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Il caso Obbialero

La legge sull’omofobia non serve. La conferma dal Corriere

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Il Corsera racconta la vicenda di Fabrizio Obbialero, chirurgo vessato dal padre per la sua omosessualità. Il genitore è stato condannato sia in sede penale che civile. È la conferma che una legge sulla cosiddetta omofobia non solo sarebbe discriminatoria ma anche inutile: le norme ci sono già.

Editoriali 04_04_2025
Una manifestazione del 2020 contro il Ddl Zan (ImagoEconomica)

Il Corriere della Sera "si schiera" contro una futura legge sull’omofobia. Il 28 marzo scorso il Corsera racconta la triste vicenda del dottor Fabrizio Obbialero, 48 anni, chirurgo estetico, vessato in ogni modo dal padre che non accettava la sua omosessualità e tanto meno la convivenza con il compagno. Il padre, allora settancinquenne, aveva addirittura assoldato una persona per spezzare le dita al figlio e così compromettergli la carriera. Ma poi il piano criminale per fortuna non andò in porto. Il grave fatto vide un contorno di minacce, stalking, lesioni e atti vandalici. Il padre, a seguito di patteggiamento, fu condannato giustamente nel 2020 a due anni di carcere. Questo sul versante penale.

Sul piano civile invece, il 22 marzo scorso, il Tribunale di Asti ha riconosciuto al medico un danno biologico causato «dalla condotta vessatoria e violenta» del padre. I medici legali, si legge nella perizia, hanno riscontrato nel dottor Fabrizio Obbialero una «sintomatologia psicopatologica che configura un disturbo dell’adattamento con sintomi ansiosi e depressivi». Il giudice di Asti ha dichiarato che la condizione in cui la vittima si è trovata a vivere ha rappresentato «un contesto caratterizzato da offese e aggressioni reiterate sia fisiche che verbali».

Pochi giorni dopo questo articolo, il Corriere ritorna sulla notizia con un’intervista al medico perché il caso è perfetto per la propaganda Lgbt: abbiamo una persona omosessuale che è vittima di diverse violenze fisiche e verbali; le violenze sono state accertate tramite giudizio e quindi sono inoppugnabili; abbiamo una condanna penale e civile; la vittima è addirittura un medico e quindi si lancia il messaggio che gli atti di violenza a danno delle persone omosessuali non riguardano solo i ceti sociali più svantaggiati, ma anche quelli più agiati e quelli in cui le persone sono colte e ce l’hanno fatta nella vita; l’autore degli illeciti poi è l’omofobo per eccellenza: il padre. Un intreccio perfetto tra omofobia e patriarcato. Il racconto, va da sé, trascina inconsapevolmente il lettore dalla giusta condanna delle violenze perpetrate all’ingiusta legittimazione morale dell’omosessualità. La solita strategia comunicativa.

Ma torniamo al risvolto giuridico di questa vicenda. Nell’intervista il medico ad un certo punto fa questa osservazione in merito all’esito giudiziario: «Sono contento di come sono andate le cose: penso che quello che si riconosce in questa sentenza — il danno biologico causato dal comportamento omofobo — sia un passo avanti per tanti». Il medico, forse inconsapevolmente, ci sta dicendo che la sua vicenda giudiziaria potrà diventare un caso pilota per arrivare ad una legge sull’omofobia. Ossia, come già avevano tentato gli onorevoli Scalfarotto e Zan nel passato, qualcuno potrebbe riproporre una legge che istituisca il reato specifico di omofobia. E così potremmo avere che qualsiasi atto discriminatorio, quando viene perpetrato per motivi omofobi, costituisce un illecito penale a sé, il reato di omofobia per l’appunto. E quando violenze, minacce, diffamazioni, danneggiamenti, eccetera, vengono perpetrati per motivi omofobi scatta un’aggravante specifica. Dunque, la brutta vicenda del dottor Obbialero potrebbe venire usata come sponda per proporre un nuovo Ddl Zan.

Ma, sul fronte opposto, questa deprecabile vicenda ci dimostra che non serve assolutamente un nuovo Ddl Zan. I due articoli del Corsera illustrano in modo egregio che giustizia è stata fatta e prova ne è la soddisfazione della vittima: «Sono contento di come sono andate le cose». Questa vicenda giudiziaria dimostra con i fatti che anche le persone omosessuali vessate, denigrate, offese, vituperate, ferite, danneggiate, minacciate, diffamate sono tutelate dalla legge non solo sul piano normativo, ma anche su quello esecutivo della pena e risarcitorio in sede civile. In breve: le norme per tutelare i cittadini, etero o omo che siano, già esistono e vengono applicate. Non c’è nessun vuoto normativo come spesso si sente berciare. E, poi, non si vede perché, sul piano giuridico, si dovrebbe privilegiare la condizione omosessuale a danno di quella eterosessuale. Per esemplificare, non si comprende il motivo per cui un ceffone dato a una persona eterosessuale perché si tiene mano nella mano con la moglie dell’aggressore dovrebbe essere punito con meno rigore rispetto ad un ceffone dato ad una persona omosessuale perché si tiene mano nella mano con il suo compagno.

Dunque, plaudiamo al Corriere che ha dimostrato grazie a questi due articoli che una legge sull’omofobia sarebbe inutile e ingiustamente discriminatoria verso le persone eterosessuali.