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LA SENTENZA

Ingiustizia in Messico, la Corte Suprema depenalizza l’aborto

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La Corte Suprema del Messico ha stabilito che le legislazioni che criminalizzano l'aborto sono «incostituzionali». Una sentenza favorita dall’ambiguo sostegno del presidente Obrador e del suo partito, con le nomine di giudici pro aborto.

Esteri 08_09_2023

La Corte Suprema del Messico ha approvato mercoledì 6 settembre la depenalizzazione di fatto dell’aborto a livello federale, a seguito di un'ingiunzione presentata da un'organizzazione femminista che chiedeva di dichiarare incostituzionali diversi articoli del Codice penale. La Prima Camera della Corte (SCJN) ha deciso che le legislazioni che criminalizzano l'aborto sono «incostituzionali», poiché «violano i diritti umani delle donne e delle persone con capacità gestazionale».

Ora il Congresso federale dovrà adeguarsi alla decisione della Corte e apportare le modifiche agli articoli in questione. Pertanto le autorità amministrative di tutto il Messico, come l'Istituto messicano di sicurezza sociale (IMSS), l'Istituto di sicurezza e servizi sociali per i lavoratori statali (ISSSTE) e Pemex, dovranno attenersi alla sentenza decisa a livello federale. «Con questa decisione della Corte Suprema di Giustizia della Nazione, le istituzioni sanitarie federali di tutto il Paese dovranno fornire servizi di aborto alle donne e alle persone con capacità di gestazione che lo richiedano», ha dichiarato in un comunicato l'organizzazione Grupo de Información en Reproducción Elegida (GIRE) che si era attivato sin dagli anni scorsi per la decriminalizzazione dell’aborto in tutto il Paese. Nello specifico, il GIRE aveva chiesto alla Corte Suprema messicana di dichiarare incostituzionali gli articoli 330, 331, 332, 333 e 334 del Codice Penale federale, che impongono pene detentive alle donne incinte per aver interrotto la gravidanza e al personale medico per aver eseguito la procedura.

La sentenza stabilisce che i suddetti articoli non avranno più effetto, mentre la decisione sarà applicata retroattivamente alle persone perseguite o condannate alla reclusione. L’ambiguo sostegno del presidente Andrés Manuel López Obrador, della maggioranza del partito di Morena, la sostanziale alleanza con le lobby multinazionali e americane abortiste e le nomine di giudici pro aborto ed Lgbt, hanno portato alla decisione di mercoledì. Obrador, celebrato colpevolmente anche da ambienti vaticani, ha mostrato ancora una volta la sua idea di populismo messianico, rivoluzionario e socialista: uccidere gli inermi e i più deboli.

Lo scorso 30 agosto, la Corte Suprema del Messico aveva depenalizzato l'aborto nello Stato di Aguascalientes, che era divenuto il 12° Stato messicano a rimuovere le sanzioni penali per l'aborto. Il primo era stato quello di Città del Messico nel 2007, poi Oxaca nel 2019 e poi l’accelerazione negli ultimi tre anni, con altri 10 Stati che hanno depenalizzato l'aborto, così come ricorda Human Rights Watch. Il 21 giugno scorso invece la stessa Corte Suprema aveva stabilito che tutte le donne che vivevano in uno dei 21 Stati in cui l'aborto era allora criminalizzato avrebbero potuto impugnare queste leggi e ottenere un'ingiunzione che consentisse loro di interrompere legalmente la gravidanza. La decisione era stata così significativa che i vescovi messicani avevano criticato la Corte Suprema perché, a causa di tale decisione, si sarebbe permesso alle «organizzazioni che traggono profitto dall'aborto di combattere, tramite il diritto alla protezione legale e l’impugnazione, i codici penali degli Stati pro vita, favorendo lo scopo di depenalizzare l’aborto e liberalizzando così la sua pratica».

La decisione del 6 settembre è dunque un esito infelice di una strategia e precisa volontà politica del presidente Obrador e del suo partito e della loro stretta alleanza con i poteri omicidi internazionali che vogliono imporre l’aborto ovunque. A nome del governo è sinora intervenuto il sottosegretario per i Diritti umani, la popolazione e le migrazioni del Ministero dell'Interno (Segob), Alejandro Encinas, che ha accolto con favore la sentenza. L’accelerazione nell’imporre l’aborto nel Paese segue lo scandirsi delle tappe politiche e di partito verso le elezioni presidenziali del 2024, con la significativa coincidenza che lo stesso 6 settembre l’ex sindaca di Città del Messico Claudia Sheinbaum è stata designata dal partito Morena, che controlla 22 dei 32 Stati del Paese, per la successione e la prosecuzione nella svolta socialista impressa da Obrador.

L’altra candidata in campo, per il momento, è Xóchitl Gálvez, senatrice di origine marxista e trozkista che rappresenterà la coalizione formata dal Partito della Rivoluzione Democratica (PRD, centrosinistra), dal Partito d’Azione Nazionale (PAN, centrodestra) e dal Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, centro). Entrambe le candidate sono favorevoli alla piena liberalizzazione dell’aborto e di “matrimoni” e adozioni per coppie gay, nonché all’indottrinamento Lgbt nelle scuole. A tal proposito, nelle ultime settimane si registra la ferma opposizione di gruppi sempre più numerosi di genitori, anche attraverso veri e propri falò pubblici di testi scolastici voluti dal governo Obrador e la raccolte di firme in tutto il paese. Molti cittadini sperano in un candidato che possa interpretare i valori cristiani, civili e conservatori; il nome più probabile è quello dell’attore Eduardo Verástegui che potrebbe ribaltare il destino del Paese.

Dopo la legalizzazione dell’aborto in Argentina nel 2020/2021, la sentenza della Corte messicana segna l’ulteriore avanzata dell’aborto in un continente sempre meno cattolico e sempre più protestante-evangelico, anche a causa del progressivo abbandono della Dottrina Sociale della Chiesa e dei principi non negoziabili da parte di una buona fetta della gerarchia locale.



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