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La Croazia torna a Messa con ordine. Resta il nodo Eucaristia

Dopo le restrizioni causate dalla pandemia, i fedeli croati hanno vissuto in modo tranquillo e disciplinato la prima domenica di Sante Messe. Ogni diocesi o metropolia ha emesso misure proprie. Alcuni vescovi hanno consentito la Comunione sulla lingua. Altri no, causando la sofferenza dei fedeli che spesso, a motivo di questo divieto, preferiscono continuare a seguire la Messa in streaming.

Da San Giuseppe a San Giuseppe. È difficile considerare una casualità il fatto che il “digiuno” dalle Messe e dai sacramenti dei cattolici croati ha coinciso esattamente con l’intervallo tra le due feste di San Giuseppe, santo protettore della Croazia, vale a dire dal 19 marzo (per lo Stato, per i vescovi invece dal giorno successivo) al 1° maggio.

La protezione di san Giuseppe per la Chiesa croata, includendo in questo contesto anche quella operante in Bosnia-Erzegovina, è più che mai necessaria, poiché la pandemia del Coronavirus, aggravata dal terremoto del 22 marzo a Zagabria, ha dimostrato l’estrema fragilità di un tessuto cattolico nel quale si sono riverberate, seppure in misura meno dirompente che in Italia, tutte le contraddizioni del pensiero e della prassi ecclesiali.

Già le prime restrizioni liturgiche stabilite dai vescovi nella seconda decade di marzo avevano provocato la reazione negativa di una parte molto ampia del popolo cattolico e del clero, anche per la mancanza di direttive univoche per tutti (ad esempio a Parenzo-Pola, a Spalato e a Zagabria si rendeva obbligatoria la Comunione sulla mano, in altre diocesi essa veniva solamente suggerita, a Mostar e a Sisak tutto continuava come prima). Poi, la proibizione di tutti gli assembramenti anche di carattere religioso, decisa dal governo e assecondata dai vescovi senza opporre particolare resistenza, ha fatto cadere i fedeli in uno stato di grave sconforto, che neppure la trasmissione in streaming su Internet e in televisione delle Sante Messe è riuscita a sollevare. Inoltre, alcuni indicatori sembrano mostrare che i religiosi e le religiose, se vogliamo perfino più a rischio a motivo della loro vita comunitaria, abbiano continuato a frequentare le Sante Messe e a usufruire dei sacramenti come se nulla fosse accaduto.

Anche la reazione dei pastori è stata multiforme: ci sono stati sacerdoti che si sono chiusi a tripla mandata in canonica, sparendo dalla circolazione e tenendo chiuse anche le porte della chiesa, mentre altri si sono spesi senza sosta portando in processione per le loro parrocchie il Santissimo Sacramento o statue della Madonna e dei santi, e rimanendo sempre a disposizione dei fedeli. Alcuni hanno risposto negativamente alla richiesta dei fedeli di confessarsi, altri non hanno mai cessato di ascoltare confessioni, all’aperto o comunque in condizioni di sicurezza. Alcuni hanno magnificato le Messe in streaming, altri con varie scuse hanno fatto in modo che i fedeli entrassero “casualmente” in chiesa durante le celebrazioni officiate in forma privata. In alcuni casi è stata vietata la pia pratica della visita alla “Tomba del Signore” il Sabato Santo, altrove essa è stata permessa.

Le dichiarazioni diametralmente opposte di alcuni vescovi sui medesimi argomenti hanno contribuito a creare una fastidiosa sensazione di cacofonia che ha ancora di più accresciuto lo smarrimento dei fedeli rimasti senza sacramenti. Così il vescovo di Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik), monsignor Mate Uzinić, dopo aver affermato che “la vita umana è il nostro valore più grande, e che tutto il resto cui rinunciamo, quale l’Eucaristia, è meno importante” (sic!), ha respinto ogni paragone delle Sante Messe in chiese senza fedeli con i negozi affollati poiché, ha detto, “la gente deve pur mangiare”. L’Ordinario della diocesi confinante con la sua, mons. Ratko Perić di Mostar-Duvno, ha affermato l’esatto contrario, difendendo la sua scelta di non vietare Messe pubbliche (pur con limitazioni e misure di protezione) proprio con il fatto che i negozi affollati mostravano come non ci fosse motivo di vietare le funzioni religiose se celebrate in condizioni di sicurezza.

Mentre il 4 aprile in Bosnia l’arcivescovo di Vrhbosna (Sarajevo), card. Vinko Puljić, e il vescovo di Banja Luka, mons. Franjo Komarica, consacravano al Cuore Immacolato di Maria le rispettive diocesi (si è trattato di una vera e propria consacrazione, non di un affidamento), il vescovo Perić taceva. E intanto i vescovi della Croazia respingevano la simile richiesta di consacrare il Paese avanzata da 300 sacerdoti e da più di 12.000 fedeli che avevano firmato una petizione online organizzata dall’associazione cattolica Vigilare.

Perić è stato forse l’unico vescovo che, in tutte le sue comunicazioni al clero e ai fedeli, ha sempre privilegiato l’ambito spirituale a quello igienico, preponderante nelle altre comunicazioni vescovili di questo periodo. Pur dovendo obbedire ai divieti di assembramento emanati dalle competenti autorità dell’Erzegovina, come vescovo non ha mai vietato le Sante Messe con presenza di fedeli, limitandosi a raccomandare che ne fosse limitato il numero se le celebrazioni fossero avvenute all’interno delle chiese e che fosse mantenuta una congrua distanza tra i fedeli. Perić ha chiesto ai suoi sacerdoti di non far mai mancare ai fedeli la ricezione dell’Eucaristia e, pur con le precauzioni imposte dalla situazione presente, ha tuttavia permesso la Comunione direttamente in bocca; il vescovo di Mostar-Duvno ha anche ordinato di non negare a nessuno il sacramento della Penitenza, e di rimanere a disposizione dei penitenti anche più ore al giorno in aree dove si fosse potuta rispettare la distanza di sicurezza tra ministro e fedele.

La situazione in Croazia a motivo della pandemia in questi mesi è stata seria, ma molto meno drammatica che in Italia. I primi tre casi ufficiali si sono registrati verso la fine di febbraio (si trattava di tre giovani di Zagabria che avevano assistito a Milano alla partita Atalanta-Valencia), e a tutto il 4 maggio su circa 40.000 tamponi eseguiti vi sono stati 2.101 casi di contagio ufficiali, dei quali 80 hanno portato alla morte dei contagiati. Sono state chiuse le scuole, i negozi, vietati gli assembramenti e i trasferimenti dal comune di residenza, ma non è mai stato imposto un rigido lockdown che obbligasse i cittadini a rimanere a casa.

Dopo il picco di metà marzo, quando si registravano un centinaio di casi al giorno, la situazione è migliorata, con una media di circa cinquanta casi al giorno, che col passare dei giorni a poco a poco si sono ulteriormente ridotti. Ciò ha permesso la graduale riapertura degli esercizi commerciali, mentre a partire dal 2 maggio sono state riaperte le porte delle chiese per le Messe con i fedeli. Sono ancora chiusi teatri, cinema, bar e ristoranti.

Come era accaduto a marzo, neppure per il nuovo inizio delle Messe pubbliche i vescovi croati hanno trovato un accordo su norme comuni a tutto il Paese sulla base delle indicazioni del Comitato di crisi (l’omologo croato del Comitato tecnico-scientifico in Italia): così, ogni diocesi o metropolia ha emesso le proprie.

Ovunque è stato stabilito di fare entrare un numero limitato di fedeli all’interno delle chiese, con la raccomandazione, laddove possibile, di raddoppiare il numero delle Messe, di celebrare all’aperto o di collegare altoparlanti a beneficio dei fedeli rimasti all’esterno. Si è stabilito che volontari protetti da mascherine spruzzino disinfettante sulle mani dei fedeli al loro ingresso e uscita dalla chiesa. È stato vietato il “segno della pace”, e in alcune diocesi anche la questua durante la Messa, sostituita da un cestino posto presso la porta di uscita, mentre in altre si è semplicemente vietato di fare passare la bussola della questua di mano di mano in mano tra i fedeli. In alcune diocesi è stata imposta la Comunione sulla mano, in altre essa è stata solo raccomandata. La distribuzione della Comunione è stata limitata a sacerdoti o diaconi con il volto coperto da una mascherina, vietando la pratica dei cosiddetti “ministri straordinari dell’Eucaristia”.

La prima domenica di Sante Messe con i fedeli è trascorsa in modo tranquillo e disciplinato; si è avuta l’impressione che non fosse necessario vietare le Sante Messe con il popolo, e ancora meno le confessioni, bensì sarebbe bastato attuare le stesse misure poi decise all’inizio di maggio, soprattutto tenendo conto del fatto che il numero dei fedeli praticanti già alle prime avvisaglie dell’arrivo della pandemia in Croazia è notevolmente diminuito, e che anche le misure di contingentamento dell’ingresso dei clienti nei supermercati molto presto sono state ignorate creando assembramenti molto più grandi e molto più pericolosi che non nelle chiese.

C’è tuttavia da osservare che a causa del divieto stabilito da alcune diocesi di ricevere la Comunione in bocca, ancora praticata dalla stragrande maggioranza dei fedeli croati, anche dopo il nuovo inizio delle celebrazioni pubbliche molti fedeli non fanno la Comunione oppure non vanno del tutto in chiesa, continuando invece a seguire la Santa Messa in streaming e a fare la Comunione spirituale. C’è da augurarsi che le parole chiarificatrici del cardinal Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, alla Nuova Bussola convincano i vescovi croati, non sempre vicini al sentire del loro popolo, a rivedere le norme che obbligando alla Comunione sulla mano provocano smarrimento e sofferenza tra i fedeli.