a cura di Stefano Fontana
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La laicità della politica in Dante Alighieri

Il 700mo anniversario della morte di Dante Alighieri (1321-2021) è stato occasione di molte iniziative culturali. Vorrei qui occuparmi di un aspetto particolare ma molto importante: la sua visione della laicità, ossia dei rapporti, come si diceva al suo tempo, tra il potere spirituale (del Papa) e il potere temporale (dell’Imperatore). Egli se ne occupa soprattutto e sistematicamente nel De Monarchia, si tratta quindi della problematica centrale della sua dottrina politica e ancora importante oggi, perché riguarda il rapporto tra la natura e la sopra-natura.

Secondo Dante, l’uomo ha due fini ultimi, uno quello del corpo, l’altro quello dell’anima, il primo consiste nella beatitudine temporale e il secondo nella felicità eterna. Per questo la comunità politica ha bisogno di una duplice autorità: quella dell’Imperatore e quella del Papa. Le due autorità sono autonome e non dipendono l’una dall’altra, in quanto dipendono ambedue direttamente da Dio. Si tratta della dottrina dei “due soli”, che Dante contrapponeva alla dottrina vigente nel suo tempo del “sole e della luna”. L’imperatore è eletto solo da Dio che lo conferma nella sua autorità, quindi brilla di luce propria e non di luce derivata. Grazie al sole che la rischiara, la luna brilla meglio, essa tuttavia non gli deve né il suo essere luna, né la sua luminosità. È vero che per lui “quando il potere temporale fosse stato sottomesso a quello spirituale avrebbe potuto (e potrebbe) diffondere più efficacemente i propri raggi su tutta la terra, però si tratterebbe sempre “dei suoi” raggi e non di quelli di altri.

Étienne Gilson ha scritto a questo proposito: “Dante ha dunque colto, sembra per la prima volta, la nozione di un temporale autonomo e sufficiente nel suo ordine, dotato di una sua propria natura, di un fine ultimo suo proprio e di mezzi per raggiungerlo che gli sono naturalmente appropriati”. Però poi Gilson stesso conclude il suo discorso su Dante segnalando “due postulati dei quali egli stesso [Dante], senza dubbio, non aveva chiara coscienza”. Vediamo questi due presupposti assunti ma non motivati.

Il primo è che la ragione naturale sia capace, anche se sola e lasciata a se stessa, di realizzare l’accordo degli uomini sulla verità di una stessa filosofia. Si tratta dell’aggettivo “sufficiente” visto nella precedente citazione (“la nozione di un temporale autonomo e sufficiente”). Su questo, dice Gilson, “il meno che si possa dire è che troviamo difficile aderirvi”. La ragione filosofica, da sola, non riesce a raggiungere i suoi fini naturali che può invece conseguire in rapporto alla rivelazione.

Il secondo errore che egli commise è ancora più grave e deriva dal suo modo di intendere la subordinazione del temporale allo spirituale. San Tommaso aveva detto e ripetuto che il fine dell’uomo è duplice; Dante dice e ripete che l’uomo ha due fini. Gilson osserva che “Non è la stessa cosa”. Se si dice che ci sono due fini, si concede che possano essere non gerarchizzati tra loro; se invece si dice che il fine dell’uomo è duplice, allora la gerarchizzazione tra i due fini è possibile anzi necessaria. L’uomo non ha due fini, ne ha uno di fondamentale, vedere Dio, al quale fine trascendente è ordinato il fine immanente della beatitudine terrena nella giustizia e nella pace.

Ma allora la dottrina dei due soli si incrina. L‘ordine naturale è fondato, portato a perfezione, garantito nella sua integrità e mantenuto dall’ordine soprannaturale. L’ordine naturale ha bisogno del soprannaturale anche per conseguire i fini naturali.