• SCUOLA

Insegnanti troppo vecchi? Imparate dalle paritarie

Una ricerca svela che l'età media dei docenti delle scuole superiori in Italia è di 51 anni. Un dato che indica l'eccessiva burocratizzazione nella scelta degli inseganti. Ma ciò che fa davvero la differenza non è il fattore età, bensì la passione ideale.

Insegnanti anziani

Ci risiamo. Come un mantra sindacal-corporativo, periodicamente la questione dell’età media dei docenti italiani torna all’attenzione dell’opinione pubblica. Secondo una ricerca del Forum PA sui lavoratori pubblici, che si è aperto il 27 maggio a Roma, la formazione dei giovani è affidata in Italia al corpo insegnante più vecchio d'Europa: l'11,3% ha più di 61 anni e solo lo 0,2% ha meno di 30 anni. «Nella scuola, dove massima dovrebbe essere la flessibilità e l'attenzione al nuovo, l'età media è di 51 anni».

Nei paesi Ocse,  in media, i docenti giovani under 30 sono il 10%. La carta d'identità dei nostri insegnanti stride addirittura rispetto a quella dei colleghi lavoratori della pubblica amministrazione italiana: sempre il Forum PA fa notare che nelle forze di polizia l'età media è oggi di 41 anni (nel 2001 era di appena 33 anni). Una quota che secondo i ricercatori si sta alzando inesorabilmente, con la Scuola a detenere tutti i record, nazionali e non, «anche a causa del blocco del turn over e delle assunzioni».

Che cosa ostacola il ricambio generazionale dei docenti nella scuola italiana? Certamente un sistema di arruolamento quale è il nostro - ingessato, eccessivamente burocratizzato e sindacalizzato - non aiuta. Nella tradizione del nostro sistema scolastico, le scuole devono obbligatoriamente reclutare i propri docenti attraverso una graduatoria (non una lista) di abilitati. In questo modo, non è possibile effettuare scelte di merito (giudicate dai sindacati di natura “clientelare”….) sulla composizione del corpo docente e sul piano formativo; accade piuttosto il contrario, con i docenti in testa alla graduatoria (tipicamente, quelli con più anzianità di servizio) che possono decidere dove insegnare. E poco importa se non sono adeguati, se sono ormai demotivati o addirittura inferociti con il sistema scolastico e tutto ciò che contiene….

Come uscirne? La proposta più logica (comprovata da buoni risultati là dove, seppure in un quadro normativo leggermente diverso, è stata già realizzata) sarebbe separare, concettualmente ed operativamente, i momenti e le forme dell’abilitazione da quelli del reclutamento. Il Ministero dovrebbe definire le procedure per l’abilitazione mediante titoli e curriculum su scala regionale; alle scuole, invece, andrebbe attribuita la responsabilità della selezione dei docenti all’interno delle liste degli abilitati, con modalità trasparenti e flessibili definite ex ante”.  

Nei giorni scorsi, qualcuno si è spinto sino al punto di proporre una “Costituente per la scuola” (Un'Assemblea Costituente per la scuola, M. Giordano, Corriere della Sera, 28 maggio 2014), lamentando il fatto che “lo scollamento fra i ragazzi e ciò che imparano è diventato drammatico” e che occorre mettere insieme dirigenti, docenti, genitori, alunni,  e chi più ne ha più ne metta, per tentare una interpretazione del mutamento in corso e l'abbozzo di una nuova strada.

 

Ma è questa la strada? Un’ennesima ammucchiata di pareri alla ricerca di una ipotetica e astratta soluzione “media” che, alla fine, non risolve nulla?

 

Non sarà il caso, invece, di guardare a quelle esperienze in atto che indicano positivamente una strada percorribile?

Nelle scuole paritarie, per esempio, non essendo obbligati ad attingere alle graduatorie per l’arruolamento, gli enti gestori selezionano le domande pervenute alle scuole in base ai titoli e poi, attraverso dei colloqui in cui si valutano le caratteristiche umane e professionali dei candidati, scelgono i docenti. Talvolta si tratta di docenti molto giovani, magari senza grande esperienza, però pieni di desiderio e motivazioni, oltre che disponibili a fare un preciso cammino di formazione.

Il risultato – fermo restando che si può sempre sbagliare nella scelta, poiché nessuno è infallibile – è che l’età media dei docenti è decisamente più bassa di quella della scuola statale, ma pure che all’interno degli istituti scolastici frequentemente si respira un clima “frizzante”, di forte dinamismo e passione educativa.

Ma ciò che fa davvero la differenza non è il fattore età, bensì la passione ideale.

Non si tratta semplicemente di rinnovare il “parco docenti” per adeguare i programmi e soprattutto i linguaggi alle nuove generazioni che sempre più ci appaiono estranee ed estraniate, imparando ad utilizzare i loro “strambi” codici comunicativi. L’interesse non si ridesta solo con artifici tecnici o cambiando i testi di riferimento (buttiamo via I Promessi sposi e la Divina Commedia e utilizziamo i nuovi romanzi contro la discriminazione gender?), ma intercettando, sotto la coltre delle apparenze e delle stratificazioni “culturali” tipiche del nostro tempo, ciò che è proprio dell’umano, ed è perciò immutabile in quanto fattore strutturale: il desiderio di bene, di bello, di vero, insieme alle grandi domande che sempre l’accompagnano (il “cuore”). E questo non dipende dall’età.

 

Raccontava con straordinaria ricchezza di esempi una docente (di età “matura”) di scuola statale, la prof.ssa Mariella Carlotti, durante un incontro a Rimini presso il teatro Tarkovskij, il 20 maggio 2011 “Imparare ad educare”: «L’educazione è possibile se io sento che l’altro, che ho davanti, è una possibilità per me. Non è il terreno su cui io applico le cose che so, ma è la possibilità che mi è data per capire chi sono io. E, in questo, nell’altro ho sempre una possibilità di dialogo, perché l’altro è come me, è cuore. Sennò uno insegna ma non educa, e lo sa, tanto è che esce dalla scuola più vuoto di come è entrato, esce dal rapporto con gli alunni svuotato, non riempito, stanco..»

 

È da una posizione umana così che nascono le più belle esperienze di insegnamento e di educazione delle nostre giovani generazioni, apparentemente aliene o ribelli ad ogni richiamo, E si potrebbero fare tanti esempi di questo tipo, a conferma di quanto la letteratura e l’esperienza, oltre all’Ocse (Education at a Glance 2011), hanno evidenziato: alla base della qualità dell’istruzione vi è la qualità dei docenti. La qualità, però, non è necessariamente dettata dall’età, né in un senso né nell’altro. Questa è semmai una preoccupazione di natura sindacale e occupazionale, legittima sotto certi profili ma non decisiva per far rinascere la nostra scuola…

 

Favorire in modo meccanicistico il ricambio generazionale, per riformare il nostro sistema scolastico, sarebbe riduttivo e inadeguato. Occorre invece lasciare alle scuole la possibilità –e la responsabilità - di scegliere il corpo docente individuando chi ha le competenze disciplinari e soprattutto quella passione per l’umano che aiuta ad intercettare il vero interesse (inter-esse: cosa c’entra con me?) dell’alunno: il suo cuore.

Le esperienze che possono fare da “apripista” esistono già: non bisogna fare altro che riconoscerle, valorizzarle ed estendere la medesima possibilità – in un’ottica di reale autonomia – a tutte le scuole con adeguati provvedimenti normativi, seppure con quella prudenza e gradualità che un cambio di direzione così radicale rende necessario.