a cura di Stefano Fontana
  • IL PROBLEMA

La DSC, la grande assente nelle Messe di oggi

Il rapporto tra la liturgia della santa Messa e la Dottrina sociale della Chiesa è profondo e complesso. C’è la necessità di riprenderlo in modo ugualmente approfondito. Per farlo, però, bisogna considerare adeguatamente le due realtà secondo la loro vera natura, evitando di rimanere impigliati nelle interpretazioni oggi prevalenti e deformanti sia la liturgia che la Dottrina sociale.

A guardare la realtà odierna delle celebrazioni della Messa potrebbe sembrare che le tematiche della Dottrina sociale della Chiesa siano già ampiamente presenti e pienamente recepite, al punto da non esserci alcun bisogno di tornare sull’argomento. La raccolta di offerte per questo o quell’altro progetto sociale di sviluppo o di integrazione, la partecipazione di associazioni che dall’ambone propongono ai fedeli di sostenere la loro attività di solidarietà e integrazione, le preghiere dei fedeli nelle quali non mancano mai i temi della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, il frequente uso di simboli - per esempio nell’offertorio - che richiamano ad aspetti vari della vita sociale dal lavoro alla scuola allo sport, l’uso di paramenti innovativi come quelli con i colori dell’arcobaleno che rimandano a varie tematiche sociali dal gender alla pace, la presenza nel presepio natalizio ma anche in decorazioni poste sotto l’altare a scopo didascalico, di personaggi e situazioni di tipo sociale e politico, come l’immigrato o il povero o l’esponente di altre religioni e così via.

Nella celebrazione delle nostre Messe c’è tanto “mondo” che entra in chiesa. Di recente sono entrate tutte le disposizioni governative anti-Covid che nelle Messe non solo sono state applicate ma sono state promosse, celebrate, onorate, battezzate come se la massima forma di impegno sociale del fedele dovesse essere quello del distanziamento sociale e della mascherina. La Messa e la solidarietà sociale tramite le disposizioni governative sembrano oggi un tutt’uno.

D’altro canto, però, si nota anche l’opposto. Alcuni temi sociali fortemente impegnativi non vengono più trattati nelle omelie. Mi riferisco all’aborto, all’eutanasia, al gender, alla visione corretta della sessualità, alla fedeltà coniugale, all’unicità della famiglia naturale fondata sul matrimonio e aperta alla vita, alla libertà di educazione. Nelle omelie non si sente ormai più nessun accenno al diritto naturale o alla legge morale naturale. Di accoglienza del diverso si parla molto, come anche di rispetto della natura. Si invita spesso a non giudicare e ad amare il prossimo. Ma sul rapporto tra la fede cattolica e alcune leggi non si dice nulla. Nel modo più assoluto non si parla più di omosessualità, nemmeno indirettamente o con qualche giro di parole.

Da un lato quindi si assiste ad un ingresso nella liturgia di tematiche sociali che riscuotono un certo consenso, che vanno di moda e che quindi non creano frizioni o contrasti. Dall’altro vengono espunte altre tematiche per paura (pastorale) che creino divisioni. Da una parte c’è un certo mondo che entra e partecipa alla Messa, dall’altra c’è un certo mondo che viene lasciato fuori.

Accanto a queste considerazioni bisogna poi riconoscere che non si sente mai – veramente mai! – qualche accenno diretto o indiretto al magistero sociale della Chiesa. Mai nessun sacerdote che citi un’enciclica sociale, a parte qualche compiaciuto riferimento a qualche frase estemporanea ad effetto di Francesco. Mai nessuno che faccia un ragionamento di applicazione della Parola di Dio del giorno alla vita sociale e politica. Mai una denuncia sulla base del Vangelo e tramite il magistero sociale dei pontefici.

Sembra che la Messa non abbia niente a che fare con le leggi, la comunità politica, l’organizzazione dell’economia e così via. Sembra che la liturgia abbia fatto una specie di “scelta religiosa” e che lasci alle coscienze dei singoli – non formate, purtroppo – le decisioni sui grandi problemi della convivenza sociale. Il sagrato diventa così il confine tra due mondi che non hanno rapporto tra loro, se non nella coscienza dei fedeli, il che trasforma la Chiesa in un’agenzia di animazione etica (non divisiva).

Mi sembra evidente che non si può andare avanti così. Da dove cominciare – allora – per invertire la tendenza? Dicevo sopra, dal rifarsi alla vera natura e della liturgia e della Dottrina sociale della Chiesa; al “che-cos’è” dell’una e dell’altra. Qui si apre un discorso molto ampio. Tocco solo un punto. La celebrazione eucaristica è la riproposizione reale del mistero della Croce e della resurrezione di Cristo con cui nostro Signore ha riplasmato l’universo dopo il peccato, ri-creandolo. La Dottrina sociale della Chiesa è strumento di questa ri-creazione. Ecco un primo punto fondamentale di connessione al quale seguono molti altri. (Stefano Fontana)