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La forza delle parole (e delle lingue classiche)

Sono grecismi circa 8.000 dei complessivi 250.000 lemmi italiani. La componente latina costituisce, invece, più della metà del vocabolario di base dell’italiano e rappresenta il suo nucleo originario più conservativo e antico. Molto spesso attingiamo quindi sia all’una che all’altra lingua senza nemmeno rendercene conto. Ecco alcuni libri che ci restituiscono la bellezza delle parole…

La lingua greca è «una radice viva e rigogliosa che produce sempre nuovi germogli, […] dà forma e sostanza linguistica a tutto ciò che la civiltà volta a volta produce di nuovo». Ne il Dizionarietto di greco (a cura di Paolo Cesaretti, Edi Minguzzi, edizione ELS La scuola) il lettore può ben cogliere come la cultura e la lingua greca siano alla base dei miti fondanti dell’Occidente, dell’arte, della cultura, della filosofia, dello studio dell’interiorità dell’uomo.

Nei primi secoli del cristianesimo il greco antico divenne lo strumento linguistico che permise al Vangelo di penetrare nella cultura greca dell’Impero romano. Nel Rinascimento le fonti greche vennero riscoperte in Occidente e diedero nuova linfa allo splendore culturale e ai dibattiti filosofici, letterari, artistici. In età moderna e contemporanea, infine, i linguaggi specialistici delle scienze vennero elaborati a partire da neologismi greci: ne sono esempi la fisica, la meccanica, l’astronautica, l’antropologia, la pedagogia, l’economia, la psicoanalisi.

Il greco è stata «la macchina per pensare» privilegiata dell’Occidente, in ogni sfera del sapere e dell’esperienza. […] È vivente non solo per i milioni di parlanti attivi ma in tutte le lingue europee moderne forse miliardi di persone, in ogni continente, anche per il tramite della globalizzazione culturale, ne pronunciano migliaia di parole al giorno, e non lo sanno. L’italiano ne è ricco persino più delle altre, perché ha assorbito la cultura greca fin dalle origini attraverso la mediazione latina (Cesaretti- Minguzzi).

Dei complessivi 250.000 lemmi italiani circa 8.000 sono grecismi di ambito filosofico o scientifico o appartengono al contesto del cristianesimo o degli oggetti di uso quotidiano (Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro).

La componente latina costituisce, invece, più della metà del vocabolario di base dell’italiano e rappresenta il suo nucleo originario più conservativo e antico. «Delle circa 35.000 parole di etimo latino, quelle ereditarie sono appena 4574 (pari al 14%), quelle attinte dal latino in epoche diverse oltre 30.000 (pari all’86%)» (Enciclopedia Treccani). L’italiano è, senz’altro, la lingua neolatina più vicina al latino.

L’etimologia è l’affascinante disciplina che studia l’origine e l’evoluzione delle parole. Non di tutte le parole conosciamo l’etimo certo. Alcune volte può essere utile ricercare noi stessi un’etimologia diversa da quella che è sempre stata offerta. L’etimologia permette di comprendere meglio non solo il vocabolario, ma anche l’esperienza che viviamo.

In Perché si dice così Gianfranco Lotti presenta l’origine, le curiosità, la storia delle parole che usiamo tutti i giorni. Che cosa comprendiamo sulla vigilia di Natale avvalendoci dell’etimologia? La vigilia era in latino il turno di guardia e al contempo la sentinella che faceva il turno di guardia la notte: vi erano diversi turni di guardia per permettere anche alle sentinelle di riposare. Allora la vigilia di Natale non indica solo il giorno prima del Natale, ma sottolinea anche l’attesa vigile del compimento di un evento. A Natale si porgono gli auguri. «Augurio» è la cerimonia con cui gli àuguri ricavavano presagi dall’osservazione. Il termine ha la stessa radice del verbo latino augere che significa «aumentare, accrescere, sviluppare». Quando facciamo gli auguri a qualcuno, auspichiamo che la sua vita possa essere più ricca di vitalità, di fecondità, di felicità.

Andiamo alla riscoperta della storia di due parole molto comuni e usate in italiano: «viaggio» e «pagina».

La parola «viaggio», che compare in un testo calabrese del 1221 nella forma «viagio», deriva dal francese antico veiage ovvero «pellegrinaggio» (1080), evoluzione spontanea del latino viaticum che significava in origine «provvista necessaria a chi si mette in via, a chi deve affrontare un lungo cammino» e assunse poi il significato di «viaggio». Più tardi, dal latino viaticum sorse anche il termine dotto «viatico» che è il conforto per l’estremo viaggio, ovvero l’Eucarestia impartita a chi sta per morire. In modo figurato il viatico è anche un sostegno morale a chi deve iniziare un’impresa.

Ne parla anche Giovanni Pascoli nella poesia Il viatico, quando descrive un piccolo quadretto di campagna, una scena di vita di paese, animata dal suono delle campane a martello che chiamano la gente a pregare per un vecchio che sta morendo. Una processione avanza verso la sua casa, i bimbi cantano, il prete gli sta portando l’Eucarestia. L’unica richiesta di questo vecchio è Cristo, presente nell’Ostia. In quel breve attimo che lo separa dall’eternità ignota egli vuole essere accompagnato da Gesù. Non c’è nulla che si possa mettere da parte, che si possa portar via con sé nell’eternità. Quell’uomo rappresenta la condizione di ciascuno di noi. Il desiderio che Gesù sia vicino e compagno nell’ora del trapasso è anche il suo.

La parola «pagina» (1485 ca, I. Sannazzaro) deriva dal latino pagina, termine di antica origine rurale che proviene dal verbo pangere (conficcare, piantare). Il significato originario di «pagina» è, quindi, quello di «pianta» (soprattutto di viti). Il termine passò poi nel tempo ad indicare un insieme di righe di scrittura e più tardi il foglio su cui si trovavano. Al contadino la pagina appariva come un campo di filari visto dall’alto. Molte parole latine hanno un significato originario legato al mondo dei campi, proprio perché i Latini erano in principio un popolo legato all’allevamento e all’agricoltura. La «pagella» è poi una piccola pagina. L’espressione francese à la page indica quanto è «conforme alla pagina dedicata alla moda nell’ultimo numero di giornale».

Molte sentenze e modi di dire dall’antichità sono approdati a noi, mantenendo intatto il loro fascino e la forza comunicativa di un tempo. Comunemente utilizziamo espressioni latine e greche senza magari neanche pensare alla loro origine. Il libro delle citazioni latine e greche (a cura di Paola Mastellaro, Mondadori) riporta più di mille voci (motti, massime, proverbi), sia quelle comuni che quelle più raffinate, ordinate in quasi duecento argomenti (disposti in ordine alfabetico).

Ecco un esempio. Sotto la voce Inizio troviamo Dimidium facti, qui coepit, habet (Orazio, Epistole, I, 2, 40) ovvero Chi comincia ha già metà della cosa fatta, oggi espressione divenuta proverbiale: «Chi ben comincia è a metà dell’opera». Questa affermazione attesta, d’altra parte, che il momento iniziale di un’opera e di un’impresa è fondamentale. Lo riconosceva per primo Varrone nel De re rustica (I, 2, 2): «Porta itineris dicitur longissima esse» ovvero «Si dice che la porta è la parte più lunga di un viaggio», affermazione che può essere anche interpretata nel senso che il passo più difficile è quello di staccarsi dalla porta, cioè dalla propria casa.

Sempre per quanto riguarda l’inizio, un retore o uno scrittore può partire Ab ovo (Orazio, Ars poetica, 147) cioè risalire fin dalle più remote origini oppure esordire già in medias res (ovvero nel bel mezzo degli avvenimenti»): Orazio spiega che qualche poeta antico raccontava la storia della nascita di Troia a partire dalle uova depositate da Leda, da cui nacque anche Elena. L’espressione proverbiale mantiene ora l’eccezione negativa con cui è nata.

E ancora dal linguaggio dell’oratoria è prelevata l’espressione ex abrupto, con la quale si indica il procedimento per cui si entra nell’argomento di colpo, senza preamboli e introduzioni, oppure con un repentino cambio di scena.

Si tratta di uno solo tra i 186 argomenti su cui il libro apre una finestra documentata e attenta. Tanti altri modi di dire si sono trasferiti in una forma italianizzata. Eccone due altri esempi. «È un problema di lana caprina» viene dal latino «de lana caprina». In un’epistola di Orazio leggiamo l’espressione «disputare della lana caprina» con il significato di «perdere del tempo». Con il passare dei secoli il detto ha cambiato il suo significato fino ad indicare una «questione irrisolvibile».

Anche l’espressione «è rimandato alle calende greche» deriva dalla frase latina «Ad Kalendas graecas». Nel calendario romano le Calende sono il primo giorno del mese, quello in cui il debitore deve pagare gli interessi al debitore. Nel calendario greco, invece, non esistono le Calende. Quindi, rimandare alle Calende greche vuol dire rinviare ad una data inesistente, ovvero non aver alcuna intenzione di assolvere il debito o, più in generale, di compiere quanto è stato richiesto.