La lunga nascita di Francesco: il cammino della conversione
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La conversione di Francesco d’Assisi non è un lampo improvviso, né l’esito di una folgorazione mistica che ribalta la vita in un istante.
Le tappe della conversione nella Legenda prima
La conversione di Francesco d’Assisi non è un lampo improvviso, né l’esito di una folgorazione mistica che ribalta la vita in un istante. È, piuttosto, un cammino lento, stratificato, fatto di incontri, di fallimenti, di intuizioni ancora incerte. La Legenda prima di Tommaso da Celano — la più antica biografia del santo — è la fonte che più chiaramente mette in scena questo processo graduale, distribuendolo in una serie di episodi che, letti in sequenza, mostrano la nascita di un uomo nuovo.
La prima tappa è la malattia. Il giovane, abituato ai piaceri e alla spensieratezza, scopre la fragilità della vita, l’inconsistenza delle ambizioni mondane, la noia che si insinua dove prima c’era entusiasmo. È il primo cedimento della vecchia identità.
La seconda tappa è il sogno cavalleresco. Francesco, deciso a raggiungere in Puglia le truppe del nobile Gualtiero di Brienne, immagina per sé un destino di gloria: le imprese dei cavalieri di Chrétien de Troyes lo hanno affascinato fin dall’infanzia. Nel sogno vede una casa colma di armi, tutte destinate a lui e ai suoi soldati. Non coglie il simbolo, non intuisce ancora la chiamata divina. Eppure qualcosa si muove: nelle settimane successive cerca luoghi appartati, una grotta vicino ad Assisi, dove prega per comprendere la volontà di Dio. Finché, un giorno, la risposta arriva. Francesco, colmo di gioia, rinuncia al viaggio: è come chi abbia trovato un tesoro.
La terza tappa è l’episodio di Foligno. Parte per quella città per vendere panni pregiati, dona il cavallo al mercante, e sulla via del ritorno sente crescere il desiderio di liberarsi di ogni ricchezza. Davanti alla chiesa di San Damiano, diroccata, consegna tutto il denaro al sacerdote. Vorrebbe restare con lui, vivere accanto a quella povertà che lo attrae e lo inquieta. Il padre, informato della stranezza del figlio, lo cerca; Francesco si nasconde in un antro, poi esce cantando le lodi di Dio. Il padre lo imprigiona e la madre lo libera più tardi. Allora Pietro di Bernardone lo cita davanti al vescovo accusandolo di dissipare i beni di famiglia. Francesco risponde spogliandosi: restituisce tutto, rimane nudo e il vescovo lo copre con il proprio mantello. È il gesto che segna il distacco definitivo dal mondo.
Seguono giorni duri: briganti lo percuotono, un convento lo respinge. Francesco va allora dai lebbrosi, li serve “per amore di Dio”. Celano cita il Testamento: «Mentre ero nei peccati mi era assai molesto vedere i lebbrosi, e il Signore mi condusse tra loro ed usai misericordia con essi». È la svolta più radicale: l’abbraccio dell’ultimo, del rifiutato, del corpo ferito.
Infine, Francesco si dedica alla riparazione di San Damiano, la piccola chiesa che diventerà, sei anni più tardi, la casa delle Clarisse. È il primo gesto concreto della sua nuova vita: non più sogni di gloria, ma pietre sollevate una a una, nel silenzio. Tommaso legge in quel lavoro umile un segno della provvidenza di Dio, che prepara proprio lì il futuro luogo di ospitalità per santa Chiara e le sue compagne.
Il lebbroso e il crocifisso di San Damiano nella Leggenda secunda
La Legenda secunda di Tommaso da Celano introduce una serie di episodi assenti nella prima redazione, segnando un evidente mutamento di prospettiva: non più soltanto la cronaca dei fatti, ma la ricerca dei segni della predilezione divina, disseminati nella giovinezza di Francesco come indizi di una chiamata già operante.
Il primo quadro nuovo è quello della prigionia durante la guerra tra Assisi e Perugia. Nel carcere, Francesco sorprende tutti per la sua letizia, giudicata follia o stoltezza; eppure quella serenità rivela una disposizione interiore che non si lascia piegare dalle circostanze. Colpisce la sua attenzione verso ciascuno: parla con un nobile superbo, evitato da tutti, e riesce a ricondurre la pace dove regnava l’astio. Tommaso legge in questa capacità di riconciliazione un segno precoce della grazia.
Seguono altri episodi, assenti nella Vita prima. Un giorno Francesco incontra un cavaliere povero, quasi nudo: impietosito, gli dona le sue vesti. Il gesto richiama da vicino quello di san Martino, e Tommaso sottolinea l’analogia: entrambi meritano una visita di Cristo, l’uno per conferma della perfezione, l’altro per l’invito a compiere ciò che ancora manca. A Francesco appare infatti una visione magnifica: un palazzo colmo di armi, una sposa bellissima, una voce che lo chiama per nome. Illuso da quei beni, parte per la Puglia, deciso a intraprendere la carriera militare. Ma una voce lo ferma: dove sta andando? In Puglia, risponde. E la voce replica: giova di più servire il padrone o il servo? Alla risposta ovvia, segue il rimprovero: perché inseguire il servo? Francesco torna ad Assisi e Tommaso annota che “da Saulo si trasforma in Paolo”, con una formula che illumina il passaggio interiore.
Un altro episodio lo vede pellegrino a Roma: deposte le vesti eleganti, siede tra i mendicanti davanti a San Pietro; poi, entrato nella basilica, getta denaro a piene mani presso l’altare. È un gesto di spoliazione e di offerta che prefigura la sua futura radicalità.
Tommaso si sofferma poi sull’incontro con il lebbroso. Nella Vita prima aveva solo accennato al Testamento, alla trasformazione di ciò che era amaro in dolce; ora narra l’episodio con ampiezza: Francesco, cavalcando verso Assisi, scende da cavallo, abbraccia e bacia il lebbroso, gli dona denaro. Risalito in sella, non vede più nessuno. Tommaso non commenta, ma lascia intendere che quel lebbroso fosse Cristo stesso. Pochi giorni dopo, Francesco si reca al lebbrosario e ripete il gesto con tutti. È la svolta decisiva: la grazia ha toccato il punto più duro della sua sensibilità.
Nella Legenda secunda compare per la prima volta anche uno degli episodi più celebri: il Crocifisso di San Damiano che gli parla: “Francesco, va’ e ripara la mia casa”. Da quel momento, annota Tommaso, nella sua anima si imprime la compassione per il Crocifisso, e quasi si preannunciano le stimmate, “benché non ancora nella carne”. L’autore anticipa infatti il miracolo che avverrà più tardi: il segno delle stimmate, mai visto prima nella storia. Francesco dona denaro al prete di San Damiano e obbedisce al comando, senza comprendere subito che la casa da riparare è la Chiesa stessa.
La narrazione culmina nella restituzione del denaro a Pietro di Bernardone. Dinanzi al vescovo e al padre, Francesco può finalmente pronunciare: “Padre nostro che sei nei cieli”. Si spoglia di tutto, consegna le vesti, rinuncia agli averi. Tommaso aggiunge un dettaglio significativo: anche il fratello lo perseguita con battute velenose, imitando la durezza del padre. È l’ultimo ostacolo prima della libertà.
Nella Legenda secunda, dunque, Tommaso non si limita a raccontare: interpreta, collega, riconosce analogie con altri santi, individua fili sottili che uniscono gli episodi della vita di Francesco. La giovinezza del santo appare come un tessuto in cui la grazia, già operante, prepara silenziosamente la grandezza futura.

