• GLI EFFETTI DELL'EMILIA

La maggioranza minoritaria dei 5 Stelle pesa sul governo

Era evidente che i risultati dell'Emilia Romagna non sarebbero stati ininfluenti sulla politica italiana. Il governo è formato da un Movimento 5 Stelle che è ancora, in Parlamento, forza di maggioranza relativa, ma che non rappresenta più il suo elettorato. Di qui una serie di liti e scissioni in vista. Ma se Atene piange, il centrodestra non ride

Montecitorio

Era evidente che i risultati dell'Emilia Romagna non sarebbero stati ininfluenti sulla politica italiana. E le conseguenze si cominciano a vedere. Nel governo innanzitutto, perchè la batosta che hanno subito i 5Stelle (3% in Emilia, 7% in Calabria) è stata benzina gettata sul fuoco per un partito già dilaniato da divisioni, contrapposizioni, personalismi, fughe ed espulsioni.

Ma non bisogna dimenticare che i 5 Stelle rimangono in parlamento il partito di maggioranza relativa, e il partito egemone del governo. E così il loro travaglio fà sì che tutto rimanga sospeso, incerto, in attesa di un chiarimento interno ai grillini che potrebbe non avvenire mai, ma potrebbe anche deflagare improvvisamente mandando tutto all’aria. Il presidente Conte e Zingaretti, che sempre più agiscono di conserva dopo consultazioni sempre più frequenti tra di loro, si sono assunti il ruolo del pompiere, pronti a spegnere ogni accenno  di incendio.

Conte ha convocato per oggi la tanto sbandierata verifica, dopo settimane di annunci e smentite, con l’evidente speranza di tenere all’interno della maggioranza le differenze e le polemiche. Ma anche nell’intento di riuscire a disegnare qualche nuovo punto di programma da inserire nell’azione di governo, per dare il segnale che si va avanti e che il governo è in salute e capace di progettare un pezzo di futuro: "Riforme da qui al 2023" è l’ambizioso (e presuntuoso) programma del seminario.
Tutto bene dunque? Niente affatto, perchè se c’è accordo sui punti da trattare, dal taglio delle tasse e del costo del lavoro al Green new deal, alla sburocratizzazione, alla lotta all’evasione ecc., appena si entra nel dettaglio emergono differenze vistose tra i partiti. E allora furbescamente Conte ha deciso di suddividere il tutto in una dozzina di tavoli di lavoro, dove i riflettori mediatici si spegneranno e si potrà andare serenamente a partorire qualche topolino o anche il nulla.

E intanto la maggioranza si è vista  costretta a rimandare in commissione il tema spinosissimo della prescrizione e della riforma della giustizia, segno preclaro che non c’è uno straccio di accordo. E poi c’è il travaglio interno dei 5Stelle, acuito dal disastroso risultato delle regionali. Il tema più divisivo è quello del rapporto col PD, ed è un tema da risolvere urgentemente, visto che incombono altre sei elezioni regionali, alcune tra pochissimi mesi, in primavera.

Il dilemma è se insistere nel presentarsi da soli, con la certezza di rimanere inchiodati a risultati a una cifra, o rinunciare a uno dei caposaldi identitari del Movimento e fare alleanze elettorali (col Pd). E sullo sfondo c’è anche la lotta per la leadership, con Crimi che vuole essere considerato, non un traghettatore, ma il capo politico a pieno titolo, Di Maio che aspira a ritornare, Di Battista, Taverna e altri cinque o sei che sono pronti a sfruttare ogni occasione che si presentasse. Conflitti e scossoni che riguardano il partito di maggioranza relativa, con inevitabili ripercussioni sul governo.

E infine c’è il capitolo della fibrillazioni che riguardano il centrodestra. La strategia di attacco e sfondamento adottata da Salvini è stata criticata sia dagli alleati che, larvatamente, anche nella Lega. Al ‘Capitano’ è stato ricordato che in Emilia bisognava conquistare gli indecisi e convincere gli astensionisti, e dunque sarebbero stati più adatti toni fondati sul ragionamento. Meloni ha detto chiaramente che lei non avrebbe mai citofonato, Berlusconi, forte anche dell’evidente successo in Calabria, ha ricordato che in Europa è l’unico a far parte della maggioranza che governa. Piccoli segnali forse, ma Salvini deve capirli e adeguarsi, e invece sta rimettendo in discussione le candidature già decise per le prossime regionali, in particolare Caldoro di FI in Campania e Fitto di FdI in Puglia. Attenti, l’unità nella pluralità è sempre stata il valore aggiunto del centrodestra italiano. Dissiparlo equivarrebbe a un suicidio