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Isolata per il lockdown, un'anziana chiede l'eutanasia

Negli stessi giorni in cui, in Italia, la parola «lockdown» sembra tornar attuale, dalla provincia canadese della British Columbia arriva una storia che dà decisamente da pensare: quella di Shirley Turton. L'anziana signora, isolata dai parenti a causa del lockdown, è finita in depressione e chiede il suicidio assistito. Per ora in Canada non è possibile, fortunatamente, ma questa storia di solitudine dovrebbe comunque far riflettere

Anzianità

Negli stessi giorni in cui, in Italia, la parola «lockdown» sembra tornar attuale, dalla provincia canadese della British Columbia arriva una storia che dà decisamente da pensare: quella di Shirley Turton. Chi è costei? Una signora di 78 anni che, in ragione della sua condizione di disabilità, che la vede in sedia a rotelle, è ospite presso una casa di cura dove, a causa della pandemia, ha subito un azzeramento della sua vita sociale. Non può infatti più uscire. Non può vedere i suoi familiari. Non può fare praticamente nulla.

Per questo, la donna ha preso la decisione più drastica, chiedendo ai familiari di informarsi per la procedure di suicidio assistito dato che ad oggi «si sente rinchiusa in una prigione a lungo termine». Da parte sua, la figlia della signora Turton ha confermato che la madre non è malata terminale, ma è diventata depressa: non mangia, non beve e, soprattutto, patisce grande solitudine. E pensare che, fino allo scorso marzo, tutto era diverso. Molto diverso: l’anziana aveva un assistente che, tre giorni la settimana, la accompagnava in giro, fuori dalla struttura che la ospita, dal parrucchiere e dove serviva, e lei riusciva ad affrontare al meglio la vita.

«Conduceva una vita di altissima qualità», ricorda la figlia Jennifer, «e spesso ripeteva: 'Sono così fortunata, sono così felice'. Era fantastico perché guardavamo questa donna, disabile sulla sedia a rotelle, così soddisfatta della sua vita, ma ora non è più così. Ora ha perso ogni speranza e si sta lasciando andare». Certo, in linea teorica esisterebbe la possibilità, per la signora Turton, di restare in contatto con i familiari tramite Internet, ma tale opzione – anche vista l’età della donna – non risulta purtroppo percorribile.

Ciò ha fatto sì che i suoi familiari, finora, siano stati  in grado di prestarle visita nella casa di cura solo guardandola attraverso una finestra o una grata in ferro battuto, ma la cosa, per ovvi motivi, è parsa assai disagevole. Tanto che adesso, come si diceva, la signora ha chiesto alla famiglia di prender informazioni sul suicidio assistito. Ora, riuscirà a veder soddisfatto il suo desiderio di morte? Al momento pare di no, dato che la legge richiede esplicitamente, per l’accesso alla morte on demand, uno stato terminale che – per sua fortuna – la signora Turton non sta sperimentando.

Ciò nonostante, considerando che parliamo del Canada, tutto è possibile; basti pensare a quanto emerso dalle 40 pagine del rapporto della Commissione sul fine vita del Quebec sui cari verificatisi tra il 1° aprile 2018 e il 31 marzo 2019, tra i quali si sono conteggiati tre esempi di morte assistita nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». Il che lascia aperto un dilemma: perché, per accedere alla “dolce morte”, la frattura all’anca sì e la depressione no? Staremo a vedere, insomma.

Quel che è certo, e che la vicenda di Shirley Turton – a prescindere da come andrà a finire – già ora insegna, è che tutte le doverose misure precauzionali per arginare la pandemia debbono più che mai tenere conto anche degli effetti psicologici che l’isolamento può generare, in particolar modo nei soggetti più vulnerabili e soli. Un ragionamento, questo, che non vale evidentemente solo per il Canada, ma anche deve essere condiviso anche dai nostri politici perché, se da un lato è lecito adoperarsi per tutelare la salute fisica di tutti, dall’altro quella mentale dei singoli non può in alcun modo esser dimenticata.

Allo stesso modo, quel che questa storia canadese evidenzia è quanto fluida possa essere la volontà di una persona anziana e disabile, le cui istanze di morte – più che da dolori fisici insopportabili – originano spesso e volentieri da condizioni di solitudine e fragilità. Ed è proprio su queste ultime che occorre lavorare, per evitare che possa generarsi e diffondersi un’epidemia la cui gravità non è mai abbastanza denunciata: quella eutanasica, che porta i soggetti più deboli a perdere ogni ragione per sorridere e quindi per vivere dato che le due cose, spesso, coincidono. Shirley Turton docet.