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IL BUON USO DELLE PAROLE / 18

La bellezza dell’ordine delle parole 

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Ogni lingua segue una peculiare disposizione dei termini all'interno della frase, che tuttavia può essere deliberatamente violata per creare effetti, per suscitare emozioni, per trasmettere giudizi.

Cultura 11_06_2024

L’ordine è sinonimo di bellezza, di causalità, di finalità, di senso, perché non può essere figlio del caso, ma è frutto di una storia, di un percorso, di un lavoro. Pensiamo all’ordine in un ambiente antropico come la casa,  che scaturisce da una costante attività di pulizia, o in un ambiente naturale come un giardino, ove senza l’instancabile attività umana crescerebbero erbacce e rovi ovunque.

Ogni lingua ha un suo ordine. Ad esempio, l’ordine della frase in latino è differente rispetto a quello dell’italiano e, più in generale, delle lingue moderne. Nella lingua latina si possono disporre i termini con una flessibilità e una libertà maggiore rispetto alla lingua italiana. Nella lingua latina il termine determinato (l’elemento fondamentale) è quasi sempre preceduto dal termine determinante (che è costituito da qualsiasi elemento che permetta di rendere meglio identificabile il determinato). La lingua latina classica prevede una costruzione SOV, ovvero il soggetto è disposto all’inizio di frase, il verbo alla fine, il complemento oggetto precede il verbo.

La lingua italiana, così come le altre lingue neolatine, è invece una lingua a costruzione SVO, ovvero di prassi il soggetto è disposto all’inizio di frase seguito dal verbo e poi dal complemento oggetto. Nelle lingue a costruzione SVO, di solito, si dispone prima il termine determinato e poi quello determinante.
L’ordine solito della frase può, però, essere deliberatamente violato per creare effetti, per suscitare emozioni, per trasmettere giudizi.

Si chiamano figure retoriche di ordine quelle che modificano l’ordine solito di una lingua. Le principali sono l’anastrofe, l’iperbato, l’ hysteron proteron, il chiasmo, il climax, l’ipallage, il parallelismo. 

L’anastrofe è un’inversione nell’ordine delle parole in termini di sintassi rispetto all’ordine abituale (in relazione all’uso linguistico) o normale (rispetto ad una norma). Si ha ad esempio anastrofe quando un complemento oggetto precede il predicato. Nel parlato accade assai spesso.  Anche la poesia abbonda di anastrofi. I primi due versi del canto XXXIII dell’Inferno aprono la tragedia del conte Ugolino:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator […].

Dopo aver sentito la promessa di Dante di rammentare i fatti quando sarà tornato sulla Terra, il conte alza il volto per parlare. La prima parola («la bocca») rappresenta l’immagine più forte, l’attenzione dello scrittore è tutta sui denti che stanno divorando la carne dell’arcivescovo Ruggeri in modo ferino. Per questo il verso è aperto dal complemento oggetto, che subisce l’azione, seguito dal predicato verbale e, infine, dal soggetto.

Nei versi di Saba, aulico e prosaico si mescolano in un impasto linguistico talvolta gradevole, altre volte stridente. L’andamento della sua poesia ha un carattere prosastico. Alcune anastrofi e la presenza dei versi definiscono la poeticità di un testo in cui anche la sintassi e il lessico sembrano talvolta più adatti alla narrativa che alla lirica:

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

L’anastrofe è molto simile all’iperbato che, però, prevede un inciso, cioè l’inserimento di altri elementi tra i due termini. Ad esempio, nel canto di Ciacco (Inferno, VI, v. 70) leggiamo: «Alte terrà lungo tempo le fronti» (nel sintagma «Alte terrà le fronti» si inserisce «lungo tempo»). Anche per l’iperbato la modifica dell’ordine della frase consiste in una variazione nella distribuzione delle informazioni che genera un’enfasi sugli elementi spostati.

Altro caso, sempre riguardante l’ordine delle parole, è l'hysteron proteron, una figura per cui l’ordine delle parole è logicamente inverso rispetto all’ordine naturale e temporale delle azioni. Ne abbiamo un chiaro esempio nel canto V dei lussuriosi, quando Virgilio indica a Dante Semiramide, mitica regina di Babilonia (di Mesopotamia, anche se Dante si confonde con la città in Egitto) che rese leciti costumi sessuali sfrenati nella sua legge, per allontanare da sé il biasimo in cui era caduta innamorandosi del figlio. Si sposò con Nino, poi gli succedette sul trono. Dante, però, scrive: «Che succedette a Nino e fu sua sposa» (v. 59). L’inversione temporale delle due azioni potrebbe alludere al modo crudele e sleale con cui Semiramide si disfece del marito allo scopo di occuparne il trono. Gli spostamenti sintattici o logici sono utilizzati per evidenziare gli elementi che si ritengono più importanti nel messaggio o per conferire una certa carica emotiva.

Il climax (dal greco klímax ovvero «scala») è un procedimento retorico che consiste nel disporre frasi, sostantivi e aggettivi in una progres­sione «a scala», cioè una gradazione ascendente o discendente, per creare un effetto o significato o tono progressivamente più o meno intenso. Mirabile è l’esemplificazione che segue. Nel libro III dell’Eneide Enea sta raccontando a Didone il suo viaggio. Fuggiti dalla madrepatria in fiamme, Enea e i Troiani approdano sulle coste della Tracia. Qui, desiderando sacrificare un toro a Venere, innalzano un altare e cercano del fogliame per ricoprirlo. Enea cerca di strappare con tutte le energie dei rami per coprire l’altare.

Lo sforzo è sottolineato non solo dal verboconatus» ovvero «dopo aver tentato»), ma anche dall’espressione iperbolica per cui il ramo appare come un bosco («silvam»), tanto è difficile strapparlo. A questo punto accade un fatto sorprendente («monstrum»), spaventoso tanto da far rizzare i capelli («horrendum»), che desta ancora meraviglia ora che Enea lo racconta («dictu […] mirabile»): dal ramo strappato escono gocce di sangue che macchiano la terra. Enea prova di nuovo a strappare un ramo con l’intento di comprendere la provenienza di quel sangue. E, poi, per la terza volta e con maggiore sforzo spezza il legno, quando un gemito misto a lacrime si ode dal tumulo di sabbia in cui è radicato il cespuglio. Subito dopo quel gemito si traduce in parole.

La seconda volta che Polidoro prova a strappare il ramo è chiamato «arbos» («albero») e, infine, «vimen» (ovvero «giunco»). Il climax discendente (da bosco a giunco) sottolinea l’avvicinamento di Enea all’agnizione, al disvelamento dello strano prodigio cui sta assistendo (la vista di una pianta da cui cadono gocce di sangue). Subito dopo, infatti, la pianta inizia a parlare: Polidoro si presenta raccontando la sua tragica fine.

Terminiamo con l’isocolo (o parallelismo), consistente nell’equivalenza, nell’ampiezza e nella struttura sintattica di periodi, frasi e loro membri. Compare spesso in poesia, come pure nella Bibbia. Nel Libro di Giobbe leggiamo: «Come latte mi hai cagliato/ Come formaggio mi hai raggrumato/ Di pelle e carne tu mi hai vestito/ Di ossa e tendini mi hai armato». Anche il mondo pubblicitario e il marketing si avvalgono delle figure di ordine, come l’isocolo, come nell’espressione «Compri due/ paghi uno». L’immediatezza e la strutturazione semplice e ripetuta si stampano, infatti, immediatamente nella memoria.



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