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COMUNISMO CINESE

La Cina testa i nervi di Taiwan e sonda le intenzioni di Trump

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Grandi esercitazioni navali cinesi a Taiwan. Si tratta dell'ennesima manovra preceduta da una campagna mediatica contro il presidente taiwanese. Ma è il primo test delle reazioni delle nuova amministrazione Usa. 

Esteri 03_04_2025
La portaerei cinese Shandong a Taiwan (La Presse)

Di nuovo, come ormai succede periodicamente con molta regolarità, la marina cinese sta conducendo esercitazioni di guerra attorno all’isola di Taiwan. L’Operazione Tuono nello Stretto, come è stata chiamata da Pechino, è particolarmente aggressiva a coinvolge anche la portaerei Shandong, la prima costruita interamente nei cantieri cinesi. La manovra tende a circondare completamente Taiwan e a stabilire un blocco navale. Un mese fa, in territorio cinese, erano state condotte anche operazioni di attacco anfibio, volte evidentemente a metter piede sull’isola, dove sono stati testati per la prima volta dei nuovi, immensi, pontoni da sbarco. Niente di nuovo, si dirà, considerando il gran numero di manovre simili degli ultimi cinque anni. Ma queste sono le prime esercitazioni dell’era Trump e sembrerebbero proprio un test delle reazioni della nuova amministrazione americana.

Le esercitazioni, secondo quanto afferma il portavoce dell’Esercito Popolare di Liberazione (da cui dipende anche la Marina) sono un «serio avvertimento e un potente contenimento delle forze separatiste dell'indipendenza di Taiwan». E sono state precedute da una campagna mediatica molto violenta contro l’isola “ribelle” e il suo presidente Lai Ching-te. I quotidiani ufficiali del partito e delle forze armate comuniste lo hanno bollato come “parassita”, come “separatista”, visto che, sul piano ufficiale Taiwan fa parte della Repubblica Popolare Cinese, anche se nei fatti è uno Stato indipendente con un governo democratico. In un editoriale pubblicato ieri, mercoledì 2 aprile, sul Quotidiano del Popolo, su Lai Ching-te, si legge: «I fatti hanno pienamente dimostrato che Lai Ching-te è uno sporco guerrafondaio».

Questa escalation verbale e militare avviene in un momento di tensione fra Usa e Cina e di riavvicinamento fra la nuova amministrazione e Taiwan dopo un primo mese di raffreddamento. La tensione fra Washington e Pechino è causata soprattutto dai dazi imposti e annunciati dall’amministrazione Trump, che ha iniziato subito la sua guerra commerciale. Ai dazi si aggiungono, dal 1 aprile, le sanzioni per sei alti funzionari cinesi accusati di violare i diritti umani a Hong Kong e in Tibet.

Fra il governo di Taipei e l’amministrazione americana, invece, c’è distensione dopo un primo periodo di gelo. Dopo le minacce di Trump di imporre dazi del 100% sui microprocessori prodotti (in condizione di semi-monopolio) dall’azienda taiwanese Tsmc, quest’ultima ha deciso di fare un investimento di ben 100 miliardi di dollari negli Usa, aprendo nuove fabbriche in territorio americano. Da quel momento l’atteggiamento americano è cambiato.

Venerdì 28 marzo, Alex Po, viceministro della Difesa di Taiwan, ha partecipato a una cerimonia nella Carolina del Sud per la consegna di una parte di un acquisto di caccia F-16V. si tratta di un raro caso in cui un membro del governo di Taipei si reca in visita negli Usa per un’occasione ufficiale. E a Pechino hanno preso nota.

Le dichiarazioni dei ministri statunitensi sono incoraggianti. «Crediamo che lo status di Taiwan non debba essere modificato con la forza o con l'estorsione o costretto in alcun modo - ha dichiarato il Segretario di Stato Marco Rubio in un’intervista  - Questa è stata la politica del Presidente Trump e continuerà ad esserlo». Durante la sua visita in Asia, il segretario alla Difesa statunitense Peter Hegseth ha anche ripetutamente criticato l’aggressione della Cina nella regione e si è impegnato a fornire una “dissuasione robusta, pronta e credibile”, anche nello Stretto di Taiwan.

Eppure ci sono ancora molti motivi per dubitare della tenuta dell’alleanza fra gli Usa e uno Stato che gli Usa stessi non riconoscono più diplomaticamente (avendo trasferito l’ambasciata a Pechino nel 1979). Nel corso della campagna elettorale, Trump ha sottolineato che Taiwan è vicina alla Cina e lontana dagli Usa, un pretesto per dire che non spende abbastanza per la sua difesa e “ruba” l'industria statunitense dei semiconduttori. Elon Musk, ancora oggi, vanta forti legami commerciali in Cina, dove sta aprendo le sue nuove fabbriche di Tesla e ha paragonato il rapporto fra Pechino e Taiwan a quello fra Washington e le Hawaii. L’altra anima isolazionista dell’amministrazione è il vicepresidente JD Vance che ha sostenuto la candidatura di Elbridge Andrew Colby come vicesegretario alla Difesa. Colby, nelle audizioni in Senato ha dichiarato che Taiwan è sì “molto importante”, ma «non costituisce un interesse esistenziale» per gli Stati Uniti. Colby ha suggerito che Taiwan dovrebbe cavarsela meglio da sola, spendendo fino al 10% del Pil in difesa. Taiwan attualmente spende il 2,5% del Pil per le sue forze armate e il presidente Lai promette di arrivare al 3%. Un terzo dell’obiettivo che l’amministrazione americana pretenderebbe, dunque.

Difficile prevedere quale anima dell’amministrazione prevarrebbe in caso di guerra vera. Mentre nei primi due mesi Trump si è occupato soprattutto di Ucraina e Medio Oriente (oltre che della Groenlandia), mancano sue dichiarazioni chiare sulla questione Taiwan. Per questo le esercitazioni cinesi sono un primo test importante delle reazioni americane, più che dello stato di prontezza della marina di Pechino.