• IL BELLO DELLA LITURGIA

La nuova Città di Dio nel mosaico di Santa Pudenziana

Tra le più antiche basiliche di Roma, Santa Pudenziana ospita nell’abside uno splendido mosaico che risalirebbe al tempo immediatamente successivo al sacco dell’Urbe ad opera di Alarico. Tra le mani, infatti, Cristo regge un libro su cui è scritto: “Dominus conservator Ecclesiae Pudentianae”. Il Signore è circondato dagli Apostoli, in una scena che verosimilmente prefigura la Gerusalemme Celeste.

Cristo in trono tra gli Apostoli, Roma – Basilica di Santa Pudenziana

In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19, 28)

La basilica di Santa Pudenziana è tra le più antiche di Roma. Sorge sui resti della casa di Pudente, senatore romano, amico dell’apostolo Pietro che venne qui ospitato per sette anni. Forte di questa fraterna familiarità, Pudente si convertì al cristianesimo e così le sue figlie, Pudenziana e Prassede. La trasformazione della Domus in Ecclesia, nonostante il dibattito cronologico sia ancora aperto, risalirebbe al IV secolo: secondo i più recenti studi, tra il 410 e il 417 sarebbe stato eseguito lo splendido mosaico absidale.

Sedeva, allora, sul soglio pontificio Innocenzo I, guida della Chiesa durante lo storico, nefasto sacco di Roma perpetrato dai Visigoti di Alarico che, pur devastando la città e distruggendo numerose basiliche costantiniane, risparmiò Santa Pudenziana. Il pontefice ritenne di commissionare l’opera musiva - oggetto nel corso dell’Ottocento di un importante restauro - per confortare nella fede il popolo romano: tra le mani, infatti, Cristo regge un libro su cui è scritto “Dominus conservator Ecclesiae Pudentianae”.

Visivamente si voleva confermare la realtà della Chiesa quale nuova Città di Dio, come, del resto, in quegli anni, sant’Agostino stesso andava affermando. Gesù, al centro della scena, è assiso su di un trono tempestato di pietre preziose, sullo sfondo di un’esedra porticata oltre la quale s’intravede un profilo urbano. Che si tratti della Gerusalemme Celeste è plausibile, considerata la presenza della collina del Calvario, alle spalle di Cristo, su cui svetta una preziosa croce gemmata. Sull’intera scena vigila un monumentale Tetramorfo.

Gesù nimbato, in atteggiamento benedicente e abiti regali, è qui raffigurato quale Pantocratore, l’onnipotente Signore dell’Universo. È circondato dalla corte degli apostoli, vestiti come senatori romani, a suggerire la missione che ciascuno di loro ha compiuto in mezzo al mondo. Delle dodici figure originarie, ne rimangono, purtroppo, solo dieci, essendo due andate perse nel corso del rifacimento cinquecentesco della chiesa che ha contribuito a conferire all’architettura l’aspetto odierno.

Riconosciamo, dalle fisionomie più definite, Pietro e Paolo, entrambi incoronati da due figure femminili che la pietà popolare ha sempre identificato in Pudenziana e Prassede. Leggendo il mosaico in profondità, è possibile, invece, riconoscervi le personificazioni della Chiesa degli ebrei e della Chiesa dei pagani, ambiti nei quali, rispettivamente, i due discepoli avevano portato e diffuso l’annuncio cristiano.

Condividono, con gli altri apostoli, il meritato scranno in Paradiso, al fianco di Cristo, vittorioso sulla morte. Gesù, rispondendo a una precisa domanda di Pietro, glielo aveva, del resto, promesso: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19, 29).