• INTERVISTA A PUPI AVATI

«Io, ostracizzato dal Pci e sempre alla ricerca della fede»

«Preparo il film della vita: un grande atto di riconoscenza a Dante Alighieri, un essere umano arrivato alla forma più alta della poesia attraverso il dolore». La chiacchierata estiva della Bussola con Pupi Avati: «Ho frequentato il potere, non ho trovato giustizia né verità, solo prevaricazione. Ora vado in chiesa per chiedere a Dio di credere ogni giorno», ma la «Chiesa non vuole più credere: sto scrivendo una pellicola su un prete efficientissimo, ma senza fede». L'ostracismo dei comunisti: «Partecipavo alle manifestazioni contro la censura, quando sequestrarono il mio film mi ritrovai solo con la fiaccola in mano». Il film più amato? «Storia di ragazze e di ragazzi, con Haber in stato di grazia». Un politico in un film? «Gli darei la parte del baro, ma nessuno vorrebbe Conte al tavolo da poker di Regalo di Natale, Salvini furbetto, Zingaretti invece farebbe ottimi bluff».

Il film della vita su Dante Alighieri, passando per la fede da ricercare ogni giorno e il dolore degli attori migliori. Ma anche l’ostracismo del Pci e i politici, che potrebbero essere i bari di Regalo di Natale. Pupi Avati è reduce da una stagione di lockdown e studio e nella pienezza dei suoi 82 anni sa che bisogna prepararsi al "Grande giorno" cercando di fare i riassunti come quando si preparava la Maturità.

Durante la pandemia (che lo ha coinvolto personalmente col figlio contagiato in Inghilterra) ha scoperto la straordinaria forza d’animo della moglie, come ha confessato al mensile Il Timone che nel numero di luglio-agosto lo ha intervistato nel dossier dedicato al virus della solitudine dell’uomo moderno. E ora, finalmente, dopo la quarantena decolla il film su Dante Alighieri. «E’ il film della vita», confida in questa chiacchierata estiva alla Bussola.

Il primo problema sarà cercare un interprete all’altezza…
Dante sarà interpretato da vari personaggi: lo vediamo in tanti anni della sua vita, da bambino, da ragazzo, da adulto. I passaggi fondamentali della sua vita.

Quindi non sarà un film sulla Divina Commedia?
È impossibile fare un film sulla Divina Commedia, il solo argomento fa tremare i polsi, mi sono concentrato sulla vita di Dante attraverso le ricerche di Boccaccio che dell’Alighieri era quasi contemporaneo. Ecco, è un Boccaccio che cerca Dante e per l'autore del Decameron stiamo cercando un grande attore.

Nel 2021 sarà il settimo centenario della sua morte. È per questo?
C’è di più. È un grande progetto, un grande atto d’amore e di riconoscenza a un essere umano che è arrivato alla forma più alta della poesia attraverso il dolore. La vita di Dante è costellata da eventi dolorosissimi: ha perso la mamma a 5 anni, a 9 ha incontrato Beatrice e si è innamorato e lei ci ha messo 9 anni per salutarlo e accorgersi di lui e dopo cinque anni si è sposato con un'altra che poi è morta ed è stato esiliato ingiustamente. È stata una vita terribile e geniale, come quella di Dostoevskij.

Come si fa a essere dei geni e vivere nel dolore?
Lo vedo anche negli attori. Quando l’attore è più sensibile è lì che ti dà di più, è lì che ti stupisce, passare attraverso il dolore è una grande scuola di vita.

Chi dei suoi attori ha vissuto il dolore tanto da portarlo in scena?
Carlo delle Piane (in foto) è stato un attore straordinario, viveva il dolore sulla scena.  

Oggi è difficile raccontare il dolore?
Oggi è difficile raccontare tutto quello che è negativo, come la morte. La cultura dalla quale provengo, quella contadina, includeva la morte nella vita tanto che di essa si rideva, oggi dobbiamo essere consumatori di questo mondo globalizzato secondo il quale dobbiamo esistere sempre.

Perché?
Perché è difficile raccontare l’Eterno che ti costringe a confrontarti con qualcosa che esce dalla sovranità assoluta del mercato, che governa il mondo attraverso le sue leggi omologanti: tutti le stesse scarpe, tutti gli stessi film…

Lei non si sente omologato?
Ho un’età in cui posso permettermi di avere opinioni mie, ho sempre vissuto con la possibilità di rivendicare la mia ingenuità e il mio candore.  

Ha provato a raccontare questo eterno?
I miei personaggi sono sempre candidi e inadeguati a questo mondo, ho fatto un film sulla trascendenza che si chiama Magnificat e per trovare quello che tu mi chiedi sono risalito di diversi secoli fino al 970 Avanti Cristo, in un periodo in cui c’era davvero un senso della sacralità e dell’eterno. E della fede.

Che lei vive personalmente?
Vivo una fede combattuta, non capisco come non possa non essere così, la fede.

Senza certezze come si fa a credere?
Quando parlo con miei amici sacerdoti li sollecito a rivedere il loro approccio coi fedeli. Dovrebbero dire: «E’ difficilissimo credere, tuttavia voglio credere perché una necessità che esista Dio è imprescindibile». E allora io ti credo.

La Chiesa aiuta a credere?
La Chiesa non vuole più credere. Sto scrivendo una storia di un sacerdote efficientissimo, straordinario, che fa tante belle cose…

Ma…?
…ma non crede. Ho la sensazione che ci siano molti sacerdoti che svolgono un ruolo sociale efficientissimo anche nell’accoglienza, ma senza credere, senza quello che dovrebbe essere l’aspetto spirituale della loro missione. Chi dà la fede per scontata non crede, quando nelle omelie capisci che si dà troppo per scontato vuol dire che c’è un debito di fede.

Tesi interessante, ma la Chiesa offre molti strumenti, e poi c’è la Grazia…
Esatto, infatti la fede è un problema in questo mondo, un bel problema che tu dovresti vivere dalla mattina quando ti svegli alla sera prima di spegnere la luce.

Quindi ricapitolando: Pupi Avati crede o no?
Pupi Avati vuole credere, vado in chiesa per chiedere a Dio di esistere e questa è la sintesi esatta della mia fede, la sento come un’esigenza primaria.

D’accordo, ma per cercare cosa?
La giustizia umana non mi basta, ha limiti enormi. Ho frequentato il potere nella sua espressione più alta: politico, amministrativo, culturale. Dovunque, in qualunque contesto mi sia affacciato non ho mai trovato la giustizia, la verità, ho sempre trovato la prevaricazione.  

Forse perché non è mai stato comunista?
La mia era un famiglia cattolica e ho mantenuto una vicinanza a quel mondo, è evidente che la Dc ha lasciato la cultura al Pci, che ancora coi suoi eredi la detiene.

Le è costato molto?
Sì, ho pagato un prezzo non indifferente, non sono mai stato nel cuore di quel mondo.

Ostracizzato o emarginato?
All’inizio ostracizzato, poi emarginato.

È un alibi?
No, essere ostracizzati è un grande vantaggio. Ti aiuta a irrobustire la tua identità, l’omologazione è la cosa più tossica che incide sulla tua creatività. Quando vieni emarginato ad un certo punto provi anche una certa ebbrezza.

Perché ha pagato allora un prezzo alto?
Le racconto un episodio: anni ’70, era l’epoca in cui la censura sequestrava i film, ad esempio Ultimo tango a Parigi. Tutta l’intellighenzia faceva fiaccolate davanti al ministero, io partecipavo a tutte quelle manifestazioni e sfilate quando c’era difendere un autore da quello che virgolettavano come "fascismo". Quando hanno sequestrato un mio film mi sono presentato davanti al ministero con la mia fiaccola: ero completamente solo.

Che film era?
Bordella. Rimasi da solo con la mia fiaccola. Da quel momento mi dissociai completamente da quelle forme di protesta e da quel mondo.

Anche Gaber dopo Quando è moda è moda ruppe con la Sinistra. Un altro ostracizzato dai comunisti?
E come lui il più emarginato dal Pci è stato Pietro Germi. Ma è stato un grande.

Si può chiedere a un regista quale è il suo film preferito?
Grazie a Dio ho sempre avuto la sensazione di non aver ancora fatto il film che avrei voluto fare, c’è una sorta di insoddisfazione, per quanto ami alcuni miei film e credo di aver ragioni per amarli, ma non esiste un film perfetto, questa cosa mi è servita da stimolo per cercare il film perfetto.

Chiesero a Verdi quale fu la sua opera più riuscita.
E lui?

Rispose: «Il gobbo» (Il Rigoletto ndr).
Non so, temo la caduta degli stimoli…

Io se dovessi scegliere direi Festa di Laurea e Gita scolastica. Forse è più un fatto emozionale, però.
Altri dicono Regalo di Natale. Ma, vedi? È troppo soggettivo. Se ti leggessi certe recensioni di Una Gita Scolastica

Tipo?
Stroncature pazzesche, come “il festival della melassa”.

Facciamo così: il film più amato?
Cedo che il più amato che ho fatto sia stato Storia di ragazze e di ragazze. È la pellicola che è andata più vicino al film che volevo fare, un po’ come Bergman al settimo film.

Perché?
Non so, forse Haber in stato di grazia, una coincidenza perfetta tra location, stato d’animo e il mio essere reduce dall’infarto quando temetti che non avrei mai più fatto cinema. E poi la storia…

Una storia di un fidanzamento…
È il pranzo di fidanzamento fra mio padre e mia madre, sullo sfondo c’è la nascita del Fascismo, ma senza mai parlare di politica.

La politica attraversa i suoi film?
C’è la politica nei comportamenti umani, ma non ho idee facinorose. Se c’è una qualità che mi riconosco è quella di non aver mai puntato il dito contro qualcuno mentre oggi la moda è quella di dare la colpa a questo o a quello e fare così film politici a tema.

Lei ha fatto recitare anche tanti non attori. I politici potrebbero recitare?
Altroché?

Ad esempio?
Ce li vedo in Regalo di Natale.

Il tema è il poker, il bluff…
Per il casting de La rivincita di Natale ho seguito i consigli di un baro “professionista”.

Che le ha detto?
Che in una partita a poker le facce, lombrosianamente parlando, sono molto importanti. Il bluff è elemento fondamentale del poker.

Facciamo dei nomi di bari al tavolo: Conte?
Ma no. Con Conte al tavolo da poker tutti capirebbero che è lui il baro, nessuno si siederebbe al tavolo. Bisogna trovare uno che non abbia la faccia da baro.

Salvini?
Si può giocare con lui, ma una qualche furbizia negli occhi ce l’ha. Devi mettere uno che non abbia alcuna furbizia negli occhi…

Zingaretti?
Bravo. Potrebbe essere il baro della partita, farebbe ottimi bluff…

Ma le doti attoriali le ha cedute al fratello.
Il vero baro è Bersani, ha gli occhi e la faccia che ti rassicurano, poi può essere quello che ti frega.

Qual è film che avrebbe voluto fare?
8 e mezzo.

Perché?
Perché è il più bel film sul cinema che sia mai stato fatto.