La chiave del discorso di Leone agli ambasciatori: il realismo
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Parlando al Corpo diplomatico, il Papa ha proposto la visione organica di un mondo secondo la Dottrina sociale della Chiesa. La pace si fonda infatti «sull’ordine voluto da Dio (...) trascendente e oggettivo». Il realismo è al centro anche delle riflessioni su linguaggio e libertà d’espressione.
Il discorso di papa Leone XIV al Corpo diplomatico, che la Bussola ha già presentato, merita una particolare attenzione, data la sua ricchezza. Il testo ricorda a uno a uno, come è d’obbligo in occasioni di questo genere, le situazioni di conflitto e ingiustizia presenti nel mondo nell’ora attuale, senza limitarsi però a questo e proponendo una visione sistematica e organica della necessità di un mondo di pace secondo la Dottrina sociale della Chiesa. Colpisce il carattere di “breve trattato” assunto dal discorso: in esso lo sguardo all’attualità è guidato dal recupero di importanti princìpi e criteri di giudizio. Con l’aiuto di sant’Agostino e di Benedetto XVI, Leone propone non solo un’agenda etica di iniziative da intraprendere, ma un quadro di pensiero sostenuto dalla fede.
L’aspetto centrale di questo quadro di pensiero è il «realismo»: la pace si fonda «sull’ordine voluto da Dio (...) trascendente e oggettivo»; lo Stato di diritto va rispettato quando poggia, come deve essere, sul diritto oggettivo e non sui diritti soggettivi; il diritto umanitario non può essere negato perché si basa sull’ordine della giustizia applicato alla dignità della popolazione civile; il linguaggio della politica internazionale deve tornare ad esprimere verità certe; la libertà di espressione non dipende da esigenze ideologiche soggettive ma dalla «certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità». Con riferimento ai “nuovi diritti”, Leone afferma che «ciascun diritto diventa autoreferenziale quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
Come si vede, le espressioni chiave sono: «verità», «realtà delle cose», «ordine voluto da Dio», da cui derivano a loro volta le parole natura, essenza, oggettività, certezza. Il discorso dà i fondamenti della libertà, del potere politico e delle relazioni tra gli Stati, esprime una visione di pensiero organica e capace di non esaurirsi nell’oggi ma di fornire orientamenti anche in futuro. Inoltre, assegna alla Chiesa cattolica un unico e particolare ruolo nell’entrare in questi argomenti, non per esprimere una opinione ma per rendere testimonianza a delle verità per tutti indisponibili. Viene superato in questo modo il pericolo – vissuto in passato – di entrare nei meandri delle dinamiche ideologiche mondane senza più riuscire ad uscirne.
Su questo realismo si fonda anche la chiarezza su molte questioni sociali oggi in grande evidenza. Leone condanna la “pace” cercata tramite il riarmo e la persecuzione dei cristiani, difende la famiglia, condanna in modo inequivocabile l’aborto, compresi, in particolare, «i progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto diritto all’aborto sicuro» (vedi qui e qui), la maternità surrogata, l’eutanasia.
Di grande interesse sono due riflessioni contenute nel discorso al Corpo diplomatico, la prima sul linguaggio e la seconda sulla libertà di espressione. Nelle società occidentali si è enormemente sviluppata la riflessione sull’importanza del linguaggio e della comunicazione, però si è verificato anche il distacco della parola dalla realtà e l’aumento della sua artificialità. Alla successione cosa-concetto-parola, il linguaggio postmoderno sostituisce il suo contrario: parola-concetto-cosa. Fa bene allora papa Leone a dire che «quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». Oggi la guerra è fatta anche di parole.
La seconda riflessione riguarda la libertà di espressione. Oggi questa libertà viene fondata sull’artificialità soggettiva del linguaggio, come diritto a dire quello che si vuole, mentre «la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità». La libertà di espressione ha il proprio limite nella verità dell’espressione, in mancanza della quale diventa illiberale: «Duole constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». È la tolleranza che diventa intollerante, la «dittatura del relativismo» di cui parlava Benedetto XVI.
Nel discorso al Corpo diplomatico alcune osservazioni non vengono spinte fino in fondo, per prudenza o meno che sia. Il giudizio sull’Onu sembra ingenuo ed esente da opportune critiche, l’indicazione del dialogo interreligioso come risorsa per la pace riprende certe debolezze della dichiarazione Nostra aetate del Vaticano II. Sulle immigrazioni, Leone dice: «Rinnovo l’auspicio della Santa Sede che le azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati», ma si può verificare anche il contrario, ossia che la difesa della dignità dei migranti sia adoperata come pretesto per il traffico degli esseri umani.
Il discorso si chiude con due guizzi molto interessanti. L’uno riguarda il “corto circuito” sui diritti umani, che «avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità». L’altro riguarda l’orgoglio, dato che «all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio» e «si perde allora di realismo». E così si torna alla parola chiave centrale da cui siamo partiti.
Il Papa al corpo diplomatico denuncia le derive orwelliane
Non le ha mandate a dire Leone XIV agli ambasciatori nel tradizionale incontro di inizio anno. Difesa della vita, della famiglia e della libertà religiosa, ma anche la critica ai «cosiddetti nuovi diritti» e a un linguaggio così inclusivo da escludere chi non si adegua alle ideologie.
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