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Italia alla canna del gas

Mentre la campagna elettorale per il Parlamento europeo diventa sempre più isterica e cattiva, nel silenzio della grande stampa salta il progetto del gasdotto Algeria-Sardegna-Italia, che avrebbe portato grandi benefici economici e politici.

Il gasdotto Galsi avrebbe dovuto seguire questo tracciato

Scelte cruciali per l’economia del nostro Paese vengono furtivamente prese in queste settimane senza che la questione trovi la minima eco nella pur convulsa e urlata campagna elettorale ora in corso. Ci riferiamo alle decisioni relative ai nuovi gasdotti intercontinentali che riforniranno di gas l’Italia, e attraverso l’Italia anche il resto d’Europa. Dando un ulteriore colpo a un progetto già traballante la Regione Sardegna è uscita dalla società nata per realizzare il Gasdotto Algeria Sardegna Italia (Galsi).

In particolare per la Sardegna -- tra l’altro l’unica regione italiana che non dispone di gas naturale in rete --  il Galsi sarebbe stato un’occasione storica. In generale per tutto il nostro Paese l’importanza strategica del Galsi dovrebbe essere ovvia: aprendo la via a ingenti importazioni di gas algerino, il Galsi riequilibrerebbe il nostro sistema di rifornimento di energia rendendolo non più dipendente solo dalla Russia, dall’Est europeo e dal Caucaso.  Ciò creerebbe per di più le premesse per la  crescita dell’interscambio con l’Algeria, che è a due passi dalla Sardegna e dal nostro Mezzogiorno e che ha grosse prospettive di sviluppo.

Ciononostante, all’ombra di una campagna elettorale isterica dove imperano solo gli insulti e il pettegolezzo, del Galsi ha avuto il merito di occuparsi soltanto la stampa sarda. Onore alla stampa sarda, ma la questione è importante non solo per la Sardegna. Frattanto, riconsegnando l’isola alla condizione periferica da cui il nuovo gasdotto l’avrebbe al riguardo liberata, si lavora tra Cagliari e Roma al progetto di un rigassificatore grazie al quale fornirle il gas in rete che da tempo attende. Va peraltro riconosciuto che l’attuale governo regionale sardo si rende conto di quel che la Sardegna perde. «Non siamo noi che rinunciamo al gasdotto Galsi», ha dichiarato l’assessore regionale al Bilancio, Raffaele Paci, affermando che il progetto si è interrotto «non certo perché la Sardegna ritira i suoi 11 milioni». «Saremmo ben felici che si facesse (…) se invece si farà dovrà passare per forza di qui», ha concluso, «e ne riparleremo». 

Il progetto del Galsi aveva preso il via nel 2007, a seguito di un primo accordo tra il governo algerino e quello italiano, allora presieduto da Romano Prodi. Berlusconi aveva poi puntato prioritariamente sulla Russia schierandosi a sostegno del progetto del South Stream: un gasdotto che, dopo aver attraversato il mar Nero e la Bulgaria e la Grecia, dovrebbe sdoppiarsi raggiungendo l’Italia attraverso l’Adriatico da una parte, e dall’altra l’Austria passando per alcuni Paesi che già facevano parte della Jugoslavia.  

Il governo Letta aveva poi patrocinato il Gasdotto trans-adriatico, Tap, pensato per portare gas dall’Azerbaigian all’Unione Europea. È previsto che senza passare per la Russia il Tap approdi in Puglia dopo aver attraversato Turchia, Grecia, Albania e mare Adriatico. Il problema della compatibilità economica dei vari progetti non è certo da sottovalutare, tanto più considerando che gli Stati Uniti, pionieri nella nuova tecnica dell’estrazione di metano da minerali solidi (shale gas), sembra possano entro pochi anni esportarne grandi quantitativi pure in Europa offrendolo, rigassificato dopo il trasporto via mare allo stato liquido, a prezzi concorrenziali. Ciò fermo restando, la questione della sostenibilità economica va composta con quella della sostenibilità politica, che suggerisce comunque di variare quanto più possibile le fonti di approvvigionamento.

Frattanto Putin, preoccupato a sua volta di cercare nuovi clienti per il gas russo,  lo scorso 20 maggio si è recato a Shanghai per patrocinare una gigantesca fornitura alla Cina del gas che la Gazprom estrae in Siberia: 38 miliardi di metri cubi nell’arco dei prossimi trent’anni. Ci sono però novità anche ben più vicino a noi. L’Adriatico è ricco di gas. Mentre però il nostro Paese da tempo ci si limita a sfruttare solo i pozzi già esistenti senza aprirne di nuovi, la Croazia si appresta a offrire sistematicamente nuove concessioni alle multinazionali petrolifere. 

Si può accettare che questioni di questo rilievo (come pure altre di analoga cruciale importanza) restino nell’ombra mentre veniamo trascinati a passare il tempo di questa campagna elettorale nuotando  in un mare di pettegolezzi, di insulti  e di maldicenze tanto umanamente distruttive quanto sostanzialmente irrilevanti?