Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Federico di Utrecht a cura di Ermes Dovico
CONTINENTE NERO

La denuncia coraggiosa di un vescovo in Nigeria

Monsignor Matthew Hassan Kukah denuncia la violenza in Nigeria e il silenzio del presidente Buhari. Denuncia la scomparsa di centinaia di ragazzi e ragazze, la piaga dei rapimenti. In uno di questi è morto anche un sacerdote, don Luke Adeleke

Esteri 31_12_2021 English
Mons. Kukah

Ci vuole coraggio, specie in certi Paesi, ad accusare apertamente governo e capo dello Stato di non attribuire valore alla vita umana, invece di limitarsi, come tanti, a deplorare violenza e tirannia senza far nomi. Questo coraggio non manca a monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo cattolico di Sokoto, Nigeria, che nel suo messaggio di Natale ha chiesto conto, e non per la prima volta, al presidente Muhammadu Buhari del livello di violenza insostenibile che devasta il suo Paese. “Il silenzio del governo federale – dice monsignor Kukah – alimenta l’orribile bestia della complicità con le azioni delle persone malvagie che hanno compromesso il futuro di intere generazioni di bambini. Il presidente della Nigeria ci deve una spiegazione e delle risposte: quando finiranno i rapimenti, i sequestri a scopo di estorsione, i massacri brutali, insensati e senza fine dei nostri connazionali? Quando potranno tornare a casa i nostri rifugiati in Camerun, Ciad o Niger? Servono risposte urgenti a queste domande”.

Monsignor Kukah, che vive in uno dei dodici Stati settentrionali a maggioranza islamica della federazione nigeriana, parla soprattutto della situazione drammatica dei loro abitanti: nel nord est perseguitati dai jihadisti, che infieriscono sui cristiani e sui musulmani che non rispettano la legge coranica rigorosamente, e minacciati ovunque dalla violenza di gruppi armati e delinquenti comuni che agiscono quasi indisturbati: “una quantità di crudeltà senza precedenti si è scatenata su cittadini innocenti negli Stati del nord. Persone innocenti sono state strappate dai loro letti, dai loro campi, raggiunte nei mercati e persino nelle superstrade e sacrificate agli dei del male. Le comunità sono state trasformate in gulag di miseria, morte, sofferenza e perfidia”.

Mentre ogni giorno si registrano morti e la situazione della sicurezza continua a peggiorare, il governo sembra aver scelto di ignorare la sorte dei nigeriani, di lasciarli in balia del male. È chiaro, insiste monsignor Kukah, che l’amministrazione del presidente Buhari non dà più valore alla sacralità della vita umana: “niente esprime l’impotenza delle famiglie quanto il silenzio dello Stato a livello federale. Oggi, dopo più di sette anni, si ignora il destino di oltre cento ragazze di Chibok e, a distanza di più di tre anni, nulla si sa di Leah Sharibu. Gli studenti del Collegio del governo federale di Yauri e i bambini della scuola Islamiyya dello stato del Katsina sono ancora nelle mani dei loro rapitori. Inoltre abbiamo perso il conto delle centinaia di altri bambini rapiti di cui i mass media non hanno parlato e delle centinaia di persone e di famiglie che hanno subito la stessa sorte”.

Le ragazze di Chibok sono le 274 studentesse, quasi tutte cristiane, rapite nel 2014 dal gruppo jihadista Boko Haram per le quali si è inutilmente attivato il mondo. Con il tempo molte sono state liberate, ma più di cento sono disperse: forse morte, forse costrette a farsi esplodere nei mercati e nelle stazioni di autobus per creare il panico tra la popolazione, forse vive e sposate a forza ai jihadisti. Leah Sharibu è una delle 109 studentesse rapite da Boko Haram nel febbraio del 2018, l’unica a non essere stata liberata perché è cristiana e ha rifiutato di abiurare e convertirsi all’islam. Gli altri rapimenti di cui parla monsignor Kukah si sono verificati, e continuano, negli Stati del nord ovest. Nel caso degli studenti, ormai si tratta di almeno un migliaio di ragazzi sequestrati a scopo di estorsione in diverse scuole.

Ma quella dei rapimenti è da tempo una piaga nazionale. Ne è stato vittima la vigilia di Natale anche un sacerdote, padre Luke Adeleke, parroco della chiesa di sant’Antonio a Ijemo Fadipe, nello Stato di Ogun, all’estremità meridionale del Paese. Secondo quanto raccontato all’agenzia Fides da don Gregory Fadele, direttore delle comunicazioni sociali della diocesi di Abeokuta a cui padre Adeleke apparteneva, “don Luke aveva appena celebrato l'Eucarestia per la comunità e stava tornando a casa. A bordo con lui viaggiava un ragazzo di 11 anni che per fortuna è rimasto illeso. Nella strada che costeggia la foresta, a un certo punto alcuni banditi hanno iniziato a sparare probabilmente per un tentativo di rapimento. Presumiamo che volessero sparare alle gomme dell’auto, invece i proiettili hanno colpito il nostro sacerdote a entrambe le gambe. Padre Luke ha cominciato a perdere molto sangue. Era molto debole ma è riuscito a guidare per avvicinarsi all’ospedale, ma quando è arrivato era già in fin di vita”.

Diversi altri sacerdoti sono stati rapiti in Nigeria e quasi sempre sono stati liberati, non si sa se in cambio del pagamento di un riscatto. “In genere i rapitori agiscono in rete – spiega don Fadele – e, quando scorgono una macchina in cui presumono ci sia una persona che, sequestrata, possa fruttare un riscatto, agiscono. Di recente, la situazione è peggiorata, entrano in azione con chiunque, senza riguardo al tipo di macchina o al presunto benessere economico del guidatore. Nelle grandi città, se si esclude la zona a nord dove è in azione Boko Haram, i rapimenti sono piuttosto rari. Il problema si riscontra fuori dalla città, nelle zone delle foreste, o nelle strade che collegano le città alle zone più periferiche. In tali aree i rapimenti sono più frequenti”.

Il funerale di padre Adeleke si tiene il 31 dicembre nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Adatan, nella diocesi di Abeokuta. Aveva solo 38 anni. Agli appelli di monsignor Kukah il presidente Buhari reagisce irritato dicendo che distorce i fatti, la situazione del Paese non è affatto così grave. In un comunicato dello scorso aprile, il portavoce della presidenza Garba Shehu ha detto che le sue critiche al presidente sono “empie” e ideologiche.