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La festa della fatica umana, secondo Biffi

Nelle sue omelie del Primo Maggio, ora raccolte nel volume “La festa della fatica umana”, il cardinale Giacomo Biffi individua con lungimiranza profetica le contraddizioni del mondo del lavoro attuale, alla luce dell’esempio mirabile di san Giuseppe e delle indicazioni contenute nella Dottrina sociale della Chiesa.

«San Giuseppe, il carpentiere di Nazareth, è stato destinato dalla Provvidenza a insegnare l’arte e la fatica allo stesso Figlio di Dio fatto uomo. Giuseppe è un lavoratore che prega, un lavoratore che cerca costantemente la volontà del Padre, un lavoratore che non si sogna affatto di estromettere Dio dai suoi concreti interessi e dalle sue quotidiane preoccupazioni. Il nostro auspico è che così cerchino di diventare tutti i lavoratori che ci tengono a dirsi cristiani». È chiaramente la figura di San Giuseppe lavoratore a illuminare le omelie del Primo Maggio del compianto cardinale e arcivescovo bolognese Giacomo Biffi, ora raccolte nel volume La festa della fatica umana (ESD 2022, pp. 192). Alla luce delle indicazioni contenute nella dottrina sociale della Chiesa e nella Parola di Dio, il cardinale sviluppa le sue riflessioni individuando con lungimiranza profetica le contraddizioni del mondo del lavoro attuale.

Nella sua analisi Biffi denuncia tanto «l’incidenza sempre più estesa e determinante nell’organizzazione sociale di un potere finanziario chiuso nei suoi giochi, senza veri legami con l’impegno produttivo», quanto «l’assalto di un capitalismo anonimo senza agganci e senza relazioni personali». Figlio della diocesi ambrosiana, il cardinal Biffi allarga quanto constatato rispetto alla realtà milanese a un contesto generale più ampio, nel quale la classe imprenditoriale «ragiona solo in termini di profitti, di rendimento, di competitività e sembra non vedere che – di là da questi fattori pur legittimi, e oltre i complicati meccanismi della moderna attività industriale – sono coinvolte le persone, le famiglie, la loro possibilità di sopravvivere e di guardare senza inquietudine all’avvenire».

Riprendendo la Dottrina sociale della Chiesa, l’arcivescovo bolognese ricorda perciò il senso autentico del lavoro: «L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a proseguire l’opera del Creatore e a trasformare con la sua intelligente e gravosa attività le realtà materiali». Nel lavoro c’è dunque «come un riverbero della potenza divina e una partecipazione alle prerogative dell’eterno Autore delle cose». Lavoro è dunque «qualsiasi attività rivolta a trasformare il mondo in cui viviamo per metterlo in condizione di servire l’uomo sempre più e sempre meglio, aiutandolo a conseguire i suoi fini inalienabili, secondo l’alto disegno del Creatore». D’altra parte, «nei lunghi anni di vita trascorsi nel nascondimento di Nazareth, Gesù si presenta come ‘uomo del lavoro’, che ha nobilitato per sempre il lavoro dell’uomo».

Biffi ribadisce chiaramente altresì che «l’uomo è più grande del suo lavoro (che perciò non lo deve mai assorbire totalmente o travolgere)». Di qui il lavoro deve attuarsi «non contro l’uomo, ma a favore dell’uomo», affinché in special modo «le stagioni di crisi non diventino stagioni di intolleranza e di incomprensione nei confronti dei più deboli». Pur essendo state pronunciate nel 1985, tali parole descrivono puntualmente il contesto lavorativo attuale, ancor più allorquando si addentrano nei meandri delle continue cessioni e cambi societari, per i quali «un’unità lavorativa può essere venduta, acquistata, spostata, fusa, riconvertita, annullata da chi non l’ha mai visitata neppure occasionalmente, e schiere di uomini vedono deciso il loro destino di lavoratori da una dominazione anonima che conosce soltanto le cifre del mercato borsistico e la consistenza dei pacchetti azionari».

E in effetti «in un sistema che dà spazio e attenzione solo ai consumi, alla produzione, al guadagno, l’uomo è necessariamente degradato e il lavoro umano torna ad essere occasione di schiavitù e di alienazione». Tuttavia, proprio perché «l’uomo è l’immagine del Figlio, nessuno può spadroneggiare su di lui e disporne come fosse cosa sua».

L’antidoto a tali criticità, secondo l’insegnamento del cardinale, è rappresentato allora dalla costruzione di una visione solidaristica d’impresa, che si premuri della crescita, del vantaggio e delle esigenze di tutti i lavoratori che vi cooperano, non soltanto dei loro ‘capi’. Inoltre occorre considerare che «l’encomiabilità di un lavoro deve essere valutata anche e soprattutto in base allo sviluppo morale, spirituale, integralmente umano che esso induce o almeno consente in chi lavora, e alla salvaguardia della sua dignità».

Il cardinal Biffi rileva ancora come «oggi il vero pericolo sia dato soprattutto dallo sconforto, dalla rassegnazione scettica, dalla sfiducia in tutti e in tutto, dalla compiaciuta e sterile volontà accusatoria, dall’egoismo e dall’edonismo assunti come valori di cui vantarsi invece che come mali di cui vergognarsi, da una difesa dei propri interessi corporativi che non si cura di commisurarsi sull’interesse generale della collettività».

Pertanto il cristiano, muovendo dal presupposto che «lavorando si assimila al divino Lavoratore di Nazareth e così partecipa con lui alla grande impresa della redenzione dell’universo creato», è chiamato a testimoniare col proprio esempio un’altra modalità di approccio al lavoro, anzitutto attraverso la pratica della «virtù dell’onestà, della correttezza, del senso acuto del dovere di attendere con impegno e lealtà alla prestazione d’opera». In buona sostanza «chi riconosce nello Sposo della Vergine il suo patrono e il suo esempio», è invitato a «un’esemplarità irreprensibile» anche in ambito professionale, «a irradiare speranza e a promuovere una efficace ripresa morale».

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