La Costituzione vuole un giudice super partes e la società lo pretende
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La separazione delle carriere è lo strumento per assicurare, come auspicava il giudice Livatino che il giudice non solo sia indipendente, ma appaia indipendente. Terzietà e imparzialità non garantiscono l’adozione di sentenze “giuste”, ma ne sono uno dei presupposti.
1-Perché il referendum riguarda tutti di Giacomo Rocchi
I motivi della riforma costituzionale sulla giustizia
1. Abbiamo visto il contenuto della riforma sulla magistratura e la giustizia su cui siamo chiamati a pronunciarsi nel referendum del 22 e 23 marzo. Cerchiamo di comprendere i motivi e le finalità di queste modifiche.
Partiamo dal sorteggio dei componenti dei Consigli superiori della magistratura (che, come abbiamo visto, diventeranno due: uno per i pubblici ministeri, l’altro per i giudici). Perché sottrarre ai magistrati la possibilità di eleggere propri rappresentanti al Consiglio che è chiamato a tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e di ogni singolo magistrato?
In primo luogo perché, nonostante la sua composizione particolare, il Consiglio Superiore della Magistratura non è un organo di rappresentanza dei magistrati né un’istituzione politica, ma un organo di “alta amministrazione”: la Costituzione gli attribuisce il compito di provvedere alle “assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni” dei magistrati. Quindi, non è affatto necessario che i suoi componenti siano eletti e tanto meno che le elezioni avvengano sulla base dell’orientamento ideologico delle varie correnti. Insomma: non dovrebbe più essere il “terzo ramo del Parlamento” che interviene nell’agone della politica.
Il secondo motivo si chiama “scandalo Palamara”, che tutti conoscono: un caso che ha dimostrato che i trasferimenti, le promozioni, le nomine importanti dei magistrati erano gestiti dalle correnti, con scambi di favori, segnalazioni, raccomandazioni, interventi di estranei, pressioni; un “controsistema” che si opponeva alle leggi, ai regolamenti, ai criteri che il Consiglio avrebbe dovuto applicare e che proseguiva da anni (e che i Presidenti della Repubblica denunciavano da decenni). Il sorteggio è stata una scelta praticamente obbligata: non è possibile che i cittadini scoprano che i magistrati – soggetti alla legge e che li condannano per non avere rispettato la legge – commettano palesi violazioni di legge e di regole, con condotte che spesso sfiorano profili penali! I componenti sorteggiati saranno liberi dall’influenza delle correnti e decideranno in piena coscienza le varie questioni relative alle carriere dei magistrati.
Segnalo che anche i componenti “laici” (cioè: non magistrati) - che oggi arrivano al Consiglio Superiore “in quota” all’uno o all’altro partito politico - saranno sorteggiati in un elenco che il Parlamento voterà all’inizio di ogni legislatura. Quindi, anche i componenti “politici” (avvocati o professori universitari di lunga esperienza) non dovranno più rendere conto a un partito, saranno anch’essi liberi.
2. L’Alta Corte Disciplinare è semplicemente il giudice che sostituirà la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Una composizione autorevolissima, una maggioranza di magistrati, una garanzia piena e assoluta di indipendenza dei giudici: quindi un giudice “perfetto”, autorevole e che darà piene garanzie ai magistrati accusati di una violazione disciplinare. E’ prevista una doppia decisione di merito e – si discute – forse anche il ricorso per Cassazione contro la seconda decisione.
3. Ma a me interessa soprattutto la separazione delle carriere e il ruolo del giudice. Nel 1999 fu riformato l’art. 111 della Costituzione, stabilendo che “la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Comparve nella Costituzione, per la prima volta, la figura del giudice, le cui caratteristiche sono la terzietà e l’imparzialità; un processo non è giusto se il giudice non è terzo e imparziale. Quindi – come a me sembra evidente – la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici fa sì che i PM siano “accanto” all’avvocato difensore, non “accanto” al giudice; permette al giudice di essere pienamente terzo e imparziale.
La figura del giudice nella società è importante ed è un valore la sua autorevolezza e credibilità. A ben vedere, in passato il giudizio era affidato al re, o ai sacerdoti, o ai saggi. Nel sistema democratico è affidato a funzionari pubblici selezionati con un concorso di tipo tecnico: come dare loro – che devono prendere decisioni pesantissime sulla vita delle persone – questa posizione nella società?
Rosario Livatino – il “piccolo giudice” che è modello per molti – nel sostenere che «il Giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente», sottolineava l’importanza del giudice nel comune sentire sociale come figura super partes che non deve essere garante di nessun interesse. Un giudice che non deve “salvare” indagini, se non hanno fornito prove sufficienti, non deve tenere conto di questioni di politica criminale perché a quell’imputato deve dare una risposta di giustizia. Per Livatino era «essenziale (…) che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto».
Certo: la terzietà e imparzialità non garantiscono l’adozione di sentenze “giuste”, ma ne sono uno dei presupposti. Livatino ne indicava altri: l’ascolto della propria coscienza, la incessante libertà morale, la fedeltà ai principi, la capacità di sacrificio, la conoscenza tecnica, l’esperienza, la chiarezza e linearità delle decisioni, ma anche la moralità, la trasparenza della condotta anche fuori dall’ufficio, la normalità delle relazioni, la scelta delle amicizie, la indisponibilità ad iniziative e ad affari, la rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, la credibilità “che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.
Concludeva: «Solo se il Giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare ch'egli abbia sugli altri un potere cosi grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il Giudice potrà ricevere ed assumere come se fossero sue e difendere davanti a chiunque. Solo se offre questo tipo di disponibilità personale il cittadino potrà vincere la naturale avversione a dover raccontare le cose proprie ad uno sconosciuto; potrà, cioè, fidarsi del Giudice e della Giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole. Un Giudice siffatto è quello voluto dalla umanità di sempre, configurato in ogni ordinamento dello Stato di diritto, esaltato nella Carta Costituzionale».
Ecco: questo è il giudice che vuole la Costituzione e che la società pretende. La riforma costituisce un aiuto per giungere a questo obiettivo.
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