare alla luce il figlio. In questo caso a Maria sono state risparmiate le doglie del parto fisico, ma non le doglie di un nuovo parto, di quando Gesù si immola sulla croce; quando giunge l'ora di Cristo giunge anche l'ora di Maria. Le sofferenze di Cristo richiamano e richiedono le doglie del parto della Madre, come nuova Rachele.
Sotto la croce quindi abbiamo la nuova Rachele che offre il nuovo Giuseppe. Ma sotto la croce abbiamo anche il nuovo Beniamino. Ricordiamoci che Rachele è la madre di Giuseppe e la madre di Beniamino. E proprio per dare alla luce Beniamino soffre le doglie e muore – soffre delle doglie particolarmente dolorose, evidentemente. Chi è Beniamino? Se leggiamo il testo del Deuteronomio (33,12) troviamo scritto: «Prediletto del Signore Beniamino». Prediletto: l'amato, colui che è particolarmente amato. Questa espressione non può non richiamare da vicino un altro prediletto del Signore, che è Giovanni. Nel Vangelo di Giovanni, non viene mai chiamato col suo nome ma come «il discepolo prediletto», a indicare un nuovo Beniamino. Giovanni è il Beniamino che sotto la croce è il figlio dei dolori di Maria. Maria è la nuova Rachele che soffre i dolori del parto, unendoli a quelli del Figlio, di Cristo, per dare alla luce un nuovo figlio. E Gesù conferma questo quando dice a Maria: «Donna, ecco tuo figlio» - «Figlio ecco tua madre».
Sono testi bellissimi, ricchissimi, che ci fanno comprendere che anche i dolori, le sofferenze di Maria sotto la croce, sono state prefigurate. Sofferenze per dare alla luce il figlio diletto, il nuovo Beniamino, e con lui tutti noi; sofferenze che, come insegna anche la tradizione ebraica, perdureranno fino alla fine dei tempi, fino a quando l'ultimo dei figli di Israele non sarà ritornato in patria e liberato dall'esilio.
Per noi il ritorno in patria è l'andare in cielo con la nostra morte. Quindi, Maria non è solo colei che ha sofferto sotto la croce, ma è come se prolungasse le sue lacrime per intercedere incessantemente per il suo popolo esule, per ciascuno dei suoi figli esuli. Questa missione è stata inaugurata, sancita proprio dalle parole di Cristo in croce: «Donna, ecco tuo figlio» - «Figlio ecco tua madre».
Dunque vedete che la verità cristiana che poi si è espressa in tante forme devozionali – pensate all'Addolorata, alle Sette Spade, teologicamente alla Corredentrice – è anticipata da questa figura di Rachele e dalle doglie per il parto del Messia.
La nuova Rachele
La moglie eletta di Giacobbe è un’altra prefigurazione di Maria Santissima, così come il figlio di lei, l’antico Giuseppe, è figura di Gesù. Già nella tradizione ebraica Rachele è vista come la madre sofferente che intercede per il suo popolo e le cui lacrime vengono esaudite da Dio.
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